
Novella tratta dalla raccolta inedita “Con gli occhi del senno”
Stremata, come mai si era vista, si presentava Concetta in sacrestia implorando al sacrestano Ignazio, di voler parlare urgentemente col Parroco, Don Terenzio, di una faccenda privata che le stava a cuore. Alla risposta cruda e disinteressata del bigotto che il Parroco non c’era, ella, senza nulla dire, si diluiva di dove era venuta. Era un’ora insolita per incontrare il prete che, solitamente, era proprio lui, a quell’ora, ad affacciarsi da alcuni parrocchiani, impossibilitati questi, a frequentare la chiesa perché degenti e a letto ammalati e non solo…
L’atto non ebbe risvolti di alcun genere visto il disinteressamento dello scaccino che aveva tenuto per sé l’atto di quella visita senza dir nulla al sacerdote. Aveva ben altro pel capo Ignazio a cui pensare, non certamente a simili apparizioni mattutine, anche se non era ancora brillo, dopo due bevute di bianco malvasia dalla bottiglia per il rito. Una dissolta, libertina, la scapigliata Concetta. La si notava spesso in luoghi disparati ad importunar gente tranquilla o intenta al lavoro. Non se ne voglia però, ma d’altro canto nemmeno si può accettare un simile distacco, e la mancanza di enfasi nell’espletare un normale impegno: quello di tenersi la notizia di Concetta in chiesa per sé senza dirlo al parroco. Non l’avrebbe fatto nemmeno un rospo smeraldino sordomuto in uno stagno: quel tanto poco l’avrebbe gracidato. A volte tali iniziative vengono prese senza cautele in quanto sono arbitrariamente considerate prive d’interesse, ma solo da chi la legittimità la intende come fattore prettamente personale. In questo modo ci si scrolla di dosso la responsabilità come si farebbe con un ombrello inzuppato, in un giorno piovoso, per poi deporlo nell’ombrelliera all’ingresso di un locale pubblico, a sgocciolare. Sì, a sgocciolare gli eventi come fossero panni messi al sole in un giorno di fosca bruma. E tale era la caligine che adombrava il cervello del bizzoco quella mattina che non si sarebbe nemmeno accorto del cane che stava bevendo dall’acquasantiera, dopo aver salito sulla panca adiacente. L’animale all’insaputa si stava purificando l’anima e lo stomaco dall’arsura… sì perché gli animali avranno certamente un’anima visto la sensibilità esibita in natura.
È fatta di pietra bianca che ha dimenticato di essere cava, Torrefosca-Murge. Dai suoi 220 metri fa vedere tanto ma senza che uno accusi vertigini. La Murgia con davanti il mare.
La vita è porte aperte e mani forti. Si lavora una terra che dà poco ma che dà l’essenziale. Niente ricchezza, ma coscienza aperta.
Qui gli ulivi contorti, i mandorli bianchi di febbraio, i fichi d’India sulle rocce, il timo e l’asfodelo. La lucertola veloce, la civetta che chiede chi sei, le pecore murgiane col campano che fa musica al silenzio, è un vero paradiso.
In queste comunità piccole e isolate, per generazioni ci si è sposati tra persone dello stesso borgo, a volte consanguinei: era la geografia a deciderlo, e il bisogno di non disperdere la poca terra.
La conseguenza, che oggi la medicina conosce bene, è che alcune fragilità nascoste hanno avuto più possibilità di incontrarsi. Allora nascevono bambini con bisogni particolari, più di quanto accadesse altrove. Non un destino, una probabilità, ma una storia che appartiene a molti paesi dell’interno; una storia che oggi, con l’apertura e la conoscenza, si è fortemente ridotta.
Il silenzio di un siffatto borgo non è vuoto, è pieno: ha porte aperte sui vicoli dove il sole entra a lama e lo illumina. La sera il borgo diventa nocciolo: si chiude in sé, si fa piccolo quanto vero. A queste altitudini non sei vicino a Dio per altezza, lo sei per chiarezza. Nessuna maschera, la Murgia non ne permette.
