Sinapsi sociali, biologia delle emozioni e trasformazione della persona

Se dovessi sintetizzare in una sola immagine il significato profondo della gentilezza, direi che essa assomiglia a una sorgente. Non è semplicemente una virtù tra le altre, ma è la fonte da cui molte virtù prendono forma. La sincerità è gentilezza nella verità, la pazienza è gentilezza nel tempo, la generosità è gentilezza nel dare, il perdono è gentilezza verso le ferite, la compassione è gentilezza che incontra la sofferenza, l’ascolto è gentilezza che si fa presenza e la gratitudine è gentilezza che ritorna.

Quando osserviamo le grandi qualità umane che rendono possibile la convivenza e la cura, scopriamo che quasi tutte condividono una stessa radice: il riconoscimento del valore dell’altro. La gentilezza è precisamente questo riconoscimento, non è un comportamento superficiale. È un modo di percepire il mondo, una forma di coscienza relazionale. Per questo motivo Piero Ferrucci, nel suo straordinario libro La forza della gentilezza, la descrive non come una debolezza sentimentale ma come una forza capace di trasformare la vita delle persone e delle comunità. Ferrucci scrive che la gentilezza è una delle qualità più sottovalutate della nostra epoca, eppure tutti sappiamo, per esperienza diretta, quanto essa possa incidere sulla nostra vita. A tutti piace essere ascoltati, sentirsi accolti, essere trattati con calore e simpatia. A tutti piace sentirsi capiti, sentirsi nutriti nella propria dignità. Quando questo accade, qualcosa dentro di noi si rilassa e la mente smette di difendersi, contemporaneamente il corpo riduce la tensione e l’anima si sente finalmente vista.

La gentilezza produce una forma di nutrimento invisibile ma essenziale. Forse proprio per questo possiamo affermare che la gentilezza salva la vita, e non in senso poetico soltanto ma anche in senso biologico. Le neuroscienze contemporanee ci stanno mostrando che l’essere umano è costruito per la relazione. Il nostro cervello non è un organo isolato, è un organo sociale. Nasce, cresce e si sviluppa all’interno delle relazioni. Lo psicologo Daniel Siegel parla di “mente relazionale”, sottolineando come i processi mentali emergano continuamente dall’interazione tra cervello, corpo e relazioni. Le neuroscienze sociali hanno introdotto una metafora estremamente potente: quella delle “sinapsi sociali”. Così come due neuroni comunicano attraverso una sinapsi biologica, due esseri umani comunicano attraverso una sorta di sinapsi relazionale. Ogni sguardo, parola, tono di voce, gesto di accoglienza e manifestazione di cura, attraversa quello spazio invisibile che separa due persone e modifica entrambi. Nessun incontro umano è neutrale, ogni incontro lascia tracce e ogni relazione plasma il cervello. Il gesto gentile modifica la biologia di chi lo riceve e di chi lo offre: quando ci sentiamo accolti e al sicuro, entra in gioco l’amigdala, che è una piccola struttura del cervello a forma di mandorla, situata in profondità nei lobi temporali, una per ciascun emisfero cerebrale. Fa parte del sistema limbico, la rete cerebrale coinvolta nelle emozioni, nella memoria e nella motivazione. La sua funzione principale è quella di agire come un “rilevatore di significato emotivo e di pericolo”. Riduce la sua attività difensiva: la corteccia prefrontale, che si trova nella parte anteriore del cervello, subito dietro la fronte, ed è la regione più evoluta della corteccia cerebrale e regola il comportamento, il controllo degli impulsi, il ragionamento, la pianificazione, il processo decisionale, l’empatia e la regolazione delle emozioni, lavora meglio e il sistema nervoso autonomo, che controlla automaticamente le funzioni vitali involontarie come battito cardiaco, respirazione, pressione arteriosa e digestione, entra in una modalità di regolazione. Così l’asse dello stress rallenta: i livelli di cortisolo, prodotto dalle ghiandole surrenali, in particolare dalla corteccia surrenale, situata sopra ciascun rene, diminuiscono e aumentano invece serotonina, prodotta principalmente nell’intestino, circa il 90%, dalle cellule enteroendocrine e, in quantità minore, nel cervello, soprattutto nei nuclei del rafe del tronco encefalico e regola umore, benessere, sonno, appetito e stabilità emotiva; dopamina, prodotta principalmente in alcune aree profonde del cervello, soprattutto nella sostanza nera e nell’area tegmentale ventrale, che favorisce la sensazione di soddisfazione e incentiva a ripetere comportamenti percepiti come positivi e ossitocina, prodotta dall’ipotalamo e rilasciata nel sangue dalla neuroipofisi, che favorisce legame affettivo, fiducia, attaccamento, riduce lo stress. L’ossitocina, poi, spesso è definita “ormone del legame”, svolge un ruolo straordinario, perché aumenta la fiducia, riduce la percezione della minaccia, facilita l’attaccamento, favorisce la cooperazione e migliora la qualità delle relazioni. In altre parole, la gentilezza produce sicurezza biologica. E quando il cervello percepisce sicurezza, l’organismo smette di prepararsi alla guerra e può tornare a investire energia nella crescita, nella guarigione e nella creatività. Questo è uno dei grandi insegnamenti della Teoria Polivagale di Stephen Porges. Secondo questa prospettiva, il nostro sistema nervoso possiede circuiti specificamente progettati per la connessione sociale. Quando percepiamo volti amichevoli, voci rassicuranti e presenza empatica, si attiva il sistema vagale ventrale, che è una componente del nervo vago, decimo nervo cranico, che origina nel tronco encefalico, regola stati di calma, sicurezza e connessione sociale, favorisce rilassamento. E’ la piattaforma neurobiologica della sicurezza, che non è una singola struttura, ma un insieme integrato di sistemi cerebrali e corporei che generano la sensazione di essere al sicuro.

