LA CRISI DELL’OCCIDENTE

Nel XX secolo tre ideologie sono state dominanti: fascismo, comunismo e liberalismo. Sopravvive in realtà solo l’ultimo. I sostenitori del pensiero liberale hanno pertanto la tentazione di pensare che questo non sia una ideologia ma un naturale sviluppo dell’evoluzione dell’umanità. Patrick J. Deneen, docente di Scienze politiche all’ Università Notre Dame, spiega come il liberalismo si basa su una serie di contraddizioni: a fronte di una dichiarazione di uguali diritti, emerge una disuguaglianza  enorme tra ricchi, ceti medi impoveriti e lavoratori precari accanto ad una massa di poveri assoluti; il consenso è  la base della legittimazione del sistema liberale ma oltre la metà  dei cittadini non si impegna sul piano civile e non partecipa alle elezioni rifugiandosi nel privato con sfiducia nei politici; proclama l’autonomia personale come principio sacro ma ha creato un sistema statale complesso e pervasivo mai visto nella Storia ed un minaccioso capitalismo della sorveglianza con le Big Tech.

Che cosa dunque ha scatenato la crisi della cultura politica occidentale? Paradossalmente non i difetti del sistema liberale ma il suo stesso successo “alla fine della Storia”, come incautamente affermato dopo il crollo del Muro di Berlino.

“Il liberalismo non è, come oggi si tende a pensare, l’orizzonte insuperabile del racconto dell’uomo, il punto di arrivo, il traguardo dell’avventura umana sulla Terra, ma una ideologia come le altre, che presenta tutti i difetti del pensiero ideologico. Il nostro tempo non è quello della fine delle ideologie o della storia, ma più semplicemente quello della vittoria dell’ideologia liberale sulle altre (il fascismo, il comunismo, il nazionalsocialismo). Una vittoria ottenuta, però, a un prezzo molto alto, su cui si sofferma l’autore, a tal punto da indurlo a chiedersi se non sia giunto il momento di rifiutarsi di continuare a pagare quel costo e di porsi in un’ottica post-liberale- senza ripiegare, ovviamente, su soluzioni totalitarie. E questo prezzo è l’erosione implacabile di quelli che Deneen definisce ” assunti morali di base” che consentono ad una società di stare in piedi” (G. Giaccio, introduzione a P. Deneen, Perché il liberalismo ha fallito, La Vela 2026).

Occorre rifondare la convivenza sul senso del limite, su religione, sacro, tradizione, pudore. Non possiamo essere come fanciulli sballottati da ogni vento di dottrina, come direbbe San Paolo. È necessario superare l’individualismo esasperato del neoliberismo che produce caos, anarchia, populismi e autocrazie elettive. Dobbiamo frenare le tre passioni che gli antichi ben sapevano di dover tenere a bada: la passione carnale, la passione di dover possedere sempre di più, illimitatamente, la passione di sapere. È urgente invece riscoprire le virtù dell’onestà, della sobrietà mettendo al bando vizio, lusso, frode, malversazione, inganno, egoismo.

Paradossalmente il successo del liberalismo coincide con l’inizio del suo fallimento. Al posto dello Stato minimo ha creato infatti uno Stato burocratizzato. L’onda liberale- liberista ha spazzato via i legami comunitari e le formazioni intermedie.

Cosa propone Deneen? L’“opzione Benedetto”. Come Benedetto da Norcia, creare un altro modus vivendi.  Nel suo caso il monachesimo come risposta alla crisi dell’Impero Romano di Occidente. Oggi dovremmo diffondere forme di “controcultura”, ispirate alla Dottrina sociale cristiana, ai modelli di sviluppo sostenibile, alla convivialità delle differenze, alla democrazia partecipativa, al pensiero complesso e critico. Edgar Morin affermava che esiste una “ecologia dell’azione” per la quale si producono interazioni da cui nascono conseguenze imprevedibili. L’improbabile può accadere.

Quanto sopra è ancora più necessario per evitare forme di illiberalismo autoritario come in Ungheria di Orban, USA di Trump e Paesi alleati. Va contrastata la ricerca populista di un leader forte, rafforzando i legami comunitari, la famiglia, la scuola, le istituzioni religiose, la partecipazione democratica al posto della rabbia e della disperazione. “Solo una politica fondata sull’esperienza di una polis – vite condivise con un senso e uno scopo comune, obblighi e gratitudine che derivano da dolori, speranze e gioie vissute nell’arco di intere generazioni, capacità di fiducia e fede – può iniziare a stemperare sfiducia, straniamento, ostilità e odio che caratterizzano la nostra epoca” (Deneen, op. cit., p. 25).

