«Le cose migliori si ottengono solo con il massimo della passione.

Vuoi vivere felice? Viaggia con due borse, una per dare, l’altra per ricevere»

(Johann Wolfgang von Goethe)

Mi sono fermato su queste parole e, lo confesso, l’immagine mi ha scavato dentro.

Due borse. Una per dare, l’altra per ricevere.

Ho pensato, forse Goethe allude a un “punto”, proprio come fa Dante nell’Ultimo del Paradiso. E quel “punto” potrebbe essere il seguente: aprirsi non significa muoversi, ma esporsi. Non vuol dire guardare il mondo, bensì lasciarsi guardare. E, a volte, permettergli di toccarci nel profondo.

Perché aprirsi – diciamolo subito – non è un gesto neutro. Non lo è mai. È un movimento doppio: verso l’altro, certo, ma anche verso una parte di noi che non controlliamo del tutto. Dare significa scoprirsi. Ricevere significa accettare di non essere più esattamente come prima.

Ed è per questo che ogni apertura ha i tratti del mistero: ci affascina e ci spaventa.

La raccontiamo come qualcosa di facile: viaggiare, incontrare, conoscere. Ma sotto questa superficie c’è molto di più. C’è una domanda scomoda: a cosa serve attraversare il mondo, se poi restiamo identici? A cosa serve ascoltare, se nulla – nemmeno una piccola crepa – si apre nelle nostre certezze?

E allora accade ciò che vediamo spesso, anche attorno a noi.
C’è chi si apre e un attimo dopo arretra.
C’è chi prova e poi si protegge.
C’è chi, più semplicemente, sceglie di non rischiare affatto.

È umano, certo. Comprensibile.

Perché, se aprirsi significa mettersi in gioco, ogni gioco vero comporta una possibilità di perdita. Si rischia di perdere l’equilibrio, antiche sicurezze e, qualche volta, pezzi di sé.

Eppure, se siamo onesti, sappiamo bene che non siamo fatti per restare immobili.

L’uomo non è una forma compiuta. È un processo. Un cantiere aperto. Qualcosa che diventa, ma solo attraversando. Eludere questo movimento è, in fondo, una forma elegante di rinuncia.

Il “modo” di ogni uomo o donna – verrebbe da dire con un sorriso – è proprio il non avere un modo definitivo. Un essere sine modo, che cresce soltanto quando si accetta di non stare al riparo.

E sì, questo ha un costo.
Eccome se ce l’ha.

Perché aprirsi vuol dire fare poi i conti con la fatica, con le cadute, con le ginocchia sbucciate che, anche da adulti, continuano a far male. Per non parlare delle ferite più sottili: incomprensioni, parole che non arrivano, aspettative che si incrinano.

E tuttavia – ed è qui il paradosso – è proprio lì che accade qualcosa.

Perché non è nella protezione che maturiamo, ma nel contatto: non nel tenere tutto sotto controllo, ma nel lasciare che qualcosa ci sfiori davvero. Aprirsi significa anche questo: riconoscere che la verità non è tutta dalla nostra parte. Che l’altro non è un concetto da afferrare, ma una presenza che ci guarda e ci cambia. Un volto, prima di tutto.

Si capisce allora chi preferisce restare al riparo. Meno condivisibile è la scelta chi resta a distanza: osserva, commenta, giudica, ma non entra mai davvero in gioco. Come se la vita potesse essere solo uno scenario ammirato da lontano, magari nel chiuso del proprio mondo interiore.

Goethe, su questo, non concede alibi. Non è il pensiero a fare la differenza, ma il passo: «Non basta sapere: si deve anche applicare. Non è abbastanza volere: si deve anche fare».

Ecco: aprirsi è un verbo concreto. Non un’idea, non un’intenzione. Un gesto. Un primo passo, anche incerto, anche incompleto, ma reale. Perché il senso, se c’è, non precede il cammino: nasce mentre si cammina.

Forse, allora, la vera chiusura non è l’isolamento.
È l’immobilità.

Perché aprirsi è vivere. Tutto il resto – così ordinato, coerente, rassicurante – rischia di essere soltanto un modo elegante per restare uguali.

E restare uguali, a volte, è solo il modo più discreto per non esserci mai stati davvero.

Salutiamoci con Goethe: «Un uomo non impara a comprendere nulla a meno che non la ami».



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