
Il nuovo romanzo di Marco Pappalardo, in libreria a fine di settembre, edito dalla San Paolo
Che cosa resta di una vita?
È una domanda che ci accompagna più spesso di quanto siamo disposti ad ammettere. Ci raggiunge nei giorni della perdita, quando una casa si svuota; nei pomeriggi in cui riapriamo un vecchio libro; nelle sere in cui una lettera ingiallita ci restituisce una voce che credevamo perduta.
È da qui che prende avvio Scritto rimane l’amore di Marco Pappalardo, romanzo che affida alla memoria il compito più difficile: non conservare semplicemente il passato, ma renderlo ancora generativo di vita. La storia è quella di Nina e Michele che, dopo la morte del nonno Luigi, tornano nella casa di campagna per recuperare ciò che di lui è rimasto. Un baule dimenticato, alcune lettere e una vecchia libreria diventano la soglia attraverso cui entrare in un’esistenza fatta di guerra e di pace, di lontananze e di incontri, di scelte dolorose e di inattese fraternità.
Ma sarebbe riduttivo leggere questo libro come un semplice romanzo della memoria. Pappalardo compie infatti un’operazione più ambiziosa: ci ricorda che i legami autentici non si spezzano mai definitivamente. Cambiano forma, attraversano il tempo, si nascondono nelle parole scritte e nelle pagine dei libri, continuano a parlarci quando le persone non sono più accanto a noi. È l’amore, ci suggerisce il titolo, a rimanere scritto dentro la nostra storia ben oltre ciò che la vita sembra cancellare.
Per chi vive la scuola, poi, il romanzo offre una chiave di lettura particolarmente preziosa. Da insegnante, Pappalardo conosce bene il potere educativo delle narrazioni. Per questo la vecchia libreria che compare nel racconto non è un semplice elemento scenografico. I libri diventano compagni di viaggio, custodi di memoria, ponti tra generazioni. Non raccontano soltanto delle storie: insegnano a vivere. E in un’epoca che confonde spesso l’informazione con la sapienza, la conoscenza con la consapevolezza, questo messaggio assume una forza sorprendentemente attuale.
C’è inoltre una delicatezza narrativa che merita di essere sottolineata. Pappalardo evita accuratamente ogni tentazione nostalgica. Non idealizza il passato; lo interroga. Sa che la memoria, quando è autentica, non è un rifugio ma una responsabilità. I protagonisti non cercano semplicemente di ricordare il nonno: cercano di comprendere che cosa della sua vita possa ancora illuminare la loro. Ed è forse questa la domanda che il romanzo consegna a ciascun lettore: che cosa abbiamo ricevuto da chi ci ha preceduto e che cosa faremo di quell’eredità?
In fondo, Scritto rimane l’amore è un libro che parla di relazioni. Relazioni familiari, certo, ma anche relazioni educative, culturali, umane. Ci ricorda che nessuno si salva da solo e che la nostra identità è sempre il frutto di incontri che ci hanno plasmato, di parole che qualcuno ha pronunciato per noi, di gesti che hanno seminato fiducia lungo il nostro cammino.
Per questo il romanzo arriva al lettore con una verità semplice e disarmante: alla fine non restano i successi, i ruoli o i possessi. Restano i legami. Restano le parole donate. Restano le persone che abbiamo aiutato a diventare se stesse.
Resta, appunto, l’amore.
Perché la memoria non è guardare indietro: è portare con sé ciò che merita di continuare a vivere.




























