
Tra geopolitica e umanità ferita: le ragioni dei conflitti che infiammano il mondo tra Ucraina e Medio Oriente.
Sui conflitti in corso…
Tra America e Russia non c’è solo una lite tra due presidenti, ma due diversi modi di concepire la propria sicurezza.
Washington ragiona così:
“Se lascio che la Russia ricostruisca una sfera d’influenza con la forza, domani lo farà la Cina e l’ordine che ho costruito dopo il ’45 crollerà. Quindi devo mantenere NATO, sanzioni, basi militari e dollaro sempre efficienti, per essere pronto a tutto.”
Mosca ragiona così:
“Ho subito invasioni da ovest per trecento anni, ho avuto 27 milioni di morti e ho visto la NATO passare da 12 a 32 paesi, avvicinandosi sempre più ai miei confini. Se accetto che l’Ucraina entri nella NATO, domani avrò missili a 400 chilometri da Mosca. Per questo devo creare una fascia di territorio che mi faccia da cuscinetto.”
Chi aiuta i presidenti nelle rispettive manovre?
Non solo i governi.
Da una parte vi è il complesso militare-industriale che vive di commesse. Dall’altra vi sono l’oligarchia energetica e gli apparati di sicurezza che vivono del controllo delle risorse e dell’esistenza di un nemico esterno utile a mantenere il consenso interno.
In mezzo c’è la Cina che osserva e fa i propri interessi, acquistando ciò che le serve a prezzi fortemente scontati.
Come si dice: tra i due litiganti il terzo gode.
Il motivo principale resta il controllo dell’energia e la capacità di scrivere le regole del commercio del prossimo secolo.
Israele ragiona così
“Siamo nove milioni di persone in mezzo a quattrocento milioni. Abbiamo vissuto due intifada, subito missili da Gaza, abbiamo Hezbollah a nord e un Iran che dichiara di volere la nostra scomparsa. Senza una chiara superiorità militare e senza un controllo di sicurezza su Cisgiordania e confini, non sopravviveremmo. Ogni ritiro senza garanzie equivale a un razzo che ci cade addosso.”
I palestinesi ragionano così
“Siamo ancora cinque milioni di persone sotto occupazione militare dal 1967. Siamo senza Stato, senza passaporto, con case demolite, checkpoint e terre espropriate per nuovi insediamenti. A ogni negoziato abbiamo visto diminuire la nostra terra. Sempre meno terra da coltivare. Senza la nostra resistenza saremmo già scomparsi dalla scena.”
Iran, Turchia, Arabia Saudita e Qatar ragionano così
“La questione palestinese è una leva per diventare leader del mondo musulmano. Finanziando una fazione o sostenendo una causa che ci toglie le castagne dal fuoco, otteniamo allo stesso tempo consenso interno e influenza esterna.”
Ma chi manovra tutto questo?
Da una parte i vari governi israeliani succedutisi negli anni, costretti a mantenere coalizioni fragili e il consenso dei coloni.
Dall’altra le leadership palestinesi, divise tra Fatah e Hamas, che competono per la propria legittimità.
Ma soprattutto vi sono le potenze regionali che utilizzano il conflitto per procura e le grandi potenze esterne, Stati Uniti e Russia.
Queste utilizzano il Medio Oriente per vendere armi, acquistare petrolio e costruire basi funzionali ai propri interessi strategici ed economici.
Il motivo reale è terra, acqua, sicurezza fisica, legittimità religiosa e politica.
Nessuno può cedere, perché cedere significherebbe dire al proprio popolo di avere sbagliato per settant’anni.
Perché questi dissidi non si chiudono mai?
Il potere lo mantiene chi è già dentro il potere.
Senza un nemico esterno bisognerebbe spiegare perché l’affitto costa troppo, perché gli ospedali non funzionano e perché tanti problemi interni restano irrisolti.
La guerra realizza una delle più grandi redistribuzioni di risorse pubbliche verso interessi privati.
