
…per conoscere il “Bárbaro del Ritmo”
Mio padre è nato in Santa Isabel de Las Lajas e, fin da quando ero bambina, mi raccontava la vita di quel piccolo popolato immerso nel cuore dell’isola. Mi parlava della gente semplice, delle strade di terra battuta che dopo il passaggio di una carrozza si riempivano di una sottile nuvola di polvere rossastra, delle case di legno con il tetto di guano e delle serate trascorse seduti sul portale, mentre il vento tropicale alleviava il caldo della giornata. Ma soprattutto mi raccontava di un ragazzo destinato a diventare una leggenda. Mi diceva che quel cantante, prima di essere conosciuto in tutta l’America Latina, si sedeva agli angoli delle strade a lustrare le scarpe dei signori più benestanti. Sì, proprio così. Il genio che avrebbe fatto ballare milioni di persone iniziò la sua vita inginocchiato davanti alle scarpe dei ricchi, con una piccola cassetta di legno, una spazzola e una scatola di lucido. Ogni paio di scarpe pulito rappresentava qualche moneta da portare a casa, un aiuto prezioso per una famiglia numerosa che conosceva bene il significato della povertà.
Entriamo allora in quella Cuba di oltre un secolo fa. Le prime luci del mattino accarezzano Santa Isabel de las Lajas, un piccolo paese della provincia di Ciénfuegos, nel centro dell’isola. Intorno si estendono immense pianure ricoperte da piantagioni di canna da zucchero che ondeggiano come un mare verde sotto la brezza dei Caraibi. Qua e là si innalzano le maestose palme reali, simbolo di Cuba, mentre alberi di mango, guayaba, tamarindo e avocado offrono ombra alle abitazioni disseminate lungo le strade.
L’aria profuma di terra calda e di frutta matura. Dai cortili arriva il canto dei galli. Il paese si risveglia lentamente. All’improvviso una voce rompe il silenzio. «¡Mangos! ¡Guayabas dulces!» È un venditore ambulante che attraversa il villaggio spingendo il suo carretto. Il suo richiamo si mescola al canto degli uccelli tropicali e al cigolio delle ruote di una carrozza trainata da due cavalli. Poco distante un bambino corre scalzo, sollevando la polvere con i talloni. Ride, inciampa e riprende a correre come se il mondo intero fosse il suo cortile. Davanti a un’umile casa di legno una sedia intrecciata con fibre di palma oscilla lentamente. Sullo schienale è appoggiato un cappello di Yarey, mosso da un vento leggero che arriva subito dopo il passaggio della carrozza. Il portale della casa è il cuore della vita familiare: è lì che si raccontano storie, si suona la chitarra, si canta e si osserva il tramonto colorare di arancio le piantagioni. Le abitazioni di Lajas sono semplici ma accoglienti. Molte sono costruite in legno, rialzate dal terreno per proteggerle dall’umidità, con pareti di assi consumate dal sole tropicale e tetti intrecciati con foglie di palma. Altre, nel centro del paese, sono in muratura, dipinte con colori chiari per riflettere il calore. Le finestre hanno grandi persiane di legno sempre socchiuse, lasciando entrare la brezza, mentre dietro ogni casa si apre un piccolo patio dove crescono alberi da frutto e razzolano galline, maiali e qualche cavallo. Qui la vita segue il ritmo della natura. Da novembre ad aprile il cielo è limpido e il sole domina le giornate; durante la stagione delle piogge, invece, nuvole improvvise riversano sulla terra acquazzoni intensi che rinfrescano l’aria e fanno risplendere il verde delle campagne.
È in questo angolo di Cuba, lontano dai grandi teatri e dalle sale da concerto, che nasce una delle storie più straordinarie della musica latinoamericana. Il 24 agosto 1919 viene alla luce Bartolomé Maximiliano Moré Gutiérrez, il bambino che il mondo avrebbe poi conosciuto con il nome di Benny Moré. È il primogenito di una famiglia composta da diciotto fratelli. In casa il denaro è poco e il lavoro non manca mai. Fin da piccolo impara il valore del sacrificio, ma cresce anche circondato da una ricchezza che nessuna povertà può togliere: la musica.
A Cuba la musica non appartiene soltanto ai musicisti. Vive nelle strade, accompagna il lavoro nei campi, entra nelle case durante le feste di famiglia e risuona nei cortili quando cala il sole. È il linguaggio del popolo. Bartolomé ascolta ogni melodia con un’attenzione straordinaria. Gli basta sentire una canzone una sola volta per ricordarla. A soli sei anni, non potendosi permettere uno strumento vero, costruisce da sé la sua prima chitarra. Con un pezzo di legno e alcuni fili di ferro realizza quello che, per lui, vale più di qualsiasi tesoro. Non è un semplice giocattolo ma il primo passo verso il suo destino.
