
Fratello mio,
se le anime che hanno già lasciato il mondo possono ancora ascoltare le voci di chi vi rimane, vorrei che la mia giungesse fino a te. E io so, avendone fatto esperienza in prima persona durante il mio viaggio nei tre regni ultraterreni, che specialmente voi beati potete ascoltare noi che siamo ancora dall’altra parte, su questa terra così triste ma ancora bella. Anzi, il nostro pensiero, quando è ancora nascosto, voi lo leggete nella mente di Dio, come il grande Tommaso d’Aquino mi disse nel Cielo della Sapienza, proprio mentre stava per intessere le tue lodi:
Così com’io del suo raggio resplendo, sì, riguardando ne la luce etterna, li tuoi pensieri onde cagioni apprendo. (Par. XI, 19-21)
Non ti scrivo, allora, come a un santo lontano, chiuso nella luce della gloria divina, ma come si scrive a un uomo che si è fatto fratello di tutti gli uomini.
Io ti ammiro, Francesco, perché hai saputo scegliere ciò che quasi tutti temono: la povertà. Hai guardato l’oro, le vesti preziose, le case ricche e i tesori della Chiesa e hai compreso che, quando il possesso e l’avarizia diventano padroni dell’anima, l’uomo non è più libero. Tu hai scelto la sposa più esigente perché più povera: Madonna Povertà. E in quella Donna hai trovato una ricchezza che nessun ricco può comprare.
Io, invece, vivo in un tempo nel quale la Chiesa, che dovrebbe essere madre dei poveri, spesso somiglia a una corte. Vedo uomini che con la bocca predicano il nome di Cristo umile e povero, e nel loro cuore, ormai indurito, desiderano terre, poteri, denaro e gloria. L’imperatore e i principi cercano di comprare l’appoggio della Chiesa abbuffandola di ricchezze; e i pastori puttaneggiano con imperatori e principi per allargare i loro confini e dare solidità al loro potere:
Di voi pastor s’accorse il Vangelista
quando colei che siede sopra l’acque
puttaneggiar coi regi a lui fu vista; (Inf. XIX, 106-108)
A questo pensano i pastori: ad ingrassare le loro borse, che non potranno portarsi dietro nell’altra vita, quella veramente felice perché vera ed eterna.
Oh gioia! oh ineffabile allegrezza! oh vita intègra d’amore e di pace! oh sanza brama sicura ricchezza! (Par. XXVII, 7-9)
E mentre si disputa per una città, un confine o un pugno di fiorini, Cristo continua a nascere tra i poveri, senza che nessuno si accorga di Lui.
Tu hai sognato una Chiesa libera perché povera, forte perché umile, pronta a ritrovarsi nelle larghe navate delle chiese tra il profumo dell’incenso, dopo essersi persa nell’odore degli stretti vicoli abitati da bottegai e umili contadini.
Tu hai desiderato una Chiesa vicina a Cristo perché vicina agli ultimi…Anch’io sogno e combatto per una Chiesa così, ma con le armi che Dio mi ha dato. A te Iddio ha dato il saio; a me la parola.
Tu hai predicato camminando scalzo per le strade; io predico attraverso la mia poesia.
Tu hai parlato agli uomini con la semplicità della tua vita; io voglio parlare loro in versi, affinché la mia voce possa raggiungere anche coloro che non sanno che l’inferno è in terra, che il male si annida nel cuore dell’uomo, forse insieme ad un po’ di bene che, però, fatica a venire a galla.
Tu hai gridato l’amore folle di Dio per ogni creatura; io, col mio poema, voglio denunciare le storture della società, perché l’amore non sopporta l’ingiustizia.
