
Ci sono sere in cui il teatro comincia prima che si alzi il sipario.
Comincia nel silenzio della campagna, nelle zolle aride che riverberano l’ultima luce, nello sguardo che inevitabilmente cerca Castel del Monte mentre il giorno cede lentamente alla sera.
Alla Masseria Sei Carri, ai piedi del Castello, accade proprio questo. Il pubblico non entra semplicemente in un luogo dove assistere a uno spettacolo: entra in un paesaggio. E il paesaggio, quasi senza farsi notare, entra a sua volta nel teatro.
È una delle magie di Fuori dai Mondi: mettere in relazione le storie degli uomini con un luogo che, da secoli, sembra fatto per custodire e testimoniare storie che segnano e insegnano.
Per comprendere le radici di questa visione, ho colto l’opportunità di rivolgere qualche domanda al regista Giampiero Borgia.
Dall’anno zero, nel 2025, all’anno uno dell’edizione 2026: com’è nato il progetto Fuori dai Mondi?
«Se dovessi scegliere una sola parola per spiegarlo, direi Castel del Monte. Come compagnia itinerante di produzione portiamo i nostri lavori in tutta Italia, ma assai poco nelle nostre lande. Cercavamo un posto per un festival monografico di restituzione al territorio e, girando per le campagne, siamo capitati sotto il Castello. Come spesso accade, è stato lui a comandare e a dirci: “Il festival dovete farlo qui”. Il titolo Fuori dai Mondi rispecchia l’identità della compagnia, che si occupa di margini e di un teatro fuori dalle modalità canoniche. Non c’è alcuna intenzione critica verso altre realtà: crediamo semplicemente di dover cercare un greto rugoso da solcare, un torrente controcorrente da risalire. Ad Andria esiste già un festival istituzionale e identitario come Castel dei Mondi; il nostro non vuole essere un titolo antagonista, ma di complemento, che definisce chi siamo noi senza giudicare gli altri».
Quattro spettacoli che toccano nodi scoperti della memoria e della società. Che filo conduttore li lega?
«È quello che proviamo a fare ogni giorno: conquistare il mondo. Siamo convinti che il teatro debba offrire un’esperienza “verticale” e ruvida, contrapposta a quella liscia e superficiale dello smartphone. Per questo ci occupiamo di Sacco e Vanzetti prima che scoppi la moda del centenario, o di Matteotti — un lavoro che ci accompagna già da quattro anni — così come delle morti in carcere, vicende sempre oscure e dolorose per le famiglie. E poi con Oliviero affrontiamo l’impatto del lavoro sociale sulle vite di chi lo esercita. È un mestiere usurante: ho svolto oltre cinquanta interviste a operatori sociali, riscontrando la parabola che il passare degli anni ha sulle loro convinzioni. Tra queste storie mi è capitato il caso eccezionale di un utente, Oliviero, e ho voluto raccontarlo».
Ci traccia un ritratto dei protagonisti in scena?
«In Vanzetti & Sacco, Raffaele Braia e Valerio Tambone hanno adottato la cifra dell’ironia sorridente, necessaria per una storia arcinota che, se percorsa nel solco della notorietà, rischia di addormentare. Bisognava riattivare il mito uscendo dalla retorica in cui cade certo teatro civile. Ne nasce un ribaltamento quasi beckettiano: due commedianti che cercano di sfuggire alla morte ineluttabile. Con A senza nome, Michela Diviccaro restituisce una storia personale e collettiva al tempo stesso: qualsiasi famiglia viva l’esperienza del carcere ha bisogno di racconti per ritrovare un senso. In Oliviero, infine, recito insieme a Riccardo Palmieri: io interpreto l’utente dell’housing sociale e lui l’operatore che si occupa di me. Tra loro nasce un’amicizia alla Quasi amici, ma ambientata tra gli ultimi di una periferia bergamasca anziché nel centro di Parigi. Su mia moglie Elena Cotugno, che interpreta la vicenda di Giacomo Matteotti, sta male che parli io… lascio che sia il palco a parlare per lei!».
Postilla
Ho avuto la fortuna di assistere a entrambi gli spettacoli e posso dire che, se le premesse del regista ne avevano tracciato la rotta, la prova scenica ha pienamente confermato l’eccellenza della proposta. Le due performance della prima giornata hanno mostrato una qualità artistica straordinaria, capace di dissolvere la distanza tra platea e palcoscenico e di trasformare il pubblico in una comunità di spettatori profondamente partecipe.
L’attenzione era così intensa e immersiva che neppure l’immancabile telefonino, lasciato impudentemente acceso, è riuscito a spezzare la magia di quella attenzione corale. Al termine di entrambe le performance, il pubblico ha risposto con una lunga, calorosa e autenticamente catartica standing ovation.
In Vanzetti & Sacco, Raffaele Braia e Valerio Tambone hanno regalato una prova d’attore memorabile, affrontando la tragedia con la grazia e la leggerezza di un sorriso sorpreso. La loro interpretazione ha incarnato alla perfezione l’intuizione che “gli innocenti sorridono sempre”, riuscendo a smontare la retorica per restituire pura umanità e profonda commozione alla vicenda dei due anarchici.
Di assoluta e rara intensità è stata poi la prova di Elena Cotugno in Giacomo. Con una bravura straordinaria e una passione viscerale, l’attrice ha prestato corpo, anima e voce ai verbali parlamentari di Matteotti, trasformando il documento storico in una testimonianza viva, vibrante e spiazzante per l’attualità dei suoi richiami democratici.
Per chi volesse immergersi in questo percorso, la rassegna prosegue con il secondo blocco di appuntamenti alla Masseria Sei Carri: sabato 29 agosto andranno in scena A senza nome, con Michela Diviccaro (ore 18.45) e Oliviero con Gianpiero Borgia e Riccardo Palmieri (ore 20.45). Entrambi gli spettacoli saranno poi replicati nella giornata di domenica 30 agosto con i medesimi orari, offrendo un’ulteriore occasione per lasciarsi interrogare da un teatro che non finisce quando si spengono le luci.
































