
«Il vero compito dell’artista è quello di attivare le idee e di dare un calcio in culo alle coscienze»
(Gino Paoli)
Scrivere di Gino Paoli, scrivere per Gino Paoli, scrivere da Paolo su Paoli: non ci avrei mai pensato, mi è accaduto. Ed è andato in scena, nientemeno che al “Castel dei Mondi”.
Mi terrò le emozioni che non riesco a dire e quelle che è bene restino velate dal pudore. Terrò in serbo la gratitudine infinita per chi ha permesso che tutto questo accadesse. Chi deve sapere, sa.
Osserverò il silenzio anche su qualche ferita non prevista.
Libero, invece, una sola riflessione, suggeritami dalle reazioni di quanti hanno avuto la possibilità di vedere in scena la prima.
Raccolgo e restituisco alla rinfusa:
«Parlavi di Gino, ma in realtà stavi parlando di noi»;
«Le sue contraddizioni erano e sono le nostre»;
«Non è solo la storia di un grande cantante: è la storia di un uomo, di ogni uomo».
Ho pensato che, anche ad un autore per caso, come il sottoscritto, non potessero essere dette parole più belle.
Ho pensato all’arte.
Che è una cartina di tornasole sull’umanità.
Cosa fa sì che ci si possa rispecchiare nelle opere dei grandi, cosa le rende “classiche”, se non il fatto che siano universali? Capaci di dire tutto a tutti.
Che “Senza fine” ci sia riuscito non lo so: sono ancora troppo confuso e ancora mi chiedo se sia successo davvero.
Che Gino Paoli ci abbia dato uno spaccato di umanità, questo è certo e indiscutibile.
Sì.
Un artista diventa universale non perché è perfetto, ma perché è profondamente umano.
Perciò, grazie Gino.
Grazie per aver amato troppo, anche male e tardi.
Grazie per aver messo a nudo la tua fragilità.
Grazie persino per quella pallottola nel cuore: e grazie a Dio che si sia fermata lì, a un centimetro dal privarci troppo presto di te!
Grazie per la tua solitudine trasformata in voce generativa.
Per la ferita volta in canto.
Grazie per il tuo sapore di sale, per la tua gatta, per aver portato il cielo in una stanza, per le tue lunghe storie d’amore, per averci lasciato una canzone.
E poi per frammenti come questi:
«Mi guardo le spalle, perché non so mai che cosa aspettarmi dal passato»;
«L’amore è solo un’amicizia complicata dal sesso»;
«Mi sento provvisorio da sempre, ma vivo come se avessi dodici anni. Pianto alberi che sbocceranno tra dieci anni, faccio progetti. Non rinuncio a pensare al domani».
«Non credo affatto che tutto finisca con me. Perciò, mi batto per un mondo migliore di come l’ho trovato».
Ci chiedi cosa c’è?
C’è che ci siamo innamorati di te.
Perché sei come le storie più belle: senza fine.


























