Parent and child hands handing flowers

Per una nuova cultura del caregiving

Curare chi cura: la nuova rubrica di Odysseo, “a più mani”

 

La cura è in crisi.

Non perché manchino riforme, progetti o buone intenzioni, ma perché chi cura è lasciato solo.

Questo manifesto nasce da una convinzione semplice e radicale: nessun sistema di cura può funzionare se non si prende cura di chi cura.

Parliamo di genitori, insegnanti, operatori sanitari e sociali, educatori, psicologi, psicoterapeuti.

Parliamo della funzione genitoriale come primo luogo della cura.

Parliamo della relazione come cuore di ogni atto educativo e terapeutico.

 

1. La cura è relazione, non prestazione

Ogni tentativo di ridurre la cura a procedura, protocollo o adempimento amministrativo produce alienazione.

La relazione non è un accessorio: è la sostanza stessa della cura.

2. Il primo curante è il genitore

Ogni storia di disagio mentale affonda le radici in un difetto di caregiving genitoriale.

Non per colpa dei genitori, ma per l’assenza di un sistema che li sostenga e li accompagni. Curare chi cura significa, prima di tutto, curare i genitori.

3. Nessuno può curare da solo

La nostra specie è gregaria.

La genitorialità, l’educazione e la cura non sono mai state funzioni individuali. L’isolamento del curante è una costruzione moderna e patologica.

4. Le comunità educanti non nascono dai progetti

Non si creano sulla carta.

Nascono solo se si lavora sulle persone che le abitano.

Strutture senza relazione producono solitudine organizzata.

5. Curare chi cura non è una questione di fondi

È una questione di intenzionalità relazionale.

Spazi di parola, confronto e mutuo riconoscimento possono nascere anche senza finanziamenti, se esiste una cultura che lirende necessari.

6. La formazione attuale è insufficiente

Formare alla cura non significa solo trasmettere tecniche e protocolli.

Significa formare persone capaci di riflettere su di sé e sul proprio coinvolgimento emotivo.

7. La supervisione non è un optional

È un’infrastruttura della cura.

Dove manca, il controtransfert agisce in modo cieco e distruttivo.

8. Il welfare deve auto-monitorarsi

Un welfare che non si auto-monitora è un welfare destinato al collasso.

Un sistema sano osserva anche lo stato emotivo e relazionale di chi cura, non solo le prestazioni erogate.

9. Il privato intercetta bisogni reali, ma non è la soluzione

Senza una cultura condivisa del curare chi cura, anche il privato rischia di riprodurre nuove forme di usura e alienazione.

10. Curare chi cura è una scelta politica

Non è uno slogan motivazionale.

È un criterio per valutare politiche, modelli organizzativi, sistemi formativi.

Dove chi cura è sostenuto, la cura regge.

Dove chi cura è lasciato solo, la cura si svuota.

 

    (non solo una firma, ma un metodo: mani, relazioni, alleanze che muovono idee)

✍️ Invito a scrivere

Questa rubrica è uno spazio aperto.

Invitiamo genitori, caregiver, insegnanti, operatori, professionisti, studenti e cittadini a inviare contributi: riflessioni, racconti di esperienza, buone prassi, domande aperte, osservazioni critiche sui sistemi di cura.

I testi ricevuti vengono letti e accompagnati editorialmente prima della pubblicazione, nel rispetto della linea della rubrica.

📩 Per scrivere: apiumani67@gmail.com

Scrivere è già un atto di cura.
Far circolare le parole lo è ancora di più.


Articolo precedenteI Peccatori
Articolo successivoLe confessioni di un italiano, parte II
CURARE CHI CURA La cura è relazione. E nessun sistema di cura può reggere se chi cura resta solo. Questa rubrica nasce per raccontare la cura nei suoi momenti concreti: nella genitorialità, nelle professioni di aiuto, nelle relazioni, nelle istituzioni. Non in astratto, ma nella vita vissuta. ✍️ Vuoi contribuire? Racconta. La cura data, ricevuta, osservata. La cura riuscita, difficile, solitaria. 📖 Linee guida per scrivere: https://drive.google.com/file/d/1nWI_6EEdktutF95BEtpKn1YNVeW2-bKX/view 📩 Per inviare i testi: apiumani67@gmail.com