La gentilezza, quindi, non è soltanto una qualità morale, ma un segnale neurofisiologico, che comunica al cervello: “Puoi rilassarti. Non sei solo. Qui sei al sicuro”. E forse non esiste medicina più antica di questa.

La ricerca scientifica mostra inoltre che le persone che coltivano stati mentali positivi come la compassione, la gratitudine e la gentilezza presentano livelli più bassi di infiammazione cronica, una migliore regolazione immunitaria e una maggiore resilienza psicologica. Gli studi di Barbara Fredrickson sulla teoria “Broaden and Build” dimostrano che le emozioni positive ampliano le nostre capacità cognitive e relazionali. Quando proviamo paura, il nostro campo percettivo si restringe. Quando proviamo fiducia e apertura, esso si espande. La gentilezza amplia la mente mentre la paura, invece, la restringe. La gentilezza costruisce risorse, la paura costruisce difese. Nel lungo periodo questa differenza cambia la qualità della vita, le persone più grate sono mediamente più sane. Le persone con un forte senso di appartenenza sviluppano minori livelli di depressione e, infine, le persone che mantengono reti relazionali significative vivono più a lungo.

Gli studi longitudinali dell’Università di Harvard, iniziati nel 1938 e ancora in corso, mostrano che il principale predittore di benessere e longevità non è la ricchezza, né il successo professionale, ma la qualità delle relazioni umane. Le buone relazioni proteggono il cervello e il cuore. Proteggono la salute mentale e la vita. In questa prospettiva emerge una verità sorprendente, la gentilezza non è soltanto qualcosa che facciamo ma qualcosa che ci fa. Ogni volta che siamo gentili, stiamo letteralmente modellando il nostro cervello. La neuroplasticità ci insegna che le reti neurali si rafforzano attraverso la ripetizione: ogni atto di ascolto rafforza l’ascolto, ogni atto di compassione rafforza la compassione, ogni atto di generosità rafforza la generosità. Diventiamo ciò che pratichiamo, ma qui è necessario fare una distinzione importante. Non tutta la gentilezza è autentica. Piero Ferrucci ci mette in guardia dalla falsa gentilezza, sulla cortesia interessata e la generosità calcolata. Le buone maniere che nascondono l’indifferenza, il favore fatto per senso di colpa, la disponibilità che maschera il bisogno di approvazione. Questa non è gentilezza ma strategia. La vera gentilezza non cerca una ricompensa. La sua ragion d’essere è interna e trae significato da sè stessa. Il vero beneficio della gentilezza è essere gentili. Non il vantaggio che ne deriva, nemmeno il riconoscimento sociale o il consenso.

La gentilezza autentica è una forma di coerenza interiore, nasce quando il cuore e l’azione coincidono. Ed è proprio questa autenticità che produce effetti trasformativi. Perché la gentilezza non cambia soltanto le relazioni, cambia l’identità.

