
CASTEL DEL MONTE, 29 agosto 2026 – Secondo e ultimo weekend di Fuori dai Mondi alla Masseria Sei Carri, ai piedi di Castel del Monte. Un luogo che, come abbiamo già raccontato, non si limita a ospitare il teatro, ma lo accoglie dentro il paesaggio e lo restituisce al pubblico come esperienza condivisa.
Alle 18.45 è andato in scena “A senza nome… tratto da una storia vera”, con Michela Diviccaro, drammaturgia di Teodora Mastrototaro, adattamento e regia di Daniele Nuccetelli. Uno spettacolo che affronta il tema delle morti in carcere attraverso una vicenda personale che diventa universale.
Al termine della rappresentazione abbiamo incontrato Michela Diviccaro.
«A senza nome»: perché senza nome?
Perché le persone che perdono la vita in carcere sono migliaia in tutto il mondo, non soltanto in Italia. E spesso finiscono per diventare numeri, storie cancellate, identità negate. In Italia siamo stati più volte richiamati per le condizioni delle nostre carceri, che troppo spesso non garantiscono quel trattamento ispirato al senso di umanità previsto dall’articolo 27 della Costituzione. A partire dal sovraffollamento, molte persone vivono condizioni che le privano della loro dignità. “A senza nome” nasce anche per restituire un volto e una voce a chi rischia di essere dimenticato.
«Il mare c’è. Fidatevi che c’è. Voi non lo vedete, ma fidatevi che c’è…». Nello spettacolo il mare ritorna più volte come immagine potente e quasi ossessiva. Che cosa rappresenta?
Il mare compare negli stasimi in cui interpreto un agente di polizia penitenziaria. Diventa uno strumento di tortura simbolica. C’è un filosofo che sostiene che una delle torture peggiori sia far percepire a una persona l’odore di qualcosa che non può più vedere né raggiungere. Per chi è rinchiuso, il mare è questo: una presenza che esiste, che si sente, che quasi si respira, ma che resta oltre il muro di cinta. Invisibile e irraggiungibile.
Se perdi un marito, puoi risposarti. Se perdi un figlio, può rinascere da te. Ma se perdi un fratello…»
…nessun fratello potrà rinascere da te: citi uno dei momenti verticali della storia. Ma è anche un messaggio universale. Nello spettacolo Tiresia dice: “Chi non ha un fratello da amare, si innamori di un fratello qualsiasi. Andrà bene lo stesso”. È un invito a superare le divisioni. Se tutti quanti noi uomini e noi donne pensassimo alla sorellanza e alla fratellanza, allora davvero non diremmo più: tu sì, tu no, questa persona va bene, questa no. Non saremo più reclusi, saremo tutti l’altro da noi.
Possiamo dire che “A senza nome” è una sorta di Antigone del XXI secolo?
Assolutamente sì. Ma forse anche qualcosa di più. Attraverso questo rituale e attraverso tutti i personaggi che attraversano la scena, il racconto procede fino a un punto in cui ogni maschera cade. Sul finale resta soltanto una voce che dice: “Mi fermerò soltanto quando le forze cederanno”. Perché questa storia deve essere raccontata. In Sofocle Antigone seppellisce il fratello. Qui accade quasi il contrario: questo fratello viene disseppellito dal cuore di chi lo ama affinché la sua vicenda diventi una storia di tutti, una storia di umanità
Un’ultima domanda. Quanto c’è di personale in questa storia?
Tutto. La “A” e la di Antigone, certo. È la “A” della dedica a tutte quelle persone che un nome non ce l’hanno perché, come dicevo prima, non sono riconosciute. Ma è anche la “A” di Antonio: mio fratello, morto in carcere.
Qui il giornalista tace. E il teatro custodisce.
Oliviero: il peso leggero di chi si prende cura degli altri
Alle 20.45 la serata è proseguita con “Oliviero”, scritto e diretto da Gianpiero Borgia, interpretato dallo stesso Borgia insieme a Riccardo Palmieri, produzione della Cooperativa La Rete e Teatro dei Borgia, in collaborazione con la Cooperativa Sociale Il Pugno Aperto e il Centro Teatrale Bresciano.
Lo spettacolo nasce da una lunga ricerca sul lavoro degli operatori sociali e sulle loro vite: il carico emotivo, il rischio di usura professionale, il rapporto con le istituzioni, la responsabilità delle scelte quotidiane, il confine spesso fragile tra lavoro e vita privata.
Ma ridurre Oliviero a uno spettacolo sul lavoro sociale sarebbe un errore.
Quella che arriva in scena è soprattutto una riflessione sulla cura. Su cosa significhi dedicare la propria esistenza agli altri senza smarrire se stessi. Sul prezzo invisibile che pagano coloro che ogni giorno operano nelle periferie dell’umano: lì dove il disagio, la fragilità e la sofferenza non sono concetti sociologici ma persone in carne e ossa.
Borgia e Palmieri sono straordinari ed evitano ogni rischio di retorica. Non ci sono eroi. Non ci sono santi civili. C’è piuttosto una quotidianità fatta di dubbi, stanchezza, responsabilità e piccoli fallimenti. Ed è proprio questa dimensione umanissima a rendere il racconto credibile e profondamente coinvolgente.
La scrittura procede per accumulo di dettagli, senza cercare scorciatoie emotive. Il pubblico viene accompagnato dentro una domanda scomoda: chi si prende cura di chi si prende cura?
È forse questa la frontiera più interessante dello spettacolo. Non tanto la denuncia delle difficoltà del lavoro sociale, quanto l’interrogativo sul significato stesso della vocazione. Fin dove può spingersi una persona nel farsi carico dell’altro? E quale spazio resta per la propria vita?
E così, dopo il grido di dolore e di amore di A senza nome, Oliviero ha chiuso la serata con una riflessione altrettanto necessaria: la società si misura anche da come guarda chi dedica la propria vita a sostenere quella degli altri.
Sabato 29 agosto, e domenica 30, alla Masseria Sei Carri, il teatro non ha semplicemente raccontato delle storie. Ha provato, ancora una volta, a restituire nomi, volti e senso alle vite che rischiamo di non vedere.































