
Consigli, non richiesti, alla politica e soprattutto al centrosinistra
“Scegli”. Era questo il claim della campagna elettorale lanciata dal Partito Democratico guidato da Enrico Letta in vista delle elezioni politiche del 2022. Una campagna costruita graficamente su una contrapposizione quasi elementare: rosso o nero. Da una parte le proposte del PD, dall’altra quelle attribuite agli avversari. Una scelta presentata quasi come definitiva, esistenziale. Quella campagna, tuttavia, aveva portato al PD molte più parodie che elettori e voti.
Come davanti a una roulette, nel Casinò Italia, c’era da una parte il rosso del centrosinistra e, dall’altra, il nero del centrodestra. In mezzo, una quantità enorme di cittadini che aveva deciso di non entrare nemmeno in quel casinò. Ma alla roulette, tra il rosso e il nero, può vincere sempre lo zero. Uno zero rappresentato da una politica incapace di affrontare i reali bisogni di un Paese e da cittadini sempre più vessati dall’incompetenza o dalla spregiudicatezza di chi governa.
Tra un pò, se la legislatura arriverà alla sua scadenza naturale, entreremo nella campagna elettorale per le politiche del 2027 e chissà quali slogan ci riserveranno i partiti, considerando che i programmi sono ancora lontani dall’essere presentati. C’è però una certezza: la politica, da tempo, ha perso il contatto con la realtà e con i cittadini; non riesce più a toccare con mano i loro bisogni, le loro necessità e le loro sofferenze sociali.
Il cittadino, quindi, comincia a pensare: Tanto è già tutto deciso. E smette, rabbioso, di votare. Nelle ultime politiche, quelle del 2022, è stato registrato un tasso di astensione pari al 36% e numerose rilevazioni successive continuano a segnalare un’ampia area di elettori orientati verso l’astensione o indecisi se recarsi alle urne. Oppure arriva qualcuno capace di intercettarne la rabbia, trasformarla in uno slogan, indicare un nemico e promettere una soluzione semplice e semplicistica a problemi complessi. La rabbia viene raccolta, trasformata in consenso e, una volta conquistato il voto, troppo spesso riconsegnata intatta al cittadino.
Da decenni, ormai, la storia è sempre la stessa e, a ogni tornata elettorale, all’elettore rimane il solo compito di ratificare decisioni prese altrove. Le candidature decise dai vertici, le alleanze costruite nelle segreterie, le liste confezionate secondo equilibri interni spesso incomprensibili a chi dovrebbe poi esprimere il voto.
Ed ecco il paradosso: l’elettore, che dovrebbe essere il sovrano della democrazia, finisce per sentirsi un suddito. Un burattino chiamato in scena ogni quattro o cinque anni, indispensabile per mettere una croce sulla scheda e molto meno importante dal giorno successivo. È questo uno degli aspetti più dolorosi della crisi della nostra politica. Doloroso perché riguarda, con responsabilità differenti, quasi tutti i partiti. Doloroso perché dimostra quanto possa essere limitata la capacità di comprendere una società complessa persino da parte di chi si candida a governarla.
Nel frattempo, una parte della cosiddetta sinistra ha commesso un errore enorme: ha sottovalutato quella rabbia. E, sottovalutando la rabbia, ha sottovalutato anche l’avanzata di una cultura politica nazionalista e identitaria che trovava proprio nel malessere sociale il proprio carburante. Il risultato è stato uno spostamento progressivo verso destra non soltanto dell’offerta politica, ma dello stesso linguaggio pubblico del Paese.
Non è accaduto improvvisamente. È stato preparato negli anni. Una storia che viene da lontano.
Una prima grande frattura può essere individuata nel 1994, con la discesa in campo di Silvio Berlusconi. Da lì comincia una trasformazione profonda del linguaggio politico italiano: personalizzazione, spettacolarizzazione, comunicazione permanente, identificazione sempre più forte tra leader e partito. E soprattutto rimane una gigantesca occasione mancata: affrontare seriamente e definitivamente il conflitto di interessi.
Poi sono arrivate altre stagioni. Il renzismo, con la promessa della rottamazione e il mito della modernizzazione, fino alle sue contraddizioni e alla controversa stagione del cosiddetto «Rinascimento saudita». Il Movimento 5 Stelle, nato anche dalla protesta contro quella politica, capace di raccogliere un’enorme domanda di cambiamento e poi costretto a misurarsi con tutte le contraddizioni del governo. La Lega di Salvini, trasformata in una macchina politica nazionale costruita sull’identità, sulla paura e sulla ricerca continua di un avversario. Il centrismo di Carlo Calenda, alla ricerca di uno spazio politico autonomo e spesso impegnato in un conflitto quasi permanente sulla propria collocazione. Fino al moderno vannaccismo, con la provocazione continua trasformata in agenda politica, la tribalizzazione della sfera pubblica e il ritorno a un medioevo culturale.
E, nel mezzo, un Partito Democratico percepito sempre più come il partito dei salotti, delle ZTL e degli apericena; culturalmente convinto delle proprie ragioni, ma progressivamente meno capace di parlare con coloro presso i quali quelle ragioni avrebbero dovuto trasformarsi in consenso. Un partito armocromista che, dal rosso, si è spostato sempre più verso sfumature cromatiche un po’ sbiadite.
Puntuale, a ogni elezione, torna poi un messaggio più o meno esplicito: turatevi il naso e votate, perché bisogna fermare la destra. Sarà così anche per la tornata elettorale del 2027?
Una forza politica, tuttavia, non può vivere indefinitamente chiedendo il voto soltanto perché l’avversario sarebbe peggiore. Non basta.
