La centralità operativa del castello di Fratta era principalmente e senza alcun dubbio, l’ambiente dell’affumicata, annerita, cucina.

Dall’arredamento dei mobili, dalle numerose casseruole e dal grosso camino acceso, pure un occhio inesperto ne poteva determinare l’uso vario che se n’è faceva.
Lo scenario fungeva da cucina, da sala da pranzo, da gattaio, da salotto e da quant’altro respirava e si muoveva in quel vano del castello. Ambiente per persone, felini e pennuti, prossimi quest’ultimi, ad essere liberati dagli annessi cutanei cheratinizzati per finire in padella, a fianco delle tante pignatte messe al fuoco per cuocere legumi.
Era proprio lì che si riunivano a chiacchierare le varie voci castellane, quando il conte era assente. Una sola voce, invece, quando il conte era presente, mentre gli altri restavano a bocche cucite, muti. Nel secondo caso il mutismo dei servitori, del Cancelliere e degli altri presenti, diventava un’univoca mimica
che dava l’idea d’assistere ad un teatro di marionette, gestito da sordomuti.
Quando il conte era presente parlava solo lui e gli altri si limitavano a mimare, secondo il monologo del boss, dondolando il capo, avanti e indietro, rispettando gli assensi e i dinieghi, per assecondarlo senza mai contraddirlo. Questi era sempre ben fiero di presentarsi come uno che aveva appena smessa l’armatura, mantenendo la postura come l’avesse ancora addosso. Calzava sempre i suoi stivali e portava una ipotetica arma bianca in un logoro fodero che, forse, solo esso lo sapeva, se la contenesse.
La sua figura minuta e la pacchiana calzatura ai piedi, tra tutti quei felini, a un ospite di passaggio, gli avrebbe ricordato una fiaba di Charles Perrault: Il gatto con gli stivali.
Aveva sempre la sua ombra appresso, il conte: era il Cancelliere, suo contabile, il quale, come il muschio sopra un muretto esposto a Nord: non si staccava da lui manco a raschiarselo di dosso. Un personaggio così disposto e servizievole non lo si avrebbe pensato vederlo nemmeno nelle bellissime novelle di Gianfrancesco Straparola o nelle brillanti, esilaranti commedie di Carlo Goldoni. Eventuali passi sulla neve fresca, messi dall’uno e ripetuti dall’altro che lo seguiva, non lasciavano che impronte di una sola persona.
Il Cancelliere era un tipo mingherlino che, se non andasse così tanto bardato, sarebbe volato al primo starnuto di vento. Questi aveva un enorme gozzo e lo teneva coperto, ben nascosto da un collare bianco inamidato, che tanto somigliava a un alveare di vespe abbandonato dagli insetti per cause imprecisate, fortuite.
Gestiva la bilancia della giustizia con un piatto che pendeva sempre da una parte e che non scontentava mai il conte. Come facesse la Giustizia a restar nelle sue mani, non si era potuto mai chiarirlo. Forse si era assoggettata da sé per tenersi dalla sua parte l’élite o forse stanca di riprendere chi la gestiva, aveva smesso di protestare? O forse lo slancio di chi doveva protestare era tenuto a guinzaglio dalla propria, rassegnata sudditanza? Fatto sta che l’unica rivalsa dei sudditi era quella dell’ubbidienza, silenziosa e cieca.
I litigi tra il conte e la sua consorte erano frequenti a causa del piccolo Orlando che, per nessuna ragione voleva accondiscendere alle megalomani richieste di suo padre. Aveva un’indole mite, Orlando, che contrastava con la richiesta del suo genitore che lo voleva condottiero. Il conte voleva a tutti i costi il figlio seguitasse a emulare le gesta dei suoi avi, incorniciati e appesi alle pareti, dai quali volti trasparivano sguardi dai cipigli mefistofeli da far indispettire il diavolo stesso. Il conte, in una sua discussione con la contessa, aveva asserito che i musulmani avevano riconquistato Gerusalemme e il Santo Sepolcro. Quindi le gesta che avrebbe vissuto il figlio Orlando, nulla aveva a che vedere col ripetersi di un altro Orlando Furioso, dal momento che, come asseriva il conte, gli arabi avevano avuto la meglio e si erano, impossessati del Santo Sepolcro e che bisognava riportarlo alla cristianità. Certamente pensava ad una Gerusalemme Riconquistata, dove non c’entrava l’Ariosto, ma Torquato Tasso. In quel caso Orlando avrebbe preso il posto di Goffredo di Buglione in una ipotetica seconda crociata, ma senza intrighi e amori vari: una casta, ma violenta crociata, insomma: questo voleva il conte, da quel marmocchio baciapile, suo figlio.
