
«E quando eri una parola silenziosa sulle labbra frementi della Vita, anch’io ero là, un’altra parola silenziosa»
(Kahlil Gibran)
Ho partecipato in settimana a Didacta, la celebre fiera nazionale dell’istruzione che questa volta si è tenuta in quel di Lanciano.
Come sempre, ho trovato idee stimolanti, workshop interessanti, venditori assillanti. Uno di loro mi ha seguito per più di cinquanta metri, dopo che gli avevo già detto che mi stavo recando altrove, per pregarmi di fermarmi al suo stand. Non aggiungo altro.
Poi, durante un seminario, ho scoperto un’interpretazione di un adagio latino che mai avevo letto in quel modo…
Verba volant, scripta manent: l’ho sempre tradotto ai miei alunni con qualcosa del tipo: «Le parole volano, le cose scritte rimangono», intendendo che ci si può fidare di un impegno solo quando è “nero su bianco”, perché delle “sole parole” non ci si può fidare.
Come cantava Mina? Parole, parole, parole…
Appunto.
E invece no.
Quel prof, di cui, mi scuso, ora mi sfugge il nome, ci ha proposto una lettura sorprendente del detto, quasi rovesciata rispetto a quella con cui siamo abituati a intenderlo: le parole, finché sono nell’aria, sono vive, animate, leggere, capaci di volare e di produrre significato, in continuo divenire. Quelle sulla carta, invece, sono congelate, rattrappite, stereotipate, ingabbiate.
Non l’avevo mai pensato. E mi è piaciuto sentirmi spiazzato.
Ho ripensato al potere delle parole che pronunciamo e di quelle che accogliamo. Ho pensato a quanta vita scorra in una storia che ci scambiamo, in una passeggiata di parole, in un incontro tra amici o tra amanti. E ne sono rimasto meravigliato.
Dovremmo forse voler più bene alle parole. Conoscerle, per imparare a sceglierle. Amarle, per saperle donare con maggiore consapevolezza. Scoprirle, per scoprirci sempre più ricchi.
Un’amica, giorni fa, mi ha anche regalato un libro diventato celebre e tradotto in molte lingue: Lost in Translation, di Ella Frances Sanders.
Ho subito cominciato a sfogliarlo e le prime due parole che, da quel libro, voglio donare a te sono: komorebi, giapponese, e mångata, svedese.
La prima parla della luce che filtra attraverso i rami del bosco, anche quando sono così fitti da farti avere paura del buio. Anche allora, la luce filtra.
La seconda indica il sentiero di luce che il riflesso della luna disegna sul mare. Ora, sarà pur vero che in passato c’è stato chi ha provato a camminare sulle acque, e non credo che sia un’esperienza alla nostra portata. Ma è così bella l’idea di trovare una strada anche quando è notte fonda, sei solo in mezzo al mare e l’unica luce che ti guida è quella flebile e argentea della luna.
Della serie: c’è sempre abbastanza luce per chi vuol vedere.
E ci saranno sempre parole vive e luminose per chi vorrà cercarle, donarle e ascoltarle.
Concludo.
In giorni in cui sento adulti parlar male di giovani che levano alta la loro voce di protesta, mi viene incontro una poesia di Ryszard Kapuscinski, giornalista, scrittore e poeta polacco, reporter di guerra.
La poesia si intitola Trovare la parola giusta.
Finisce così:
trovare parole ali
che permettano di sollevarsi almeno
di un millimetro su tutto questo.



