Gli anni passano e quel bambino cresce cantando nei campi di canna da zucchero, durante le feste popolari e per le strade del suo paese. La sua voce inizia a farsi conoscere, ma lui comprende presto che il suo sogno è troppo grande per restare confinato tra le vie polverose di Santa Isabel de las Lajas. Ama profondamente quella terra. Ama il vento che attraversa le palme, il profumo dei manghi maturi, il rumore delle sedie a dondolo sui portali e i tramonti che incendiano l’orizzonte sopra le piantagioni di canna da zucchero. Ma sa anche che, se vuole trasformare quel dono in una professione, dovrà lasciare tutto. Così, all’età di ventun anni, con pochi vestiti e una speranza immensa nel cuore, saluta il suo piccolo paese e parte verso L’Avana. Davanti a lui si apre un viaggio pieno di incertezze, senza sapere che quella decisione avrebbe cambiato per sempre la storia della musica cubana.
Il treno che conduce Bartolomé verso L’Avana sembra attraversare due mondi diversi. Alle sue spalle restano le campagne di Santa Isabel de las Lajas, i campi di canna da zucchero che si perdono all’orizzonte, le palme reali piegate dal vento e quella casa semplice dove aveva imparato che la povertà non impedisce ai sogni di nascere. Davanti a lui, invece, si apre una città rumorosa, moderna e piena di contrasti. Negli anni Quaranta L’Avana è il cuore pulsante di Cuba. Le sue strade brulicano di automobili americane, i locali notturni rimangono aperti fino all’alba, le grandi orchestre si esibiscono nei teatri e nelle sale da ballo, mentre le emittenti radiofoniche trasmettono musica in ogni angolo dell’isola. Per chi sogna di vivere d’arte, non esiste luogo migliore, ma non regala nulla.
Per diversi mesi Bartolomé cammina lungo le vie dell’Avana cercando un’occasione. Canta nei piccoli bar, nelle taverne, nelle feste improvvisate e ovunque qualcuno sia disposto ad ascoltarlo. A volte riceve qualche moneta, altre soltanto un applauso. Ci sono giorni in cui il denaro basta appena per mangiare e altri in cui deve accontentarsi della speranza che il domani possa essere diverso. Eppure non pensa mai di tornare indietro, la sua voce è il suo unico patrimonio e lui è deciso a investirla fino all’ultima nota.
L’opportunità arriva grazie a quello che, in quegli anni, è il programma radiofonico più famoso del mondo ispanico: “La Corte Suprema del Arte”, trasmesso dall’emittente CMQ. Ogni settimana centinaia di aspiranti artisti si presentano davanti ai microfoni con un solo obiettivo: convincere la giuria di meritare un posto nel mondo dello spettacolo. Il regolamento è severissimo. A dirigere il programma è il celebre presentatore José Antonio Alonso. Basta un errore, una stonatura o un’esibizione poco convincente perché una campana interrompa il concorrente. Quel suono significa una sola cosa: eliminazione immediata.
Quando arriva il suo turno, Bartolomé sale sul palco con il cuore che batte all’impazzata. Davanti a lui non vede soltanto una giuria. Vede il futuro e inizia a cantare ma i nervi lo tradiscono. La tensione gli spezza la sicurezza, la voce perde naturalezza e, dopo pochi istanti, la campana risuona nello studio radiofonico. È il suono più amaro che abbia mai ascoltato. Per molti quella sarebbe stata la fine di un sogno. Per lui, invece, è soltanto l’inizio. Lascia lo studio con l’amarezza nel cuore, ma senza rinunciare al proprio obiettivo. Continua a studiare da solo, continua a cantare ovunque trovi qualcuno disposto ad ascoltarlo, continua a credere in quel talento che nessuno è ancora riuscito a vedere fino in fondo.
Passano alcuni mesi e Bartolomé torna davanti agli stessi microfoni. Questa volta sale sul palco con un’esperienza diversa. La paura non è scomparsa, ma ha imparato a dominarla. Comincia a cantare e la sua voce riempie lo studio con una naturalezza sorprendente. Ogni frase musicale sembra raccontare una storia, ogni nota possiede un’emozione autentica. Quella volta la campana non suona e alla fine dell’esibizione il pubblico esplode in un lungo applauso. Bartolomé conquista il primo posto.
Tra coloro che rimangono colpiti dalla sua interpretazione c’è uno dei più grandi musicisti cubani dell’epoca: Miguel Matamoros, fondatore del celebre Trio Matamoros e autore di canzoni che hanno segnato la storia della musica caraibica. Matamoros comprende immediatamente di trovarsi davanti a un talento raro. Nel 1945 gli propone di unirsi alla sua orchestra per una tournée in Messico. Per il giovane cantante è l’occasione che ha sempre aspettato. Così parte.