Qualche tempo dopo, il castello onorava tra le sue mura due figure di spicco, clericale e forense: monsignor Orlando e il  Cancelliere, mancava di una militare che si realizzava con il capitano Sandracca. Questi era unico nell’aspetto quanto lo fosse un piano spigoloso. La sua venuta al mondo, si diceva, era stata boicottata sia dai genitori stessi che da Afrodite e da Venere che non ne vollero sapere della sua laidezza.
Egli consumava delle ore innanzi lo specchio per conciliare la sua bruttezza in attesa che, lo specchio, gli concedesse almeno una possibile accettabilità della sua immagine in esso riflessa. Ma lo specchio non gli mentiva mai e nemmeno  “l’Occhio” di René Magritte n’avrebbe celato la realtà, stravolgendola: il capitano restava brutto comunque.
Sandracca era un fervente, appassionato bevitore tanto che al solo quarto bicchiere t’imbastiva incredibili fandonie che Munchausen, Cagliostro e Charles Ponzi, sicuramente, ne avrebbero mantenute le distanze. Era un uomo molto alto Sandracca, e quando marciava, seguito dalla Cernide, era sempre lui il primo al punto d’arrivo. La Cernide era composta perlopiù da contadini che marciavano con fucili portati come fossero attrezzi da usare nei campi e non per farne uso in un vero scontro armato. Quando il capitano alzava il suo enorme spadone, più essenziale, piu calzante nella mano di un gigante, tipo l’Eracle di Barletta, piuttosto che nella sua, gl’improvvisati soldati si davano alla fuga cercando un posto dove nascondersi.
Nessuno riusciva ad inibire Sandracca dall’uso dell’alcol e dalle chiacchiere che sparava a suon di bocca. Faceva una tal confusione con le date, tanto che, secondo lui, lo avrebbero visto nella guerra di Troia a fianco degli Achei dove, anche fosse stato Matusalemme, non sarebbe apparso.
Sfumato dall’alcol, egli riduceva all’osso, ma mai all’essenziale, al vero, ciò che aveva detto, venendo a patto con se medesimo. Mostrava le tante, da lui spacciate ferite, abbassando le proprie brache. Questo per una esposizione delle abrasioni sul deretano, non certo procurate in scontri mai avvenuti, ma certamente causate da distratti contatti con le ortiche.
L’Autore “se livrer”, si sbizzarrì nel descrivere ancora i codici di allora e lo fa con un quadro piacevole e scherzoso, senza distanziare dalla realtà, la natura logica-comica dei codici, affermando che facevano ridere. Io che scrivo resto della stessa idea e mi chiedo: meglio quelli attuali che fanno piangere?
Chiudo questo seconda parte della mia recensione col riso nel cuore… mentre sulle labbra mi si forma un gesto di biasimo per lo stato presente.

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Salvatore Memeo è nato a San Ferdinando di Puglia nel 1938. Si è diplomato in ragioneria, ma non ha mai praticato la professione. Ha scritto articoli di attualità su diversi giornali, sia in Italia che in Germania. Come poeta ha scritto e pubblicato tre libri con Levante Editori: La Bolgia, Il vento e la spiga, L’epilogo. A due mani, con un sacerdote di Bisceglie, don Francesco Dell’Orco, ha scritto due volumi: 366 Giorni con il Venerabile don Pasquale Uva (ed. Rotas) e Per conoscere Gesù e crescere nel discepolato (ed. La Nuova Mezzina). Su questi due ultimi libri ha curato solo la parte della poesia. Come scrittore ha pronto per la stampa diversi scritti tra i quali, due libri di novelle: Con gli occhi del senno e Non sperando il meglio… È stato Chef e Ristoratore in diversi Stati europei. Attualmente è in pensione e vive a San Ferdinando di Puglia.