Quando la natura non era soltanto ciò che circondava la casa, ma anche ciò che permetteva di costruirla

Il bohío di mia nonna Emilia era una casa semplice, costruita secondo il modo antico delle campagne cubane, quando la natura non era soltanto ciò che circondava la casa, ma anche ciò che permetteva di costruirla.

Il bohío aveva una struttura principalmente in legno. Per i sostegni principali si utilizzavano tronchi robusti e diritti, chiamati horcones, che venivano infissi nel terreno e formavano lo scheletro della casa. Per collegare i sostegni si usavano travi e pali più sottili, fissati tra loro con legature vegetali, fibre o altri sistemi semplici disponibili nella zona. Le pareti erano realizzate con tavole di legno e la guaina fibrosa che avvolge le foglie della palma reale. Il tetto era la parte più caratteristica, era stato costruito con una struttura inclinata di legno e ricoperto con il guano, cioè le grandi foglie della palma, disposte in strati sovrapposti per impedire alla pioggia di entrare.

La costruzione del bohío iniziava dalla scelta del terreno. Si delimitava lo spazio della casa e si stabilivano i punti dove sarebbero stati collocati i grandi pali portanti. Si scavavano le buche e vi si sistemavano gli horcones, che costituivano la struttura verticale. Poi venivano fissate le travi orizzontali, formando il perimetro e dando solidità alla costruzione. Successivamente si preparava l’intelaiatura del tetto, che doveva avere una buona inclinazione per permettere all’acqua delle forti piogge tropicali di scivolare rapidamente. Una volta pronta la struttura, si passava alle pareti. Le tavole, le fibre di palma. I materiali disponibili venivano fissati allo scheletro della casa. Infine arrivava il tetto: il guano veniva sistemato a strati, partendo dalla parte più bassa e procedendo verso il colmo, in modo che ogni strato coprisse quello sottostante. Era un lavoro che richiedeva esperienza, perché dalla corretta disposizione delle foglie dipendeva gran parte della protezione della casa dalla pioggia.

Quando penso al bohío di mia nonna Emilia, però, non penso soltanto ai tronchi, alle foglie e alle fibre vegetali. Penso alla vita che c’era intorno. Fuori dalla casa crescevano le piante che facevano parte della quotidianità della famiglia. Il cocco, per esempio, era una presenza preziosa. L’acqua del cocco giovane veniva bevuta per rinfrescarsi e, nella tradizione popolare, era considerata benefica anche per i reni. C’erano poi piante conosciute per i loro usi medicinali, alcune utilizzate per disturbi digestivi, altre per la pelle, altre ancora per gli occhi. Tra queste ricordo la vicaria, con i suoi fiori delicati. Nella tradizione cubana veniva utilizzata soprattutto esternamente per alcuni problemi degli occhi, compresa la congiuntivite. Per le verruche, invece, veniva utilizzato il lattice di determinate piante. Erano conoscenze che passavano dalle nonne alle figlie e che appartenevano alla vita quotidiana della campagna.Infatti, il bohío e le piante appartenevano allo stesso mondo. La casa nasceva dal legno e dalla palma; intorno alla casa crescevano le piante che fornivano alimento, ombra e, secondo la tradizione, rimedi.

Io quel mondo l’ho conosciuto da bambina. Ricordo soprattutto la prima casa di mia zia Miriam, quando si sposò. Anche quella fu costruita come un bohío e noi partecipammo tutti. Io ero l’unica bambina della famiglia. C’erano mio fratello, i miei cuginetti maschi e gli adulti. E c’era mio nonno Manuele. Ricordo mio nonno mentre tagliava i tronchi destinati alla struttura della casa. Noi bambini gli stavamo intorno, curiosi, cercando di aiutare come potevamo. Non avevamo la forza degli adulti, ma avevamo la voglia di esserci.

Prima si preparò il terreno. Poi furono sistemati i tronchi principali. Mio nonno e gli altri uomini lavoravano alla struttura, mentre noi osservavamo e imparavamo. Quando i pali furono al loro posto, vennero aggiunte le travi. La casa cominciava lentamente a prendere forma. Poi arrivò il momento di preparare il tetto e di sistemare il guano. Io ero piccola, ma ricordo quella sensazione: vedere qualcosa nascere davanti ai miei occhi.

All’inizio c’erano soltanto tronchi, pali e materiali raccolti dalla natura. Poi, attraverso il lavoro di tante mani, apparve una casa.

Oggi capisco che quella costruzione rappresentava molto più di un’abitazione. Rappresentava un modo di vivere in cui la famiglia lavorava insieme e il sapere veniva trasmesso attraverso l’esempio.

Mio nonno sapeva come scegliere un tronco, come sistemarlo e come costruire una struttura solida. Le donne conoscevano le piante e i loro usi tradizionali. Noi bambini guardavamo, aiutavamo e imparavamo. Nessuno ci faceva una lezione, ma la lezione era la vita stessa.

