Nel Bove di Carducci, la forza non ha bisogno di rumore: lavora, resiste e trova la sua misura nel divino silenzio verde

La pace è il vigore nel silenzio verde del Carducci

Due parole che sembrano litigare, e invece una senza l’altra non regge.

Vigore, dal latino “vigor” da “vigere”: essere vivo, verdeggiare, essere in forze.

Non è la forza che spinge e schiaccia, ma è il crescente vigore che arriva da dentro; è la linfa che sale nella pianta ad aprile anche se nessuno la innaffia; è l’alzarsi al mattino con la voglia di realizzare un programma.

Il vigore è fisico, mentale, è fiato, è tenuta di volontà a non arrendersi alla prima nebbia; è forza morale per dire una cosa scomoda perché è giusta.

Il vigore ha un difetto, però: se è solo diventa violenza. Vigore senza direzione diventa agitazione, isteria. I romani lo sapevano, per questo al vigore mettevano accanto la “virtus” che non è virtù, è misura.

Il vigore, se non lo usi, invecchia e diventa rimpianto.

Pace, dal latino “pax”, da “pacisci”: stringere un patto, fissare, legare. Non è assenza di guerra, ma un accordo che tiene.

La pace non è silenzio. Il cimitero è silenzioso, ma non è pace.

La pace è equilibrio attivo: due situazioni che si tengono è pace. Non è che non si litiga, ma è che il patto stabilito è più grande del litigio.

La pace è dentro quando smetti di fare la guerra a te stesso, per quello che non sei riuscito a realizzare.
La pace è fuori quando trovi un ritmo che puoi sostenere.
La pace con gli altri la trovi quando puoi star seduto insieme sulla stessa panchina senza dover nulla dimostrare.

La pace ha il suo difetto: se è sola diventa palude e senza vigore diventa pigrizia, compromesso del “lasciamo stare”. La pace del divano è quella che non ti fa più alzare.

Pace e vigore insieme sono la respirazione: vigore è inspirare mentre pace è espirare. Se inspiri solo, scoppi, mentre svieni se solo espiri.

T’amo, o pio bove; e mite un sentimento
Di vigore e di pace al cor m’infondi,
O che solenne come un monumento
Tu guardi i campi liberi e fecondi,

O che al giogo inchinandoti contento
L’agil opra de l’uom grave secondi:
Ei t’esorta e ti punge, e tu co ‘l lento
Giro de’ pazienti occhi rispondi.

Da la larga narice umida e nera
Fuma il tuo spirto, e come un inno lieto
Il mugghio nel sereno aer si perde;

E del grave occhio glauco entro l’austera
Dolcezza si rispecchia ampio e quieto
Il divino del pian silenzio verde.

Ti amo, o bue santo e buono, e mi metti nel cuore una sensazione dolce di forza e di pace, sia quando stai fermo, solenne come una statua, a guardare i campi aperti e fertili.

Qui è già tutto una poesia: non un animale, il bue, ma un monumento vivente.

Sia quando ti abbassi contento sotto il giogo e con la tua lentezza assecondi il lavoro veloce e nervoso dell’uomo: lui ti urla, ti punge col pungolo, e tu gli rispondi solo girando lentamente i tuoi occhi pazienti.

È il gran contrasto esistenziale tra l’uomo e l’animale: l’uomo agile, agitato, che deve esortare, pungendo il bue dolorosamente, mentre l’animale gravato dall’aratro e, dolente dal pungolo che lo incita e ferisce, non si offende.

Dalle tue larghe narici nere e umide esce il tuo fiato caldo che fuma nell’aria fredda, e il tuo muggito si allarga nel cielo sereno come un inno felice, al lavoro, come un canto in una chiesa pagana.

Il silenzio verde della pianura è riflesso dentro la severa dolcezza del tuo occhio grande, azzurrino,[glauco come gli occhi del bue maremmano] immenso, tranquillo, divino.

Il *silenzio del piano verde*:

Carducci lo chiama “divino” perché non è assenza. È la pianura che finalmente tace dopo il lavoro, che respira e invita il pensiero alla preghiera, pur considerando la laicità dell’A. E quel silenzio intero è compreso dentro un solo occhio del bue che si è fatto specchio e riflette il bucolico paesaggio.

In detto silenzio non c’è retorica, non ci sono preti, non ci sono professori. C’è solo un lavoro ben fatto. Opera dell’uomo con l’ausilio dell’animale: la pace e il vigore che si trovano insieme e parlano con la sublime voce del fare, della poesia.


FonteImmagine generata con AI
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Salvatore Memeo è nato a San Ferdinando di Puglia nel 1938. Si è diplomato in ragioneria, ma non ha mai praticato la professione. Ha scritto articoli di attualità su diversi giornali, sia in Italia che in Germania. Come poeta ha scritto e pubblicato tre libri con Levante Editori: La Bolgia, Il vento e la spiga, L’epilogo. A due mani, con un sacerdote di Bisceglie, don Francesco Dell’Orco, ha scritto due volumi: 366 Giorni con il Venerabile don Pasquale Uva (ed. Rotas) e Per conoscere Gesù e crescere nel discepolato (ed. La Nuova Mezzina). Su questi due ultimi libri ha curato solo la parte della poesia. Come scrittore ha pronto per la stampa diversi scritti tra i quali, due libri di novelle: Con gli occhi del senno e Non sperando il meglio… È stato Chef e Ristoratore in diversi Stati europei. Attualmente è in pensione e vive a San Ferdinando di Puglia.

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