Il Messico degli anni Quaranta vive uno dei periodi più splendidi della propria storia artistica. È l’epoca d’oro del cinema messicano. Le sale cinematografiche attirano milioni di spettatori, le radio diffondono musica giorno e notte e le grandi orchestre riempiono teatri e locali. Per Bartolomé quel mondo rappresenta un universo completamente nuovo. È proprio durante il soggiorno messicano che qualcuno gli suggerisce una scelta destinata a cambiare la sua immagine per sempre.
«Il tuo nome è troppo lungo per i manifesti.» Bartolomé Maximiliano Moré Gutiérrez è difficile da ricordare e ancora più difficile da stampare sui cartelloni. Nasce così il nome d’arte Benny Moré, ispirato, secondo diverse testimonianze, al celebre clarinettista jazz Benny Goodman. È un nome breve, sonoro e facile da ricordare. Da quel momento Bartolomé lascia il posto a Benny e con quel nuovo nome sembra nascere anche un artista nuovo.
In Messico entra in contatto con alcuni dei musicisti più importanti del continente. Tra questi c’è Dámaso Pérez Prado, il compositore cubano destinato a rivoluzionare il mambo modernizzandolo e a farlo conoscere in tutto il mondo. Lavorare accanto a lui significa confrontarsi ogni giorno con musicisti straordinari, arrangiatori raffinati e orchestre di altissimo livello. Benny assorbe ogni esperienza come una spugna. Registra numerosi brani con l’orchestra di Rafael de Paz e conquista rapidamente il pubblico grazie a una qualità che nessuno può insegnare: il carisma. Quando sale sul palco non interpreta semplicemente una canzone, la vive, sorride, improvvisa, dialoga con l’orchestra, trasforma ogni esibizione in uno spettacolo irripetibile. Il suo modo di cantare è diverso da tutto ciò che il pubblico ha ascoltato fino a quel momento. La sua voce passa con naturalezza dalla dolcezza di un bolero alla forza travolgente di un son cubano, fino all’energia irresistibile del mambo. È impossibile restare fermi quando canta. La sua popolarità cresce rapidamente e il cinema si accorge di lui. Benny partecipa a diversi film dell’età d’oro del cinema messicano, condividendo il set con grandi stelle come Ninón Sevilla. Il pubblico non vede soltanto un cantante: vede un artista completo, capace di riempire lo schermo con la stessa intensità con cui riempie un teatro.
Il successo non però, cambia la sua essenza. Dentro di lui continua a vivere il ragazzo di Santa Isabel de las Lajas, quello che aveva costruito una chitarra con un pezzo di legno e qualche filo di ferro, quello che aveva lucidato scarpe per aiutare la propria famiglia. Ed è proprio in quegli anni che emerge l’aspetto più sorprendente del suo talento.
Benny Moré non ha mai frequentato un conservatorio, non ha studiato armonia, non sa leggere una partitura, non conosce il nome delle note scritto sul pentagramma. Eppure possiede qualcosa che nessuna scuola può insegnare, la musica esiste già nella sua mente. Ogni arrangiamento nasce completo, come se un’orchestra invisibile suonasse soltanto per lui. Quando lavora con i musicisti professionisti non consegna spartiti. Si mette davanti a ciascuno di loro e canta personalmente la parte destinata a ogni strumento. Imita il suono delle trombe, dei sassofoni, dei tromboni, del contrabbasso e delle percussioni con una precisione incredibile. Se qualcosa non lo convince, interrompe l’esecuzione e ripete la melodia fino a ottenere esattamente il suono che aveva immaginato. Poi sorride e dice una frase destinata a diventare famosa: «Suonalo come lo sento io nella testa. Alle note puoi dare il nome che vuoi.»
I musicisti più preparati rimanevano senza parole. Davanti a loro c’era un uomo che ignora le regole della teoria musicale, ma conosceva profondamente il linguaggio dell’anima. Ed è proprio quell’anima che, di lì a poco, avrebbe fatto ritorno nella sua amata Cuba per scrivere le pagine più belle della sua straordinaria leggenda. Quando Benny Moré rientra a Cuba, non è più il giovane che aveva lasciato Santa Isabel de las Lajas con una valigia piena di speranze. L’esperienza vissuta in Messico lo ha trasformato in un artista maturo, sicuro di sé e consapevole del proprio straordinario talento. Ma, soprattutto, gli ha fatto comprendere che il luogo dove desidera scrivere la pagina più importante della sua carriera è la sua isola.