Gli Aztechi sostenevano che ogni essere umano nasce senza volto e che il volto viene costruito attraverso l’incontro con gli altri, è una metafora straordinariamente moderna. Le neuroscienze oggi confermano che il sé non è un’entità isolata, è un processo relazionale. Diventiamo noi stessi attraverso gli altri e la nostra identità si costruisce nelle sinapsi sociali, nello sguardo che ci riconosce, nella voce che ci incoraggia, nella mano che ci sostiene, nella presenza che ci accompagna. Per questo la gentilezza è molto più di una virtù.

È un processo di co-creazione dell’umano.

Ogni volta che scegliamo la gentilezza partecipiamo alla costruzione del mondo relazionale in cui vivremo. Ogni gesto gentile diventa un atto di architettura umana e costruisce fiducia, appartenenza, sicurezza, speranza. Costruisce salute. E forse, alla fine, è proprio questo il significato più profondo della cura. Non soltanto guarire un corpo, ma contribuire a costruire un mondo nel quale le persone possano sentirsi viste, accolte e amate. Perché nessuno guarisce completamente da solo, e nessuno diventa pienamente umano senza la gentilezza degli altri.

Vorrei partire da un’immagine: quando sentiamo parlare di riscaldamento globale pensiamo immediatamente al clima, alle temperature che aumentano, ai ghiacciai che si sciolgono, ma esiste un fenomeno opposto, meno visibile e forse altrettanto preoccupante. Potremmo chiamarlo il raffreddamento globale delle relazioni umane. I rapporti diventano più freddi, le occasioni per incontrarsi diminuiscono. Le famiglie trascorrono meno tempo insieme e le persone parlano molto, ma si ascoltano poco. Le comunicazioni sono rapide, frammentate, impersonali. Abbiamo migliaia di contatti e sempre meno confidenze. Conosciamo ciò che accade dall’altra parte del pianeta, ma spesso ignoriamo cosa sta vivendo il nostro vicino di casa. In nome dell’efficienza abbiamo sacrificato la lentezza e in nome della produttività abbiamo sacrificato la presenza. In nome della performance abbiamo sacrificato l’incontro. Eppure il nostro cervello non si è evoluto per vivere così. Siamo organismi biologicamente progettati per la connessione. Il cervello umano è nato in piccoli gruppi, intorno ai fuochi, nelle comunità, nelle relazioni stabili. Per centinaia di migliaia di anni la sopravvivenza è dipesa dalla capacità di cooperare. Nessun essere umano avrebbe potuto sopravvivere da solo. Non avevamo artigli, zanne, non correvamo più veloci degli animali. La nostra vera forza era un’altra, la capacità di prenderci cura gli uni degli altri e di collaborare. La capacità di proteggerci reciprocamente. In altre parole, la nostra evoluzione ha avuto successo perché siamo stati gentili. Quando pensiamo all’evoluzione immaginiamo spesso competizione, lotta e selezione. Ma la biologia moderna ci racconta una storia più complessa. Le specie che prosperano non sono soltanto quelle che competono meglio, sono anche quelle che cooperano meglio. La collaborazione è stata una delle più grandi invenzioni della vita e la gentilezza ne rappresenta una delle espressioni più sofisticate.

Pensate a un neonato, nasce completamente dipendente. Per anni non può sopravvivere senza cure. Ogni essere umano arriva al mondo attraverso la gentilezza di qualcun altro. E molto spesso lascia il mondo nello stesso modo. Tra questi due estremi si svolge tutta la nostra esistenza, una lunga storia di dipendenza reciproca, di mani che si tendono. Una lunga storia di persone che si prendono cura di altre persone. La biologia ha registrato questa storia dentro di noi. Ogni volta che incontriamo una persona accogliente, il nostro cervello se ne accorge immediatamente. È come se possedessimo un sofisticato radar relazionale e in pochi istanti valutiamo inconsciamente una domanda fondamentale: “Sono al sicuro?” Se la risposta è sì, accade qualcosa di straordinario. L’amigdala, come abbiamo detto, riduce il suo stato di allerta. La corteccia prefrontale torna a funzionare pienamente. Possiamo ragionare meglio e possiamo ascoltare meglio. Possiamo apprendere meglio e perfino guarire meglio. Nel frattempo il corpo modifica la sua chimica. Pensate, basta una parola rassicurante, uno sguardo accogliente, un ascolto autentico, per ridurre l’attivazione dello stress e riportare il corpo verso l’equilibrio. Contemporaneamente, come detto prima, entrano in scena altre sostanze straordinarie. L’ossitocina favorisce fiducia, vicinanza e cooperazione. È la stessa molecola che aiuta una madre a legarsi al proprio bambino e la stessa che aumenta durante gli abbracci sinceri, che rende possibile il senso di appartenenza. La dopamina genera motivazione e gratificazione. Per questo aiutare qualcuno ci fa stare bene. Il cervello registra la gentilezza come qualcosa di prezioso e la serotonina, contribuisce alla stabilità emotiva e al senso di benessere. Pensate, le endorfine sono i nostri analgesici naturali, che riducono la percezione del dolore e aumentano il senso di calma. In altre parole, il nostro corpo possiede una vera e propria farmacia della gentilezza. Una farmacia interna che si attiva ogni volta che ci sentiamo accolti, rispettati, compresi. È affascinante pensare che una carezza, una parola gentile o un gesto di attenzione possano modificare la biochimica di un organismo. Eppure è esattamente ciò che accade. Forse per questo il filosofo e psicoterapeuta Piero Ferrucci afferma che la gentilezza è una forza, non una debolezza o un lusso. In effetti, non è una decorazione del carattere.