Per questo, quando penso al bohío cubano, vedo ancora mia nonna Emilia davanti alla sua casa, le piante intorno, le palme, la terra e quella semplicità che oggi sembra appartenere a un altro tempo. Poi vedo mio nonno Manuele con il tronco tra le mani, vedo noi bambini intorno a lui. E penso che una casa costruita con legno, palma, yagua e guano potesse contenere qualcosa di molto più resistente dei materiali con cui era fatta: la memoria di una famiglia.

D’estate, a Cuba, le giornate cominciavano presto. Prima ancora che il sole comparisse completamente all’orizzonte, si sentiva il canto del gallo. Era una voce che apparteneva alla campagna, un suono che entrava dalla finestra insieme all’aria del mattino e annunciava che un altro giorno stava iniziando.Io ero bambina e quelle mattine mi sembravano immense.

Nel bohío di nonna Emilia tutto cominciava lentamente. La casa si risvegliava con i rumori della famiglia, con i passi, con le voci e soprattutto con gli odori.

Il primo era quello del caffè, infatti, il caffè appena tostato aveva un profumo intenso, caldo, inconfondibile. Si spargeva per il bohío e sembrava impregnare le pareti, i mobili, le tende e perfino i vestiti. Bastava sentirlo per sapere che la giornata era cominciata. Poi c’era un altro profumo, quello della mariposa. La Hedychium coronarium, che a Cuba viene chiamata semplicemente mariposa, ha grandi fiori bianchi dalla forma delicata e un profumo dolce e intenso. È una pianta molto amata nelle case cubane e dai miei nonni il giardino era pieno di questi fiori. Quando la finestra era aperta, il profumo entrava in casa insieme alla brezza. Io lo ricordo ancora.

Quell’estate, però, c’era qualcosa che mi dava fastidio: avevo delle verruche sulle mani. Ero una bambina e ne avevo diverse, soprattutto tra le dita. Le guardavo continuamente e non mi piacevano. In quel mondo dove le piante erano conosciute quasi quanto le persone, naturalmente qualcuno sapeva già cosa fare. La pianta era la yagruma, Cecropia peltata era quella che faceva al caso mio, perché quando si incideva la pianta, fuoriusciva un lattice biancastro, una specie di latte vegetale, e nella medicina popolare cubana quel lattice era conosciuto proprio per l’uso contro le verruche. Quel liquido bianco e ricordo che veniva applicato sulle mie verruche e ricordo che con il passare del tempo, quelle verruche, cominciarono a seccarsi fino a scomparire.

Naturalmente allora non sapevo nulla della composizione chimica della yagruma. Non sapevo perché quel lattice venisse utilizzato e non sapevo distinguere tra ciò che apparteneva alla tradizione popolare e ciò che oggi chiameremmo una terapia scientificamente dimostrata.

Sapevo soltanto che quella era la pianta che gli adulti conoscevano, e per me aveva funzionato.Ma per le verruche esisteva anche un’altra tradizione. Ricordo una donna che veniva chiamata quando qualcuno aveva bisogno di essere curato. Non era una dottoressa nel senso che diamo oggi a questa parola. Era una donna conosciuta nella comunità per le sue conoscenze, per le sue preghiere e per quei rituali che gli altri non sapevano fare. La chiamavano  curandera e la gente diceva che aveva una particolare gracia, un dono, una forza che le permetteva di curare. Conosceva le piante, ma conosceva anche le parole, le preghiere e i gesti rituali. Quando arrivava, tutti le prestavano attenzione, anche noi bambini capivamo che quella non era una visita come le altre.

Per le verruche esistevano rituali nei quali poteva essere utilizzata anche una moneta. La moneta diventava parte del gesto simbolico, veniva fatta passare sulla verruca, accompagnata da una preghiera o da parole che soltanto la donna conosceva, e poi il rito continuava secondo una tradizione che veniva custodita gelosamente. E la cosa più importante era che quella donna veniva chiamata perché le persone si fidavano di lei.

Una volta la chiamarono per mio cugino.Aveva una forte dissenteria ed era molto piccolo. In famiglia c’era preoccupazione. La donna arrivò, lo guardò, pregò e fece ciò che conosceva. Preparò il suo rimedio e si occupò del bambino secondo la sua esperienza. Nella memoria della famiglia, mio cugino guarì.

Senza dubbio quello era un mondo diverso da quello in cui viviamo oggi. Un mondo nel quale la nonna poteva conoscere una pianta per la febbre, qualcuno conoscere un’erba per lo stomaco e una curandera sapere una preghiera per un male che gli altri non sapevano spiegare. E tutto questo accadeva intorno al bohío. La casa era lì, immersa nella campagna, fuori c’erano le piante e dentro c’era la famiglia.


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