In conclusione, il liberalismo ha fallito? Possiamo scoprire la risposta analizzando la sua fine in politica, economia, educazione, tecnologia. In particolare con quest’ultima in mano alle Big Tech schierate con Trump, rischiamo di perdere la libertà? Si sta formando una nuova aristocrazia attraverso la legge del più forte? Di certo osserviamo il degrado della cittadinanza con oltre la metà degli elettori che non partecipano al voto ed alla vita pubblica.

Quale sarà il destino della libertà dopo il liberalismo?
Paradossalmente il liberalismo ha fallito perché ha avuto successo. Quando esso si realizza compiutamente manifesta infatti le sue patologie endemiche. La più grave è  la perdita di fiducia dei cittadini verso le istituzioni. È una crisi di legittimazione complessa ovvero una policrisi.  Avremo un liberalismo imposto per decreto in uno Stato amministrativo gestito da una minoranza, a favore di una nuova oligarchia oppure l’instabilità sociale, economica e politica potrebbe condurci verso un nuovo regime. Il rischio è quello di avere varie forme di autocrazie elettive ovvero di autoritarismo nazionalista populista. Sono risposte prevedibili alla paura e alla rabbia di una cittadinanza profondamente delusa. Tuttavia occorre immaginare un’alternativa umanitaria post- liberale. Dopo il liberalismo dovremo certamente evitare di tornare all’ età neoliberale. Sarà necessario superare le ideologie, compresa quella liberale. Ciò che è auspicabile è che alla fine di un periodo turbolento emerga una migliore teoria della politica e della società. Possiamo prevedere una pratica post-liberale fondata su una nuova visione. Esistono già esempi concreti di modi di vivere alternativi al mondo freddo e burocratizzato del liberalismo. “Lo sviluppo di pratiche di cura, pazienza, umiltà, riverenza, rispetto e modestia sono riscontrabili anche tra le persone che non hanno una particolare credenza religiosa…”. Tali sforzi dovrebbero concentrarsi sulla costruzione di pratiche che sostengano la cultura all’interno delle comunità, sulla produzione dell’economia domestica e della “condivisione, o di forme di autogoverno che nascano dalla partecipazione civica condivisa. Tutte queste pratiche hanno origine in contesti locali che resistono all’astrazione e alla depersonalizzazione liberalismo” (op. cit. p. 227 – 228). Si manifesta una vera e propria “contro-anticultura” con la diffusione di pratiche economiche per superare il consumismo e lo spreco. Possiamo osservare inoltre forme di vero e proprio autogoverno locale, come ad esempio in Italia con i Patti per una Amministrazione condivisa tra Comuni ed Enti del Terzo Settore. Si tratta di forme di democrazia partecipativa fondate sul paradigma relazionale, sulla socievolezza, sulla capacità di andare oltre il proprio ristretto interesse personale a favore del bene comune. Sono pratiche necessarie visto il fallimento dell’ordine liberale. È presto per definire una nuova teoria politica ma, dopo cinquecento anni il campo è libero per sperimentare nuovi modi di vivere meglio. Oggi possiamo immaginare e iniziare a realizzare la libertà dopo il liberalismo-liberismo.


FonteImmagine generata con AI
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Silvio Minnetti, già docente di Diritto ed Economia politica negli Istituti superiori, già Dirigente scolastico e docente a contratto di Discipline economiche e di Metodologie e tecniche dell’insegnamento presso Unimc, è stato Presidente nazionale del Movimento politico per l’unità, espressione del Movimento dei Focolari. Collabora da tempo con Città Nuova curando la Rubrica “Ripensare il pensiero. Il paradigma della complessità per rigenerare la politica”. Attraverso tale rubrica sta collegando tra loro diversi centri culturali, docenti universitari, pensatori come Mauro Ceruti, Mario Castellana, Daniel Innerarity, Alberto Felice De Toni ed altri al fine di diffondere il pensiero complesso anche in politica, alla luce della crisi della democrazia.

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