Ferrucci dice: «La gente spesso mi chiede quale sia la tecnica più efficace per trasformare la propria vita. Dopo decenni di studi psicologici, neuroscientifici e medici, la risposta potrebbe apparire quasi deludente nella sua semplicità: “Just be a little kinder”». Prova a essere un po’ più gentile. Non dieci volte più gentile, nemmeno perfetto o santo, solo un po’ più gentile. Perché ogni piccolo gesto modifica qualcosa, modifica chi lo riceve e modifica chi lo compie. Modifica il clima emotivo di una famiglia. Modifica un reparto ospedaliero. Modifica un ambiente di lavoro. Modifica una comunità. La gentilezza è contagiosa.

Le neuroscienze parlano di contagio emotivo, perché gli stati emotivi si trasmettono. Le persone assorbono inconsciamente il tono emotivo degli ambienti in cui vivono. Un gesto brusco genera altra bruschezza, un sorriso genera altri sorrisi, un atto di fiducia genera altra fiducia. Ecco perché il declino delle buone maniere non è una questione marginale. Le buone maniere non sono formalità vuote, sono tecnologie relazionali, strumenti culturali inventati per ridurre l’aggressività e aumentare la cooperazione.

Dire grazie, chiedere permesso, salutare, ascoltare senza interrompere, guardare negli occhi, ricordare il nome di una persona. Sono gesti apparentemente piccoli, ma costituiscono l’alfabeto della convivenza umana. Quando queste pratiche scompaiono, aumenta la distanza e la diffidenza. Aumenta la percezione di solitudine. Contrastare il raffreddamento delle relazioni significa allora recuperare il valore dei piccoli gesti quotidiani. Non servono rivoluzioni, serve presenza, attenzione. Serve rallentare abbastanza da vedere chi abbiamo davanti.

La mia religione è la gentilezza, mi piace questa frase perché taglia corto con molti dogmi. La gentilezza non chiede a quale cultura appartieni, non domanda quale sia la tua fede, non si interessa della tua posizione sociale, non distingue tra forti e fragili. La gentilezza parla una lingua universale che ogni cervello umano comprende. La lingua della sicurezza e quella della dignità. Parla la lingua del riconoscimento reciproco. Ed è per questo che in medicina la gentilezza non è un accessorio ma un ingrediente indispensabile. I pazienti trattati con empatia soffrono meno, aderiscono meglio alle terapie, sviluppano maggiore fiducia nei professionisti, mostrano livelli inferiori di ansia, affrontano meglio il dolore. Spesso recuperano più rapidamente e non perché la gentilezza sostituisca le cure ma perché crea il terreno biologico nel quale le cure possono funzionare meglio. La guarigione non dipende soltanto dai farmaci, dipende anche dal contesto umano in cui quei farmaci vengono somministrati. Ogni medico, infermiere, fisioterapista, operatore sanitario conosce questa verità, anche quando non la chiama con il suo nome scientifico.

Le persone non ricordano soltanto ciò che abbiamo fatto per loro, ricordano come le abbiamo fatte sentire. E forse, alla fine, questa è la più grande lezione che la biologia e l’umanità condividono. Abbiamo bisogno gli uni degli altri molto più di quanto siamo disposti ad ammettere. La gentilezza non è un’aggiunta alla vita, è una delle condizioni che rendono la vita pienamente umana.

Fonti:

“La forza della gentilezza”, Piero Ferrucci, Mondadori, 2005