L’Avana lo accoglie come un figlio che torna a casa. La sua voce comincia a risuonare nelle principali emittenti radiofoniche, nei teatri e nei locali più prestigiosi della capitale. Ogni nuova incisione conquista il pubblico. In quegli anni incontra il compositore Ernesto Duarte Brito, che gli propone un brano destinato a diventare immortale: “Cómo fue?”. La melodia sembra scritta appositamente per la sua voce. Quando Benny la interpreta, ogni parola acquista un’intensità unica. Ancora oggi quella canzone è considerata uno dei boleri più emozionanti della musica latinoamericana e continua a essere interpretata da artisti di tutto il mondo.
La sua popolarità cresce senza sosta. Le persone iniziano a seguirlo ovunque si esibisca. I teatri si riempiono, le radio trasmettono continuamente le sue canzoni e il suo nome diventa sinonimo di eleganza, ritmo e autenticità. Poi accade un episodio destinato a entrare nella leggenda. Una sera Benny sta con alcuni amici quando, vedendo passare una donna di straordinaria bellezza, esclama spontaneamente: «Guarda che donna… che barbara!» Uno degli amici sorride e gli risponde: «Lei sarà anche bella, Benny… ma il barbaro sei tu quando canti.» Quella frase colpisce tutti.
Poco tempo dopo il celebre presentatore radiofonico Ibrahim Urbino decide di renderla ufficiale. Davanti ai microfoni della radio lo presenta con un appellativo che da quel momento lo accompagnerà per sempre: “¡El Bárbaro del Ritmo!”. È un nome perfetto, perché Benny non segue il ritmo, lo domina.
Nel momento più alto della sua carriera realizza il sogno che custodiva fin da ragazzo: fondare una propria orchestra. Nasce così la leggendaria Banda Gigante, composta da oltre quaranta musicisti, considerata una delle formazioni più straordinarie della storia della musica cubana. Chi ebbe la fortuna di assistere a uno dei suoi concerti racconta uno spettacolo difficilmente descrivibile. Benny non dirigeva come un direttore d’orchestra tradizionale ma impugnava un semplice bastone di canna e lasciava che fosse il suo corpo a parlare. Un movimento delle spalle indicava l’ingresso degli ottoni, un passo in avanti faceva esplodere le percussioni, un gesto della mano fermava improvvisamente tutta l’orchestra. Ogni musicista seguiva il minimo movimento del suo corpo come se fosse parte di un linguaggio segreto. Era una direzione fatta di istinto, ascolto e sensibilità. Non esistevano due concerti identici, perché esibizione era un dialogo continuo tra Benny e i suoi musicisti.
Da quella straordinaria stagione nascono brani che ancora oggi rappresentano il patrimonio della musica cubana: “Hoy como ayer”, “Te quedarás”, “Bonito y sabroso”, “Santa Isabel de las Lajas” e molte altre composizioni che hanno attraversato il tempo senza perdere la loro forza. Ma il successo ha anche un prezzo. Le tournée, le notti interminabili, gli spettacoli, la pressione del lavoro e gli eccessi iniziano lentamente a logorare il suo fisico. Benny vive con la stessa intensità con cui canta. Consuma ogni energia sul palcoscenico e, fuori dalla scena, conduce una vita frenetica che finirà per presentargli il conto. Negli ultimi anni la salute peggiora rapidamente. Nonostante i medici gli consiglino di rallentare, lui continua a esibirsi. Per Benny il pubblico non è mai stato un obbligo, ma una famiglia. Cantare era il suo modo di respirare.
Il 19 febbraio 1963, a soli quarantatré anni, il cuore del Bárbaro del Ritmo smette di battere. La notizia attraversa Cuba come un improvviso silenzio. Quando se ne va un artista come Benny Moré, non muore soltanto un uomo, si spegne una voce che aveva saputo raccontare l’anima di un popolo. Eppure, le leggende hanno una caratteristica che le distingue da tutte le altre storie, non finiscono mai.
La sua vita ci ricorda che il talento autentico non sempre nasce nei luoghi più prestigiosi. A volte germoglia in una casa di legno battuta dal vento, in una strada polverosa, tra il profumo dei manghi maturi e il canto di un venditore ambulante. Ci insegna che l’arte non ha bisogno di un diploma appeso al muro per essere grande. Non ha bisogno di conoscere il nome di ogni nota se è capace di parlare direttamente al cuore delle persone. Forse è proprio questo il lascito più prezioso di Benny Moré. Le sue canzoni non appartengono soltanto a Cuba ma appartengono a chiunque abbia sognato un futuro migliore partendo da una vita semplice.