Anche io, come te, amo Dio, l’umanità e la natura. Hai cantato la bellezza delle stelle, scrivendo nel tuo Cantico che in cielo Dio le ha «formate clarite et preziose et belle»; io ho posto proprio la parola “stelle” a sigillo di ogni cantica, per ricordare all’umanità che siamo fatti di cielo, impastati di speranza. Tu hai lodato «frate vento» che viene ad accarezzare la nostra pelle; a me il mio avo Cacciaguida predisse che la mia poesia sarebbe diventata come vento impetuoso pronto a percuotere i potenti:
Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime percuote;
e ciò non fa d’onor poco argomento. (Par. XVII, 133-135)
E non ti nascondo, Francesco, che conosco il valore della mia parola. So di essere stato chiamato a qualcosa di grande. Non per superbia o vanità – quando sono stato in Purgatorio, anch’io, con tanti altri penitenti, ho dovuto sopportare il peso del mio orgoglio:
Troppa è più la paura ond’è sospesa l’anima mia del tormento di sotto, che già lo ‘ncarco di là giù mi pesa (Purg. XIII, 136-138)
Ma perché troppo grande è il dolore degli uomini e troppo urgente il compito di chi può indicare loro una strada. Se la mia poesia attraverserà i secoli, non sarà per mia gloria, ma perché essa possa diventare una voce contro la corruzione, l’ingiustizia e la cecità degli uomini.
Tu hai scelto di rivestirti della debolezza di Dio; io ho scelto di rivestire la parola di tutta la forza divina. Tu hai mostrato che si può vivere senza possedere; io vorrei mostrare che si può vivere senza vendere la propria coscienza. Tu hai cercato di riportare la Chiesa alla semplicità delle origini; io vorrei riportare l’umanità sulla strada della giustizia.
Forse, se ci fossimo incontrati, avremmo discusso a lungo. Io ti avrei parlato della superbia dei potenti e della rovina delle città, tu mi avresti risposto invitandomi a guardare gli uccelli del cielo. Già una volta predicasti loro la bontà di Dio. Allora mi avresti invitato ancora a guardarli, perché
«non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre» (Mt 6, 26).
Io avrei forse cercato parole solenni; tu avresti sorriso, ricordandomi che davanti a Dio una vita buona vale più di cento libri. Anche di più del mio «poema sacro, alla quale ha posto mano e cielo e terra» (Par. XXV, 1-2). E forse avresti ragione.
Ma permettimi, fratello Francesco, di confidarti una cosa: io credo che anche la poesia possa essere povertà, quando non cerca ricchezze ma verità. E credo che possa essere apostolato, quando non celebra il poeta ma conduce gli uomini verso il bene.
Ché se la voce tua sarà molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà digesta. (Par. XVII, 130-132)
Tu hai indicato Cristo spogliandoti di tutto. Io ho tentato di indicarlo attraversando l’inferno degli uomini, la rieducazione del purgatorio e la luce del Paradiso, la cui bellezza affascina e seduce.
Questo sicuro e gaudioso regno,
frequente in gente antica e in novella,
viso e amore avea tutto ad un segno. (Par. XXXI, 25-27)
Tu hai scelto la povertà per essere libero. Io ho scelto la parola per rendere liberi gli altri, dopo che io stesso ho sperimentato la libertà grazie a Beatrice:
Tu m’hai di servo tratto a libertate
per tutte quelle vie, per tutt’i modi
che di ciò fare avei la potestate. (Par. XXXI, 85-87)
Proprio per farmi riassaporare il gusto perduto della libertà, discese letteralmente all’inferno; lei, proprio lei che viveva in Dio e immersa nella sua luce, discese nelle tenebre come Cristo non esitò a scendere negli inferi dopo essere stato crocifisso:
Al mondo non fur mai persone ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com’io, dopo cotai parole fatte,
venni qua giù del mio beato scanno (Inf. II, 109-112)
Francesco, fratello mio e mio maestro, se un giorno le nostre strade si incontreranno nell’eternità, vorrei poterti dire che non ho scritto soltanto per essere ricordato, ma perché gli uomini imparassero nuovamente a distinguere l’oro dalla vera ricchezza, il potere dal servizio, la gloria dall’amore, la felicità nascosta dalla frivolezza esibita.
E allora, Francesco, forse sorriderai. Perché avrai riconosciuto, nella mia poesia, lo stesso desiderio che ha guidato la tua vita: riportare l’uomo a Dio. E chi non crede, alle stelle.
Tuo, con sincera ammirazione, Dante.

























