
Nella silloge di Monica Fornelli il cielo diventa spazio interiore: sogno, libertà, memoria e resilienza compongono una poesia intensamente visiva, che cerca nella leggerezza non una fuga dalla vita, ma un modo diverso di attraversarla
Nelle Sinestesie emozionali di Monica Fornelli incontriamo di continuo un verbo “leggero”: volare.
Si vola tra nuvole, aurore e firmamenti; si vola attraverso il sogno e la memoria; volano gli albatri e le aquile, gli aquiloni e le farfalle, gli innamorati di Chagall e le figure antiche del mito. Persino quando il volo non viene nominato, qualcosa tende verso l’alto. È come se la gravità, in questo libro, non fosse una legge fisica ma una condizione esistenziale contro la quale la poesia tenta continuamente di ribellarsi.
È la stessa autrice a consegnarci questa chiave interpretativa nelle pagine introduttive, quando definisce il volo un’occasione per «evadere» e immergersi negli anfratti delle proprie «sinestesie emozionali». Ma l’evasione di Monica Fornelli non sembra coincidere con una rinuncia alla realtà. È piuttosto ricerca di uno sguardo capace di attraversarla e superarla: ritrovare, oltre «le ingenuità e gli inciampi della vita», la parte più autentica e resiliente di sé.
Sta qui, probabilmente, la tensione fondamentale dell’intera silloge: la terra trattiene, il cielo libera.
Lo si comprende già in Sorridere all’aurora. Il soggetto poetico si immerge nei desideri con «l’ardore di un naufrago», ma proprio nel momento dell’affanno compaiono gli albatri a regalargli ali. Il movimento è paradigmatico: caduta e risalita, smarrimento e ricerca, ferita e rinascita. La poesia di Monica Fornelli abita continuamente questo confine.
Il sogno non è fuga
Cielo, azzurro, nuvole, stelle, aurora: il lessico della raccolta potrebbe a prima vista suggerire una poesia programmaticamente consolatoria. Sarebbe tuttavia una lettura riduttiva.
Dietro la leggerezza si intravede continuamente un peso.
In Sogna, ancora, chi dovrebbe ricevere «ali di sogno» è infatti qualcuno rimasto «incagliato» nell’inquietudine. E una delle immagini più interessanti arriva poco dopo:«Credere è il verbo del possibile». Il sogno assume allora una funzione precisa. Non serve a negare ciò che fa soffrire, ma a impedire che la sofferenza diventi l’unico orizzonte possibile dell’esistenza.
Anche Il mio abisso dorato si sviluppa attraverso un’opposizione potentemente cromatica. Da un lato la «nera pegola» che avvinghia, dall’altro i riverberi dorati e infine la trasformazione dell’io in lucciola che si dirige verso l’iride e l’acqua. Ancora una volta non viene cancellato l’abisso: lo si illumina.
Questa distinzione è importante per comprendere la poetica di Monica Fornelli. La speranza non coincide con l’ingenuità di chi ignora le ombre, ma con la decisione di cercare ancora una possibilità dentro di esse.
Una poesia da vedere
Sinestesie emozionali è già nel titolo una dichiarazione poetica.
La parola tende infatti continuamente a sconfinare negli altri sensi. I colori producono sensazioni, le nuvole diventano musica, il cielo assume consistenze materiali, la luce può essere quasi bevuta, respirata, attraversata.
In Nido astrale l’io poetico si «abbevera» di cielo, inspira «germogli di stelle» e ascolta «arpe nembose». In Dipingendo il cielo il firmamento diventa invece una tela attraversata da blu cobalto, porpora, oro e rugiada, fino alla metamorfosi dell’io in un passerotto.
È una poesia fortemente cromatica. Blu, azzurro, porpora, oro, iridescenze e trasparenze non svolgono una funzione esclusivamente ornamentale: costituiscono un secondo vocabolario. Il colore dice ciò che la parola, da sola, sembra non riuscire a dire.
Da qui acquista significato anche l’esperimento iniziale del calligramma. La disposizione tipografica delle parole spezza la linearità della lettura e tenta di trasformare la pagina in paesaggio. Non basta leggere il volo: occorre in qualche maniera vederlo.
Donne che riprendono il volo
A metà del viaggio il discorso diventa più esplicitamente femminile. Non casualmente una sezione porta il titolo Donne: anime salvifiche. L’autrice spiega nelle pagine introduttive di aver voluto rivolgere l’attenzione alla «resistenza inconsapevole delle donne» e alla capacità di superare i piccoli e grandi oltraggi subiti nel tempo.
Qui l’immagine del volo acquista una nuova forza.
In Vibri variopinta… la fragilità convive con la potenza, mentre la crisalide diviene emblema della capacità di trasformarsi. Ancora più esplicita è Talismano, dove alla donna viene rivolto un invito a mutare il dolore in forza e a liberarsi da un giogo che vorrebbe ridurla a «bestia ammansita». La conclusione è estremamente semplice e, proprio per questo, significativa: il posto della donna è accanto a chi la rispetta.
Non è una sezione estranea al resto della raccolta. Al contrario, porta alla luce ciò che le immagini precedenti lasciavano intuire: imparare a volare significa anche sottrarsi a ciò che vorrebbe definirci, imprigionarci o diminuirci.