Una sinistra degna di questo nome non può esistere soltanto perché esiste la destra. Deve esistere per qualcosa. Deve avere un programma comprensibile, una visione della società, un’idea di libertà, uguaglianza e giustizia sociale. Deve dire quali interessi vuole rappresentare e come intende realizzare i propri obiettivi: con quali mezzi, con quali risorse, secondo quali priorità. E soprattutto deve tornare a occuparsi delle condizioni materiali delle persone. Lavoro, salari, casa, sanità, scuola, ricerca scientifica, pensioni, precarietà, disuguaglianze.
Parole tremendamente concrete.
Perché il cittadino che aspetta mesi per una visita medica non chiede alla politica una lezione di superiorità morale. Al giovane che lavora senza riuscire a progettare il proprio futuro non si può chiedere se preferisca la pace (quale?) o il condizionatore acceso. La famiglia che fatica a pagare affitto, bollette e spesa non vive dentro i talk show. Il lavoratore che vede diminuire il proprio potere d’acquisto non si nutre di slogan. Scuola e università non possono essere considerate aziende e i discenti dei clienti: si comprometterebbe, così, anche la formazione rigorosa della futura classe dirigente del Paese.
Una forza progressista deve scegliere se vuole rappresentare prioritariamente chi vive del proprio lavoro o continuare a cercare un equilibrio permanente tra interessi spesso incompatibili. Deve decidere se la sanità pubblica sia un costo da contenere oppure un diritto da garantire. Se la scuola debba essere soltanto funzionale al mercato oppure debba innanzitutto formare persone e cittadini. Se il lavoro debba tornare a essere strumento di emancipazione o possa continuare a significare precarietà permanente. Se la pace deve necessariamente passare dal riarmo, abdicando alla diplomazia. Se il sostegno alla ricerca scientifica debba essere considerato soltanto un costo da sacrificare oppure un’occasione di crescita tecnologica, culturale, sociale e democratica del Paese.
E deve avere il coraggio di guardare alla propria storia.
Non si può attribuire ogni responsabilità alla destra dimenticando che molte delle condizioni che ne hanno favorito l’ascesa sono maturate durante decenni nei quali anche il centrosinistra ha avuto importanti responsabilità di governo. Non si possono denunciare oggi determinate politiche senza interrogarsi sulle decisioni di ieri che hanno contribuito a renderle possibili.
Vincere protestando è facile. Governare è un’altra cosa. E lo sa bene anche Giorgia Meloni, che in questi giorni festeggia il record di longevità del suo governo. Ma cosa c’è da festeggiare, stabilità a parte? Dopo quasi quattro anni, cosa resta in termini di riforme concrete, di benessere sociale, democratico e culturale del governo più longevo della storia repubblicana?
Trasformare il malcontento in consenso è relativamente semplice. Trasformare il consenso in soluzioni è infinitamente più difficile. Prima o poi, chi ha costruito la propria forza denunciando le élite, Bruxelles, la burocrazia, gli immigrati, le accise, gli avversari o, genericamente, “quelli di prima” deve incontrare la realtà. E la realtà è testarda. Gli slogan incontrano i bilanci. Le promesse incontrano le risorse disponibili. La propaganda incontra i risultati. E soprattutto incontra la vita quotidiana delle persone.
È esattamente in quel momento che deve terminare la campagna elettorale e dovrebbe cominciare la politica. Invece, nel Bel Paese, si sta continuamente in campagna elettorale, anche quando si governa.
Cosa ci riserverà la campagna elettorale per le politiche del 2027?
Le manovre nei due campi politici principali, centrodestra da una parte e centrosinistra dall’altra, sono già iniziate ma, soprattutto nel centrosinistra, si cominciano già a vedere le classiche manovre tafazziane: crepe nei valori e nei principi progressisti, protagonismi personali, veti incrociati.
La vera sfida per una sinistra che voglia rifondarsi, allora, non consiste semplicemente nel trovare la coalizione matematica capace di vincere la prossima elezione. Consiste nel tornare a essere necessaria per qualcuno. Recuperare un’identità riconoscibile. Scegliere quali interessi rappresentare. Tornare a parlare con chi oggi si sente politicamente invisibile. Senza superiorità morale. Senza salotti. Senza apericena ideologici. E soprattutto senza annacquare continuamente i propri valori nella speranza di conquistare qualche voto spurio.
Basterebbe costruire un programma elettorale partendo dai valori codificati nella Carta costituzionale, dai problemi dei cittadini e del Paese, invece di adattare i problemi ai programmi.
Perché la politica dovrebbe essere esattamente questo: rappresentanza, partecipazione, rispetto dei cittadini, anche di quelli che non ti hanno votato, conflitto democratico tra interessi differenti, capacità di scegliere e responsabilità delle conseguenze. Non marketing elettorale permanente. Non candidature decise esclusivamente nelle stanze chiuse. Non coalizioni costruite soltanto per impedire agli altri di vincere. Non il ricatto infinito del voto utile.
Quando torneremo davanti alle urne, qualcuno avrà finalmente il coraggio di offrirci qualcosa di diverso dalla solita scelta tra rosso e nero?
Perché, se il tavolo resta lo stesso, se le regole restano le stesse e se il cittadino continua a essere convocato soltanto alla fine per ratificare decisioni prese altrove, spesso lontane dai suoi bisogni, possiamo cambiare tutti i protagonisti che vogliamo. Cambieranno i giocatori, i croupier, gli slogan. Cambieranno perfino i colori.
Ma il risultato rischierà di essere sempre lo stesso.
Perché alla roulette del Casinò Italia, mentre tutti litigano tra rosso e nero, continua a vincere lo zero.

























