«Il mio amore si nutre del tuo amore»

(Pablo Neruda)

Pablo Neruda e i suoi versi scritti per l’eternità.

In una delle sue poesie più celebri, immagina la possibilità di essere dimenticato. Non dall’umanità, non dai posteri. Da una sola persona. Da quella che ama.

E pronuncia una frase che suona quasi scandalosa alle nostre orecchie, educate all’idea che l’amore debba resistere a tutto, tutto sopportare, tutto perdonare.

Se tu mi dimentichi, anch’io ti dimenticherò: detta così sembra una minaccia. In realtà, è una professione di dignità, capace di illuminare il senso delle relazioni, non solo quelle abitate dall’amore romantico che ispira versi e canzoni.

Il mio pensiero va a tutte quelle relazioni che sopravvivono soltanto se vengono alimentate da entrambe le parti. Perché in tempi di iperconnessione, like e visualizzazioni, la solitudine non è sconfitta: è aumentata.

E perché le relazioni autentiche funzionano ancora come funzionavano mille anni fa: hanno bisogno di cura e reciprocità.

Nessuna amicizia resiste se uno solo telefona.

Nessun amore resiste se uno solo aspetta.

Nessuna comunità cresce se uno solo si prende cura degli altri.

È una verità che vale ovunque. E che alla vigilia di un nuovo anno scolastico sento particolarmente vicina. Perché anche la Scuola vive della stessa legge discreta che governa ogni umana relazione.

La Scuola (S maiuscola…) è fatta di incontri, di corrispondenze. Un insegnante può preparare la lezione più bella del mondo, ma quella lezione prende vita soltanto quando trova occhi che ascoltano, domande che rispondono, curiosità che si accendono.

È il mistero più semplice e più difficile dell’educazione: nulla accade davvero da soli, nulla dura se privo di cura.

Forse è per questo che i versi di Neruda continuano a parlarci. Perché ci ricordano che la fedeltà non è ostinazione. Non è restare aggrappati a qualcuno che non c’è più. Non è consumarsi nella speranza che un giorno l’altro si accorga del nostro sacrificio.

La fedeltà è custodire il fuoco finché dall’altra parte qualcuno lo alimenta.

E quando questo non accade più, avere il coraggio di lasciare andare.

Non per rancore.

Per rispetto di sé e degli altri.

Ci insegnano spesso come conservare le cose. Molto meno come congedarci da ciò che è finito. Eppure crescere significa anche questo: riconoscere che alcune persone, alcuni progetti, persino alcuni sogni, hanno esaurito il loro tempo.

Non tutto ciò che si perde è una sconfitta.

A volte è semplicemente la vita che cambia direzione.

Forse, allora, il cuore della poesia non sta nella minaccia dell’oblio, ma nella promessa che la conclude. Finché l’altro continuerà a cercarti, dice Neruda, il fuoco resterà acceso.

È una bellissima immagine.

Le relazioni non vivono grazie al passato.

Vivono grazie a un presente continuamente rinnovato.

Ogni giorno.

Ogni ora.

Ad ogni gesto.

Forse l’amore, l’amicizia, la Scuola, perfino la cittadinanza, funzionano così: non come un contratto firmato una volta per tutte, ma come una scelta che deve essere confermata continuamente.

Anche perché a Scuola non si può lasciar andar via proprio nessuno: a Scuola, tocca prendersi cura di tutti! E di chi si perde siamo tutti responsabili.

E allora il vero contrario dell’amore non è l’odio.

È la dimenticanza. È lasciare qualcuno indietro.

Perché ciò che smettiamo di curare, lentamente, smette anche di vivere.

Che sia vivo e “curatoso” il nuovo anno: in tutte e ciascuna delle nostre Comunità Educanti.

«Voglio che tu sappia
una cosa.

Tu sai com’è questo:
se guardo
la luna di cristallo, il ramo rosso
del lento autunno alla mia finestra,
se tocco
vicino al fuoco
l’impalpabile cenere
o il rugoso corpo della legna,
tutto mi conduce a te;
come se ciò che esiste,
aromi, luce, metalli,
fossero piccole navi che vanno
verso le tue isole che m’attendono.

Orbene,
se a poco a poco cessi di amarmi
cesserò d’amarti poco a poco.

Se d’improvviso
mi dimentichi,
non cercarmi,
che già ti avrò dimenticata.

Se consideri lungo e pazzo
il vento di bandiere
che passa per la mia vita
e ti decidi
a lasciarmi alla riva
del cuore in cui affondo le radici,
pensa
che in quel giorno,
in quell’ora,
leverò in alto le braccia
e le mie radici usciranno
a cercare altra terra.

Ma
se ogni giorno,
ogni ora
senti che a me sei destinata
con dolcezza implacabile.
Se ogni giorno sale
alle tue labbra un fiore a cercarmi,
ahi, amor mio, ahi mia,
in me tutto quel fuoco si ripete,
in me nulla si spegne né si dimentica,
il mio amore si nutre del tuo amore, amata,
e finché tu vivrai starà tra le tue braccia
senza uscire dalle mie»

(Pablo Neruda).


FonteImmagine di copertina generata con AI
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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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