«Non c’è popolo che sia più giusto degli Americani. Anche se sono costretti a fare una guerra, per cause di forza maggiore, s’intende, non la fanno mica perché conviene a loro. No! È perché ci sono ancora dei posti dove non c’è né giustizia, né libertà. E loro, eccola lì, pum! Te la portano. Sono portatori, gli Smericani. Sono portatori sani di democrazia. Nel senso che a loro non fa male, però te l’attaccano»

(Giorgio Gaber)

«Qui giace la specie umana che abitava in un pianeta chiamato Terra.

Mentivano spudoratamente.

Ornavano di fiori sia la gioia sia il dolore.

Tenevano in gabbia uccellini.

Arrivavano in ritardo agli appuntamenti.

Ridevano sovente.

Riposino in pace nel sonno eterno»

(Yukio Mishima da Stella meravigliosa)

Questi mondiali di calcio, che si stanno tenendo in questi giorni negli stadi di USA, Canada, Messico, in quanto Paesi organizzatori, saranno ricordati come i più strani, i più folli, i più incomprensibili di sempre.

Premetto che non sono una storica del Calcio, quello che una volta era il più bel gioco del Mondo, ma che ora risponde solo a logiche finanziarie ed economiche, a miliardi (e miliardari) in lizza, a diritti televisivi a pubblicità ultracostose.

E tuttavia, causa l’età anziana, ho ricordi in merito che risalgono, addirittura, ai mitici e gloriosi Mondiali di Messico ‘70. A quel famoso Italia-Germania 4-3, col gol decisivo di Gianni Rivera, campione che ho molto amato in età infantile e adolescenziale.

Ricordo con vividezza, ed ancora oggi brivido d’emozione, il “campioni del mondo” ripetuto tre volte dalla straordinaria, calda e discreta voce di Nando Martellini, che comunicava ai telespettatori il suo forte sentimento di gioia nel momento in cui l’Italia, rifilando un 3-1 superbo alla Germania Ovest ( “miracolo” del muro di Berlino) si laureava per la terza volta come la squadra in cima al mondo, accomunandosi a Nicolò Carosio, primo grande radiocronista, che aveva raccontato dai canali radiofonici dell’EIAR, le vittorie italiane ai mondiali del 1934 e del 1938.

Ricordo, altresì, la vittoria italiana ai mondiali del 2006.

Poi è cominciata la penosa china della nostra Nazionale che non partecipa ad un mondiale dal 2014, dove, peraltro, rimediò una pessima figura.

Ma non è certamente questo che rende questi mondiali i più pazzi di sempre.

Questi mondiali, anzitutto, presentano, sotto un profilo delle regole, quella, assai “bizzarra”, di far giocare ben 48 squadre, divise in 12 gironi, con diritto alla qualificazione per le prime due di ciascuno di essi, nonché delle migliori 8 terze (su dodici), secondo criteri discutibili e un tantino macchinosi. Risultato: una pletora di squadre che passeranno il turno e un numero di partite sempre maggiore, spesso giocate con temperature estreme e in orari proibitivi.

E tutto questo per il “dio denaro”, ovvero diritti televisivi, pubblicità, vendita di biglietti per vedere gli incontri allo stadio e quant’altro …

A danno del bel gioco e delle emozioni sportive.

E poi c’è tutto il resto, ovvero l’aspetto politico e di ordine pubblico legato a questa edizione, decisamente condizionata a marchio di fuoco da Trump e la sua amministrazione xenofoba.

Giusto per ricordare: escluso dal mondiale Omar Artan, arbitro somalo, considerato il più bravo fischietto africano, “per una presunta associazione con membri di organizzazioni terroristiche”. Fermato all’aeroporto di Miami, Florida, pur munito di visto valido, è stato interrogato per 11 ore e poi rispedito a casa.

Troppo nero, forse, per i padroni di casa (ricordiamo quando Trump disse che non capiva perché negli USA arrivassero somali, eritrei, mai svedesi o norvegesi … Ma tant’è …).

Ayman Hussein, forse il più famoso giocatore iracheno, interrogato per 7 ore e perquisito con minuzia, come un delinquente qualsiasi e Tala Salah, fotografo ufficiale della stessa Nazionale asiatica, ispezionato e rispedito indietro.

Il nostro Fabio Cannavaro, attualmente ct dell’Uzbekistan, trattato con la delicatezza di un elefante, sottoposto al controllo da cani antidroga e perquisito con esagerata cura, come un narcotrafficante, all’ingresso dello stadio (a proposito, ministro Tajani, niente da dire a tutela di un illustre cittadino italiano, campione del mondo nel ricordato 2006?).

Giocatori come Koulibaly e Sadio Mané sottoposti all’umiliazione di sedersi, appena scesi dalla scaletta dell’aereo, per essere perquisiti en plain air.

Ma soprattutto l’infame trattamento riservato ai giocatori della squadra dell’Iran, costretti, pur dovendo giocare le tre partite della prima fase in territorio USA, a soggiornare in Messico e a godere (si fa per dire) solo di un permesso di 24 ore di permanenza sul territorio statunitense, partita compresa. Ragion per cui questi atleti sono costretti ad arrivare un giorno prima della partita e a lasciare il suolo yankee subito dopo la fine della gara, in fretta e furia, come carbonari complottardi. A detrimento della loro dignità personale e della resa sportiva durante le gare. E questo anche dopo l’accordo firmato tra USA e Iran per porre fine alla guerra scatenata dal bullo biondo con l’amico Bibi, contro un Paese sovrano. Guerra che peraltro, checché ne dica Trump, è stata persa dalla prima (per quanto ancora?) potenza del pianeta (che non ne vince più una dai tempi della seconda guerra mondiale).

Manco Hitler, ai tempi delle Olimpiadi di Berlino del 1936 aveva osato tanto, lui che era un dittatore “reo confesso” e che considerava gli esseri umani, ad eccezione degli ariani, razze inferiori. Ma che però si complimentò col grande atleta nero statunitense Jesse Owens per le sue eccellenti gesta sportive (quattro ori vinti) regalandogli una sua “crosta” (il fuhrer si dilettava di pittura dipingendo acquerelli).

E pensare che Trump è Presidente di una democrazia!

Da ultimo una piccola curiosa annotazione.

In questo mondiale è stata introdotto il così detto “hydration break”, nuova regola che interrompe per pochi minuti la gara nel primo e nel secondo tempo (circa a metà) per tutelare la salute dei giocatori e permettere loro, e al terreno di gioco, di idratarsi (in realtà si guadagna tempo per spot pubblicitari televisivi che valgono miliardi).

E a questo proposito dal web questa considerazione: «Si arriva all’assurdo degli “hydration break” anche durante Ghana-Panama, giocata a Vancouver sotto la pioggia. Davvero una pagliacciata!».

Sante parole!


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