
Un artista tutt’altro che in decadenza
Negli ultimi giorni, una domanda mi sorge spontanea: “Se Dio è ovunque, c’è anche in Marilyn Manson?”. Ho assistito con Giacomo al suo concerto in una gremita Fiera del Levante che inneggiava il suo nome, lui, il Reverendo del rock heavy metal, l’anticristo della musica che, caduto nel dimenticatoio, era tornato a far parlare di sé, come Lucifero dagli inferi, sul palcoscenico della musica mondiale.
Al netto della banalissima blasfemia e di uno show improntato su croci e fiamme, colui che mi sono ritrovato di fronte era un artista tutt’altro che in decadenza, tirato a lucido, dimagrito, un performer a tutto tondo con una voce potente come l’immagine che ha offerto ad un pubblico assetato di originalità.
Satana? Macché, pura e mera spettacolarizzazione di un prodotto che funziona in quanto diverso, diverso nell’outfit, nella pubblicità e, consentitemi, anche nel messaggio.
Certo, obietterete, quale messaggio può mai trasmettere un ragazzo, Brian, che ha scelto come pseudonimo la crasi fra Marilyn Monroe e l’assassino Charles Manson? La risposta sta proprio nell’ossimoro di questi due personaggi, è l’antitesi fra santità e profanazione, sono i trampoli simbolo del piedistallo della superbia umana, è la contraddizione in termini che la società di Marilyn Manson vive, combatte e racconta.
È la società americana che legge la Bibbia e nasconde fucili sotto il letto, esportando democrazia per fini bellici e petroliferi, è la società del social più che del socialismo, è l’apparenza che trionfa sull’essenza, ecco, il demonio che si impossessa delle nostre menti per costruire falsi miti e stupide ideologie.
Marilyn Manson è l’elemento disturbante, la scomodità che rifuggiamo per evitare riflessioni e autocritica, lo sprone a credere nell’unicità che sovrasta conflitti e divisioni, lo specchio di un malessere troppo grande per non abbandonarsi alla Fede.
Ce lo aveva descritto Paolo Sorrentino in “The Young Pope” (che Manson adora), ce lo aveva predetto Federico Fellini per una realtà onirica e utopistica, trattasi, appunto, di un non luogo per poter essere se stessi. Perché, in fondo, è la maschera l’unico strumento diabolico da rinnegare.























