
«Non esiste casa distrutta, né pietre sparse, né mano amputata, né madre in lacrime, né popolo devastato… senza l’ombra degli Stati Uniti d’America»
(attribuita a Ho Chi Minh)
«Verrà il giorno in cui il sistema collasserà su se stesso perché le crescite esponenziali su cui si basa esistono in matematica (a un numero puoi sempre aggiungerne un altro), ma non in natura. Insomma, per dirla in soldoni, stiamo tagliando il ramo dell’albero su cui siamo seduti. Potrei ridere a crepapelle se su quel ramo non fossi seduto anch’io»
(Massimo Fini)
Scrivo queste note il giorno che il governo Meloni si festeggia per aver raggiunto il ragguardevole risultato di più longevo della storia della Repubblica.
Tuttavia, non è mia intenzione elencare tutti i fallimenti che, dal mio punto di vista, l’hanno attraversato come una lama affilata che ha reciso le più importanti arterie fino a ridurlo in stato gravemente comatoso.
Né ricordare che nessuno dei punti fondamentali del programma dei partiti della coalizione che lo sostengono è stato, neanche lontanamente, realizzato.
E di ciò mi dispiaccio sinceramente e intimamente non perché abbia votato per una delle compagini che lo formano, ovvero FdI, FI, Lega, ma perché se l’esecutivo avesse centrato almeno qualche obiettivo, chessò, eliminare le accise sui carburanti da autotrazione, cancellare la legge Fornero, operare sotto un profilo diplomatico per porre fine alla guerra tra Russia e Ucraina o per far cessare il genocidio dei Palestinesi, io, giuro sulla Costituzione che m’è cara quant’altre mai, avrei festeggiato il miglior governo degli ultimi anni.
Il fatto è che probabilmente il governo sarebbe caduto dopo poche settimane, morto di morte violenta.
E invece, continua a vivacchiare, a perder tempo (credendo così di guadagnarne).
O meglio, a galleggiare, come un cadavere che riaffiora dal fondo per causa dei gas prodotti al suo interno.
Avrebbe fatto, forse più velocemente, la fine del governo Conte.
Ora, neanche mi sembra il caso di inerpicarmi per la strada impervia che porta a spiegare perché il governo Meloni, se avesse fatto ciò che prometteva, sarebbe durato come un gatto in tangenziale.
Né mi avventurerò in ipotesi, più o meno peregrine, sulle dinamiche (e le dietrologie) di quello che avrebbe potuto accadere e non è avvenuto.
Mi limiterò a fare solo un’affermazione: come il governo Draghi (o il Monti, prim’ancora), la Meloni e i suoi ministri godono di una stampa (includendo anche radio, ma soprattutto TV ) quasi unanimemente favorevole.
Sarebbe stato lo stesso se, come diceva durante la campagna elettorale, la Meloni avesse adottato posizioni critiche verso gli Stati Uniti (Biden o Trump pari son!)?
Avrebbe avuto lo stesso appoggio se l’euroscetticismo della destra meloniana e leghista (ma anche berlusconiana, finché è campato il padrone di Mediaset) non avesse subito una torsione di cent’ottanta gradi?
Avrebbe fruito dello stesso consenso dei media mainstream se avesse mantenuto una posizione (giustamente) critica verso Israele e i suoi orrendi crimini?
Mi rendo conto che i condizionali si sprecano. E la storia, e finanche la cronaca, non si fanno né coi se e né coi ma.
Ma chiedetevi se sarebbe stato lo stesso, o se, piuttosto, la Meloni non sarebbe diventata subito il bersaglio di quei giornalisti che la sanno lunga, che sono “sinceramente” europeisti, filoatlantici, russofobi, sionisti (pardon, filosemiti). E non lo dico per giustificarla. Tutt’altro!
Perché lo penso?
Perché, come pubblicato dal Fatto Quotidiano, nel febbraio 2025, sono stati elargiti “fondi Ue per ben 132,82 milioni di euro che sono stati destinati ai media in relazione alle elezioni europee del giugno 2024” peraltro con “un particolare metodo amministrativo che, secondo i vertici Ue, consentirebbe di mantenere il segreto sui singoli pagamenti e sulle testate percettrici”.
Facilmente verificabile su internet.
Per tacere di altre forme di elargizione che avvengono ordinariamente tramite bandi cui le testate giornalistiche europee possono partecipare.
Insomma la UE foraggia la “buona stampa” che, anziché controllare il potere che l’Unione rappresenta, se ne fa trombettiera.
Due esempi, da ultimo, su tutti.
Sabato 29 agosto gli islandesi, con oltre il 52% dei voti validamente espressi (bel l’82,5% degli elettori si sono recati alle urne!) hanno detto NO a riprendere le trattative per entrare nella UE.
Nello spazio Schengen ci sono già, come pure nel mercato comune di beni, servizi, persone e capitali.
Perché gli isolani artici dovrebbero desiderare sì fortemente di entrare nella UE e magari subire il diktat di adozione dell’euro?
I Bulgari, per dire, benché secondo tutti i sondaggi, contrari ad abbandonare il lev, dal primo gennaio di quest’anno usano la moneta comune. E sono già (quanti giornali l’hanno pubblicato?) in procedura d’infrazione per avere l’inflazione al 6%. E tutti gli altri fondamentali sballati (in sei mesi!)
Stessa sorte di Croazia nel 2023 e di altri Paesi in tempi più risalenti.
Eppure, la stampa nostrana ha subito parlato di elezioni influenzate da putribondi figuri anti UE (e filorussi), dimenticando che l’Islanda è Paese con basi Nato.
Altra gustosa notiziola.
Il “generalone” Vannacci, secondo il quotidiano britannico Financial Times, che cita uno studio dell’European Council on Foreign Relations (centro studi ed elaborazione culturale “indipendente”) “sarebbe un possibile cavallo di Troia russo per mettere alla prova Meloni”. Tesi abbracciata dai nostri più importanti giornali (quelli che continuano a perdere lettori).
E questo solo perché il fondatore di Futuro Nazionale, nel suo programma, ha un’unica idea condivisibile: far finire la guerra tra Russia e Ucraina, attivando i canali diplomatici, per poter tornare ad acquistare il gas russo a prezzi accettabili per il popolo italiano.
In tutto questo ci vedete, per caso, anche la semplice e pallida ombra del rispetto della volontà popolare?

