Essa offre un’identità.
È più facile dire:
“sono contro l’America”, “sono contro la Russia”, “sono contro Israele”,
che chiedersi:
“Io chi sono?”
Di chi è la terra quando due popoli dicono: «È mia»?
Il 24 febbraio 2022 la Russia ha invaso l’Ucraina con il proprio esercito regolare, dopo aver riconosciuto Donetsk e Luhansk.
Si tratta dell’invasione di uno Stato sovrano riconosciuto dall’ONU.
Da allora è guerra aperta, con centinaia di migliaia di morti, milioni di profughi e città rase al suolo.
Come la raccontano le due parti?
Kiev dice
“Siamo una nazione distinta, con una nostra lingua e una nostra storia. Nel 1991 il 92% dei votanti ha scelto l’indipendenza. Mosca non accetta che scegliamo Europa e NATO. Se oggi cedessimo la nostra terra in cambio della pace, cosa accadrebbe domani? Per questo continueremo a resistere.”
Mosca sostiene
“L’Ucraina è nata dentro l’URSS e ospita milioni di russofoni. Nel 2008 la NATO ha promesso che l’Ucraina sarebbe entrata nell’Alleanza. Che cosa accadrebbe se il Messico ospitasse basi russe al confine con il Texas? Abbiamo invaso l’Ucraina per impedire che diventasse una testa di ponte della NATO e per proteggere i russi del Donbass bombardati dal 2014.”
Viene spesso richiamato anche il precedente della crisi di Cuba del 1962, quando la Russia installò missili nell’isola e gli Stati Uniti di John Fitzgerald Kennedy reagirono con fermezza.
Russia e Ucraina sono come un divorzio dopo circa settant’anni di matrimonio
Lui, grosso, ex pugile e gran bevitore, è rimasto senza lavoro dopo la chiusura della fabbrica sovietica nella quale lavorava come caporeparto.
Lei, più giovane e stanca di sentirsi ripetere:
“Senza di me non sei nessuno”,
si è messa il rossetto e ha detto:
“Vado a ballare con la NATO e con l’Unione Europea.”
Lui non ha accettato il divorzio.
Non per amore, ma per orgoglio.
Perché lei aveva abbandonato la casa, il cortile e persino la cantina dove passava il gas.
Morale
Quando due persone che hanno dormito nello stesso letto per decenni iniziano a spararsi addosso, ragione e torto smettono di bastare.
Resta soltanto una casa che brucia e due orgogli che si scaldano allo stesso incendio.
Chi guadagna dal mantenimento della guerra?
Certamente l’industria internazionale degli armamenti, che svuota i magazzini e riempie gli ordini.
La Russia, che mantiene il paese unito attorno alla guerra.
La Cina, che acquista energia russa a prezzi ridotti.
Anche alcuni governi europei trovano nel nemico esterno un elemento di coesione.
Le motivazioni sono molteplici e si sovrappongono.
Chi paga il prezzo?
Gli ucraini che muoiono.
I russi che partono per il fronte e non tornano.
Gli europei che pagano energia e grano più cari.
La Palestina è una terra che sta passando di mano?
Molti ritengono di sì.
Dal 1967 Israele controlla la Cisgiordania e Gerusalemme Est.
Nel corso degli anni sono stati realizzati insediamenti nei quali vivono oggi centinaia di migliaia di coloni israeliani.
I palestinesi vivono senza uno Stato indipendente, sotto amministrazione israeliana o sotto Hamas a Gaza.
Dopo il 7 ottobre 2023, Gaza è stata teatro di una guerra che ha provocato decine di migliaia di vittime civili.
Le due parti la raccontano così
I palestinesi sostengono che sia in corso una progressiva espulsione del loro popolo dalla propria terra.
Gli israeliani rispondono che quella è la Giudea e Samaria biblica, cuore storico del popolo ebraico, e ricordano di aver conquistato quei territori nel contesto delle guerre del 1967 e del 1973.
