Dal bordo vasca al tragico incidente di Ostia

Dietro una notizia di cronaca c’è sempre una persona. C’è un nome, una famiglia, un lavoro, degli amici, delle passioni, una vita fatta di incontri e di gesti quotidiani. E ci sono luoghi nei quali quella persona ha lasciato qualcosa di sé, tanto da continuare a essere presente anche quando non c’è più.

Daniele Bellisari aveva 46 anni, viveva a Cisterna di Latina, aveva una famiglia e dei figli. È l’operaio morto il 14 settembre a Ostia, in via Antonio Forni, dopo essere precipitato da una piattaforma elevatrice durante alcuni lavori all’esterno di una palazzina.

Daniele si trovava a circa cinque metri d’altezza, insieme a un collega, quando il braccio meccanico del cestello ha ceduto. In pochi istanti, un normale giorno di lavoro si è trasformato in una tragedia. Il collega è riuscito ad aggrapparsi al parapetto di un balcone ed è stato soccorso da alcune persone presenti nel palazzo. Daniele, invece, è precipitato e non è sopravvissuto.

Una morte sul lavoro che lascia una famiglia senza un marito e un padre e che, ancora una volta, pone una domanda che va oltre la cronaca dell’incidente: come è possibile che un uomo uscito di casa per lavorare non sia riuscito a tornarvi?

Ma raccontare Daniele soltanto attraverso gli ultimi istanti della sua vita sarebbe ingiusto. Perché prima di essere l’operaio morto in un cantiere, Daniele era molto altro.

Era un uomo di piscina, un istruttore, un maestro di salvamento, un allenatore, in compagno di squadra, un amico per tanti. E soprattutto era una persona che aveva fatto dell’acqua e dell’insegnamento agli altri una parte importante della propria vita.

La Rari Nantes Aprilia lo ricorda con parole che raccontano più di qualsiasi curriculum. Daniele era entrato nella piscina nel 2006. Da allora aveva attraversato quasi vent’anni di storia della società, diventandone una presenza familiare e riconoscibile.

In piscina aveva insegnato a nuotare a moltissime persone, dai bambini agli adulti. Ma il suo lavoro non consisteva soltanto nel trasmettere una tecnica.

Insegnava a conoscere l’acqua, a rispettarla, a viverla insieme agli altri. Insegnava il valore del gruppo e quello della responsabilità. Nel corso degli anni era diventato anche maestro di salvamento, formando numerosi assistenti bagnanti.

È un particolare che assume oggi un significato ancora più forte: Daniele aveva dedicato una parte della sua vita a insegnare agli altri come intervenire, come soccorrere, come essere pronti quando una persona è in pericolo. Era capo allenatore della Rari Nantes Aprilia nel nuoto per salvamento, disciplina nella quale aveva messo competenza, passione e tempo.

La Federazione Italiana Nuoto, appresa la notizia della sua morte, ha espresso il proprio profondo cordoglio ricordandolo proprio per il suo ruolo nel movimento del salvamento.

Forse è proprio nell’acqua che bisogna cercare Daniele e non soltanto perché è stato per anni un istruttore e un allenatore, ma perché la piscina era diventata una parte della sua vita. Un luogo nel quale aveva incontrato persone, cresciuto ragazzi, accompagnato bambini nei loro primi passi nell’acqua e formato adulti chiamati, a loro volta, a proteggere la vita degli altri.

 

Cinque metri

A volte non si può scegliere

cosa fare all’ora di morire,
e il cielo, quel giorno, era

soltanto un cantiere aperto.
Non si ha tempo di dire

a chi sta vicino: sto morendo,
né di mettere in salvo il nome,

prima che cada il corpo.

Cinque metri soltanto: una misura breve per il vuoto,
un precipizio può stare

dentro il battito di una macchina.
Il ferro ha spezzato

il braccio della gru come un ramo,
e il cestello è diventato una bara sospesa tra i piani.

A volte non si ha nemmeno tempo

di mettersi a correre
come chi ha i vestiti incendiati

e corre per raggiungere la fine;
la morte aspetta,

nascosta nella ruggine,
e quando arriva

ha la rapidità di una lama.

A volte la fine arriva

quando si è più aggrappati alla vita,
al da fare, al pane, al domani,

al crescere i figli;
quando le mani conoscono

il peso del lavoro
e non sanno di dover salutare

il mondo.

Uno cade, e il silenzio

gli chiude la bocca;
l’altro si aggrappa a un balcone,

alla corda della speranza.
Mani sconosciute diventano radici,

diventano soccorso,
lo tirano verso la luce,

strappandolo al precipizio.

Il morire rompe il tempo della voce,
anche se dall’aldilà

stanno cantando le vittime,
con voce operaia, si suppone

che a tratti urlino
per morire un poco meno,

nel lamento che si spezza

a coltellate.

Bisogna lasciarsi ferire,

cadere nel loro dolore,
per comprendere come la terra

culla le ossa e custodisce,

nel suo repertorio di lamenti,
le vite che il lavoro

non ha saputo restituire.


FonteImmagine generata con AI
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Yuleisy Cruz Lezcano nata a Cuba, vive a Marzabotto, Bologna. Lavora nella sanità pubblica, laureata in scienze biologiche e con una seconda laurea magistrale in scienze infermieristiche e ostetricia, presso l’Università di Bologna. Ha pubblicato diciotto libri a seguito di riconoscimenti e premi in concorsi. Due dei libri pubblicati sono in spagnolo/italiano e il penultimo in spagnolo/ portoghese è stato pubblicato in Portogallo. Si occupa di traduzioni in spagnolo, facendo conoscere poeti italiani in diverse riviste della Spagna e del Sudamerica e, in modo reciproco, facendo conoscere poeti sudamericani e spagnoli in Italia. Collabora con blogs letterari italiani, di America Latina e di Spagna. La sua poesia italiana è stata tradotta in francese, spagnolo, portoghese, inglese, albanese.

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