
«Il potere è la possibilità di imporre la propria volontà all’interno di un contesto sociale, nonostante l’opposizione degli altri e quale che sia l’occasione»
(Max Weber)
«Cicikov s’era fatto di pessimo umore e scaraventò per terra la sciabola che viaggiava con lui per incutere a chi di dovere il necessario rispetto. Per più di un quarto d’ora trattò con i fabbri prima di accordarsi con loro perché, come al solito, erano dei mascalzoni patentati e, essendosi accorti che il lavoro era urgente, gli avevano chiesto esattamente sei volte il prezzo dovuto. Per quanto si infuriasse, li qualificasse di imbroglioni, briganti, grassatori di chi viaggiava e accennasse anche al giudizio universale, i fabbri non si lasciarono impressionare: mantennero il proprio punto di vista e, non solo non vollero ribassare il prezzo, ma rimasero sul lavoro anziché due, cinque ore e mezzo»
(Nikolaj Gogol da Le anime morte)
Provate ad accendere la televisione, durante la “controra” di un qualunque giorno e vi sorprenderete a sentire presentatori dei vari “pomeriggi” televisivi parlare di omicidi freschi di giornata (o di settimana), come dei più risalenti (la povera Chiara Poggi tiene ancora banco dopo anni e dopo una sentenza definitiva di condanna del suo assassino).
È opinione comune che alla gente interessino molto i crimini violenti. Prove ne sarebbero che si vendono e leggono molti romanzi gialli (confesso, ne sono un’appassionata anch’io) e che film e telefilm del genere sono molto apprezzati, tanto da esserci canali dedicati.
Per non dire, appunto, del fatto che l’interesse venga focalizzato sulla cronaca nera in una maniera quasi morbosa sia attraverso giornali e settimanali (ce ne sono addirittura di specificatamente editi), sia attraverso programmi televisivi che vivisezionano i casi di cronaca, li presentano da ogni punto di vista possibile. E su questi intervistano gente comune, presunti testimoni, vicini di casa, amici delle vittime. Come pure sedicenti esperti, criminologi, patologi legali, profiler.
Questo bombardamento mediatico sugli omicidi efferati di ogni tipo di vittima (col sottogenere devastante del “femminicidio”) a via di essere ripetutamente riproposto, crea non l’effetto saturazione, come sarebbe logico, ma, al contrario, genera una fame di informazione sulla cronaca nera con la conseguenza del diffondersi dell’idea che in Italia ci sia un’emergenza criminale di proporzioni impressionanti tale da spingere al “chiudiamoci in casa che fuori c’è il pericolo di essere accoppati ad ogni angolo di strada”.
Ora, sia ben chiaro, non voglio affermare che fuori della propria porta di casa ci sia l’Eden. Ma, a sentire l’italiano medio o la casalinga di Voghera (Arbasino, da lassù, ci perdonerà la citazione!) sembra che uscir di casa sia peggio che affrontare a ritroso e a mani nude, le cascate del Niagara.
Sembra che il mondo si sia incattivito esponenzialmente e che prima tutti questi omicidi, brutali e crudeli, non avvenissero.
Per cui ben vengano provvedimenti securitari che stringono le maglie e puniscono più severamente, salvo poi i giudici buonisti, quelli del “tana libera tutti”, che mandano a casa i criminali perché non sono sulla stessa lunghezza d’onda del governo duro (l’ultima sparata, in ordine di tempo, in tal senso, appartiene all’ineffabile Tajani).
A parte il fatto che se i giudici rilasciano i fermati, anche di reato flagrante, applicano la legge sulla custodia cautelare, la verità è un’altra.
Nel 2025, ultimo anno di cui si hanno dati completi, gli omicidi sono stati 286, di cui 189 vittime di sesso maschile e 97 di sesso femminile, laddove negli anni ’90 si avevano oltre mille assassinati all’anno. Negli anni ’80 più del doppio di quelli attuali. Dunque, la narrazione corrente è fallace, non saprei se colposamente, o per deliberata scelta, quella di creare un’emergenza che non esiste.
O meglio, sarebbe bellissimo se di morti ammazzati non ce ne fosse neanche uno. Ma si sa, questo è un sogno, e i sogni muoiono all’alba (chiediamo perdono ad un altro grande trapassato, Indro Montanelli).
Piuttosto, in questa nostra Repubblica democratica, “fondata sul lavoro” (art.1 Cost.), ogni giorno muoiono più di tre persone proprio sul lavoro (o in itinere, cioè mentre si stanno recando sul posto di lavoro o ve ne stanno rientrando a casa).
Nel 2025 sono morte, complessivamente 1189 persone. Una cifra abnorme e agghiacciante. Per tacere degli incidenti non mortali.
Ben oltre il quadruplo dei morti ammazzati. E forse anche di più se pensiamo al così detto numero oscuro, cioè a quei lavoratori che ci lasciano le penne, ma poiché lavorano in nero non entrano nella statistica.
E non si dica che si tratta di fatalità, perché non lo è affatto.
I morti sul lavoro sono il risultato di scarse misure di sicurezza, inosservanza dei regolamenti, (magari anche da parte degli stessi lavoratori), di insufficienti controlli da parte degli organi preposti, di disattenzioni dovute alla stanchezza (straordinari non dovuti, ma pretesi dai datori) o all’età di chi fa mestieri oggettivamente pericolosi (si pensi a chi lavora su ponti sospesi).
Ma di queste morti, dette bianche, quasi a voler farne scolorire la drammaticità e l’assurdità, (poiché nessuno che si reca al lavoro dovrebbe tornare a casa dentro una bara), nessuno parla, né le si affronta per ciò che effettivamente sono: una vera emergenza sociale!
Ma poco interessano alla politica, presa da altre faccende ben più “lucrose”, ma molto meno popolari.
Se lo ricordino i partiti che si apprestano alla campagna elettorale se vogliono vincere le prossime elezioni.
Eppure quella rompiscatole della nostra Costituzione parla chiaro sui diritti dei lavoratori.
Quella stessa nostra Costituzione che deve (o meglio dovrebbe) essere il “terminus a quo et ad quem” entro cui si deve muovere la classe politica che si fa legislatore. Non è una questione di opportunità o di buona predisposizione. Non ci fanno un favore se vi si attengono. È un sacro dovere di chi ricopre cariche pubbliche, così come del semplice cittadino.
Pretendiamolo da tutti. A partire da noi stessi.























