
Un’Italia che ha smarrito la bussola della dignità
C’è un rumore sordo, implacabile, che attraversa l’Italia come una falce invisibile e che pure continua a infrangersi contro il muro di un’indifferenza assordante. È il rumore delle vite spezzate nei cantieri, nelle fabbriche, sui binari, nei campi sotto un sole implacabile. Si muore per il pane. Si esce di casa di mattina presto con la promessa di tornare la sera e si finisce per diventare un numero in un bollettino di guerra che fa notizia per ventiquattro ore, giusto il tempo di consumare lo sdegno digitale, prima di essere inghiottito dal rumore di fondo della cronaca mediatica.
Mentre il Paese continua a contare i suoi morti bianchi, il palazzo della politica sembra abitare un pianeta parallelo, immune alla gravità della realtà. C’è chi sgobba per un pugno di euro l’ora, spesso senza tutele, in un precariato esistenziale che logora prima l’anima e poi il corpo. C’è una casta che discute di riforme autoreferenziali, di privilegi intoccabili, di vitalizi e di prebende, recitando la parte di una classe dirigente scollegata da tutto, tranne che dalla cura del proprio orticello di potere. Lo spettacolo di una politica che si autoassolve mentre il Paese affonda nella precarietà dei diritti è una ferita aperta nella coscienza Repubblicana.
Una mattanza silenziosa e la politica impietrita, commossa per dovere. Il lavoro una semplice merce di scambio e non il fondamento stesso della dignità umana e della cittadinanza democratica. La sicurezza sul lavoro sacrificata sull’altare della competitività selvaggia, del massimo ribasso, della deregolamentazione spinta. Cosa abbiamo? Una classe politica percepita come casta privilegiata. Individui che usano ipocritamente le istituzioni come trampolino per le proprie rendite di posizione.
Mi manca sapere che non abbiamo più un Sandro Pertini, il presidente partigiano, l’uomo che sapeva stringere le mani callose degli operai e guardare negli occhi i giovani con un affetto severo e paterno. Il suo volto si accenderebbe di sdegno. Pertini non avrebbe usato giri di parole. Avrebbe sbattuto i pugni sul tavolo per denunciare l’intollerabile cinismo di un Paese che si inchina di fronte al dio denaro e calpesta la Costituzione nata dalla Resistenza, L’Italia è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro, non sullo sfruttamento o sulla morte per incuria. Pertini avrebbe ricordato ai politici di oggi che le istituzioni non sono un feudo privato o un club esclusivo di privilegiati. Le Istituzioni sono al servizio dei deboli, di chi rischia la vita per tirare a campare. Avrebbe preteso giustizia per le famiglie delle vittime. Avrebbe voluto che lo Stato facesse sentire la sua presenza non con le condoglianze di rito affidate ai Social, bensì con la forza implacabile della legge, della prevenzione e della certezza della pena per chi viola le norme di sicurezza.
Cosa possiamo fare per curare il cancro dell’apatia politica e sociale? In Italia si continua a morire di fatica e di negligenza. È una barbarie legalizzata che si consuma nei silenzi complici di chi dovrebbe prevenire e invece si volta dall’altra parte. I padri di famiglia che scendono sottoterra o salgono su un’impalcatura con la paura nel cuore e la paga incerta. E i signori della politica, indaffarati a difendere i propri privilegi, distanti anni luce dal paese reale, sordi al lamento di chi non arriva alla fine del mese e spesso non arriva neppure alla fine del turno. Una nazione che accetta che il lavoro diventi un biglietto di sola andata per il cimitero, ha smarrito il senso della decenza. E chi governa se non sa dare risposte a questo stillicidio quotidiano, perde il diritto di chiamarsi Classe Dirigente.
Oggi l’Italia si trova a un bivio etico fondamentale. Continuare a tollerare che il pane quotidiano si guadagni rischiando la pelle, mentre una casta chiusa nei suoi recinti di immunità discute del nulla, significa accettare la lenta decomposizione della nostra democrazia. Finché moriremo per il lavoro, la nostra Repubblica rimarrà incompiuta. Tutti questi tragici avvenimenti consolidano la nostra attuale, inaccettabile sconfitta.