Il volo più difficile: la madre
Poi improvvisamente il cielo cambia.
Accade in Madre, forse uno dei testi nei quali il motivo dominante della silloge acquista maggiore intensità. La persona amata «ha preso il volo», ma questa volta volare significa separarsi.
La simbologia costruita nelle pagine precedenti assume così una valenza differente. L’azzurro non è soltanto libertà: è lontananza. Il volo non è soltanto conquista: può essere perdita. E tuttavia la poesia tenta ancora una ricomposizione. La madre presta il proprio volto all’aurora, diventa «mite colomba» e ritorna attraverso le stelle che accompagnano la conclusione del testo.
Il cielo che prima consentiva all’io di fuggire diventa qui il luogo nel quale cercare chi non è più fisicamente vicino. È probabilmente in questa dialettica fra presenza e assenza che il simbolismo del volo si fa meno decorativo e più profondamente umano.
Quando il mito mette in discussione il sogno
Nella sezione dedicata ai miti accade qualcosa di ancora diverso.
Con Dedalo e Icaro, infatti, il libro introduce una necessaria ambiguità: volare non salva sempre.
Le ali costruite per conquistare la libertà possono diventare origine della tragedia; l’aspirazione può convertirsi in ambizione e il superamento del limite in superbia. In Icaro il sogno offre l’ebbrezza dell’onnipotenza ma termina nel tracollo.
È un passaggio importante perché costituisce quasi un contrappunto alla fiducia nel sogno espressa altrove. Non tutte le ali conducono alla libertà. Talvolta occorre comprendere anche il limite.
Con Hermes, invece, il volo appartiene alla comunicazione, al mistero e al destino. La raccolta comincia così ad allargare il proprio movimento dall’esperienza individuale verso una dimensione culturale e archetipica.
Il dialogo con poesia e pittura
Monica Fornelli dichiara apertamente le proprie suggestioni: richiama Baudelaire, Rimbaud e Mallarmé e nella raccolta compaiono testi in francese accompagnati dalla traduzione italiana. Il confronto con questa tradizione diventa occasione di sperimentazione linguistica intorno agli stessi temi che attraversano l’opera: partenza, visione, cielo, colore, sogno.
Ma la silloge guarda anche alla pittura. Gli innamorati di Chagall traduce in versi una delle immagini più riconoscibili dell’universo dell’artista: due figure che si sottraggono alla gravità e fluttuano sopra case e città. Per Monica Fornelli quel volo è allo stesso tempo mistico e sensuale e l’amore diventa ciò che protegge dagli «orrori» e dagli «oltraggi» del quotidiano.
Il riferimento è perfettamente coerente con il libro: ancora una volta la felicità non consiste nell’ignorare la realtà sottostante, ma nel trovare qualcosa capace di sollevarci sopra di essa senza cancellarla.
Dall’espansione all’essenziale
Il viaggio si conclude con una scelta formale quasi opposta a quella da cui era partito.
Dopo l’abbondanza cromatica delle liriche, dopo calligrammi, miti e sperimentazioni linguistiche, arrivano gli haiku. Sono dedicati a sei nuclei che l’autrice stessa indica come punti cardinali del proprio comporre: vivere, entusiasmarsi, fragilità, speranza, rinascita e resilienza.
È come se, dopo aver attraversato tanta vastità, la parola sentisse infine il bisogno di diminuire.
Il movimento della raccolta acquista così una forma quasi circolare. All’inizio c’è l’espansione, la necessità di liberarsi; alla fine c’è la concentrazione, il tentativo di racchiudere un’esperienza in pochi versi.
Eppure anche negli haiku ricompaiono aironi, voli, rondini e libellule. Il motivo iniziale non viene abbandonato: viene distillato.
La leggerezza come resistenza
Sinestesie emozionali non nasconde la propria vocazione lirica né il gusto per un lessico ricco, talvolta volutamente sovrabbondante, fatto di cromatismi, termini ricercati, metafore e aggettivazioni. È una poesia che preferisce l’accumulo alla sottrazione e che non teme di dichiarare apertamente sentimento e speranza.
Proprio questa abbondanza rappresenta insieme la cifra caratteristica e il rischio della scrittura di Monica Fornelli: nei momenti più riusciti genera immagini che si rincorrono e si contaminano secondo la logica sinestetica annunciata dal titolo; altrove l’intensità dell’aggettivazione tende a prevalere sull’essenzialità del verso. È però una caratteristica coerente con un libro che sceglie programmaticamente il colore, il movimento e l’espansione.
La chiave ultima della raccolta resta quella consegnata dall’autrice al lettore nelle parole introduttive:«munirvi di ali» e affrontare un viaggio che Monica Fornelli stessa definisce disordinato, libero, pieno di sorprese e persino felice.
Forse proprio quell’aggettivo, libero, conta più di tutti.
Perché nelle pagine di Sinestesie emozionali il volo non elimina il dolore, non restituisce ciò che abbiamo perduto e non ci preserva dalle cadute di Icaro. Ci ricorda però che l’essere umano conserva una facoltà irriducibile: immaginare un cielo anche quando i piedi sono ancora a terra.
E, qualche volta, è proprio da lì che comincia la rinascita.
