Ricordano inoltre di essersi ritirati da Gaza nel 2005 e di avere ricevuto, a loro dire, razzi invece che pace.
Temono che un eventuale ritiro dalla Cisgiordania possa trasformare anche quell’area in una nuova Gaza.
Chi guadagna dal mantenimento dello status quo?
La leadership israeliana che conserva coalizioni delicate.
Hamas che rafforza il proprio ruolo all’interno del mondo palestinese.
L’Iran che si accredita come protettore della causa palestinese.
L’industria della sicurezza e l’economia legata agli insediamenti.
Chi perde?
Non soltanto i palestinesi che perdono vite e territorio.
Anche gli israeliani che vivono in una condizione di allarme permanente e vedono crescere tensioni interne.
E infine il resto del mondo, che paga instabilità, rincari energetici e un diffuso clima di paura.
In Ucraina e in Palestina
In entrambi i casi il conflitto si è stabilizzato e le vie d’uscita appaiono lontane.
La differenza principale è che in Ucraina esiste un confine internazionale riconosciuto che è stato violato.
In Palestina non è mai esistito un confine definitivo riconosciuto da tutte le parti e per questo ciò che alcuni chiamano “invasione”, altri lo chiamano “ritorno”.
Chi perde la casa sotto le bombe e chi la perde demolita da una ruspa vive la stessa esperienza di sradicamento.
Tutte le ingiustizie, osservate da vicino, hanno lo stesso odore di gelo.
Una madre a Kyiv che nasconde il figlio in una cantina quando arrivano i missili e una madre a Gaza che cerca riparo dai bombardamenti non si interrogano sul diritto internazionale.
Si chiedono soltanto se il soffitto reggerà.
Un contadino ucraino al quale viene sottratto il trattore e lasciato un campo minato e un contadino palestinese che perde un ulivo centenario condividono la stessa preoccupazione: il pane di domani.
L’ingiustizia, quando è vera, non ha bisogno di aggettivi.
Non è russa, israeliana, americana o iraniana.
L’ingiustizia comincia quando chi è più forte decide che la propria paura vale più della vita di chi è più debole.
Può chiamarla sicurezza, storia, religione o futuro.
Ma sempre ingiustizia rimane.
Non esiste peccato politico.
Esiste un solo peccato:
guardare una mano che trema dal freddo e non scaldarla per paura di sporcare la propria.
La mano che trema non domanda una spiegazione.
Cerca soltanto un’altra mano che trema un po’ meno.
Una mano amica.
La mano della pace è rimasta fredda perché nessuno l’ha tenuta abbastanza stretta.
La pace non è un accordo.
Non è una firma su un tavolo lucido a Oslo o a Istanbul.
Quella è carta.
La vera pace è quando due mani che prima tremavano l’una contro l’altra si ritrovano a sostenere insieme la stessa cosa.
La pace non è assenza di torti.
È presenza di qualcosa custodito insieme.
L’America, la Russia, Israele, la Palestina, l’Iran: tutti dichiarano di volere la pace.
Ma la vogliono già pronta, già stabile, già definitiva.
La mano della pace resta fredda perché viene tenuta dai potenti con i guanti.
E tra due guanti nulla si scalda.
Ci vorrebbe forse una persona semplice, senza interessi da difendere e senza bandiere da sventolare.
Una persona capace di vedere la confusione, gli imbrogli e le falsità che spesso accompagnano le grandi manovre della storia.
Una persona che dicesse semplicemente:
“Datemi i piedi dei vostri figli morti e li laverò io. Che siano ucraini, russi, israeliani, palestinesi o iraniani. Li laverò senza chiedere di chi sia la colpa, finché l’acqua torbida del dolore non li accomuni tutti nella stessa tragedia.”
Forse sarebbe quello il momento in cui la mano della pace smetterebbe di essere soltanto un simbolo e tornerebbe a essere una mano vera.
