Le piante e gli animali non fanno giardino, ma è un prodotto che la fatica ha trasformato in bellezza.
Gli ulivi per primi, contorti, con i tronchi scavati come mani di un novantenne; i mandorli che a febbraio impazziscono di bianco; i fichi d’India sui muretti a secco, i carrubi scuri, il lentisco che odora di resina amara. E poi l’erba bassa: il timo selvatico, l’asfodelo con la candela bianca, la ferula, il cappero aggrappato al muretto che fa il fiore più bello proprio dove non dovrebbe.
Una natura tanto desiderata, oggi che si vive di angusti spazi e immense, indescrivibili, lussuose desolazioni…
Non sono rimasti in molti ad abitare questi borghi. I giovani sono andati dove il lavoro promette futuro. Sono rimaste le mani, una volta forti, i pensionati. La mattina ci si alza presto, non per poesia, per necessità, ma perché l’ulivo non aspetta. Si lavora una terra che dà poco ma sano, eccellente. Niente ricchezza, ma niente debito.
Il giorno è vicinato: porte aperte e sedie fuori. La fatica è nelle ossa, il medico è lontano, l’autobus passa due volte al giorno. Molti vivono con la pensione minima e con quello che dà l’orto. Ma la sera c’è quella cosa che in città non hanno più: la coscienza conciliata poiché si sta seduti davanti alla casa di pietra noverando la giornata.
In un borgo dove tutti si conoscono, la voce corre più veloce del vento. Nasce piccola, dall’invidia che non ha il coraggio di dire “vorrei anch’io” e dice “guarda quello”… è la maschera dell’impotente che avvelena il pozzo comune. La si vince in un solo modo: vivendo chiari e non innaffiandola con parole. Il silenzio che la ignora, la fa morire. Resta la verità, come l’ulivo millenario: tutti gli altri fioriscono, sfioriscono, muoiono.
Concetta ha trentanove anni portati come un cappotto troppo pesante in agosto. E bassa, tozza, forte, con le gambe gonfie di chi sta sempre in piedi, le mani rosse, screpolate, mangiate dalla candeggina e dall’acqua fredda, i capelli neri, crespi, legati sempre in fretta con un elastico liso, gli occhi grandi, neri, lucidi, spaventati e spaventosi insieme, la bocca senza rossetto, serrata per non urlare.
Ha perso il padre due inverni prima. Era l’unico che la chiamava figlia, senza aggiunta. Le è rimasta la madre, allettata, immensa, inchiodata al letto da un male alle ossa: pesa quasi cento chili, ma che ne urla centocinquanta. Chiama la figlia giorno e notte e la insulta e poi la benedice: senza di lei morirebbe e con lei non vive.
Di Concetta dicono che è fuori di testa. Lo dicono con quella mezza compassione che è peggio dell’insulto. Fuori di testa perché parla da sola per la strada, perché ride forte all’improvviso e senza motivo, piange pure di un pianto copioso davanti alla chiesa e si veste a strati, estate e inverno, con gonne su gonne. Ha il vizio di raccogliere pietre e mettersele in tasca, perché a volte si ferma e guarda il vuoto per minuti, perché non si è sposata, perché non ha avuto figli, perché non abbassa mai la testa, tante sue strane ragioni…Sono manifestazioni per cui gli altri la tengono a distanza. Spesso le lasciano qualcosa da mangiare davanti alla porta, ma senza bussare. Le cambiano marciapiede, scansandola.
Di lei dicono che è stramba, è pesante, è pericolosa, ma sono maschere e non volti umani. È la solita maschera dell’impotente, del cinico che non sa amare la sofferenza e il disagio altrui.
Ma Concetta è l’unica di Torrefosca-Murge che non dorme mai di un sonno intero. È sveglia, ostinata, fedele, incollata a quel letto come una quercia alla roccia. Lava, pulisce la merda, imbocca, prega, bestemmia, canta una ninna nanna antica che nessun altro ricorda. È rozza, è santa, è sporca, è pulitissima, è ignorante di libri e sapiente di dolore.
Se la guardi bene, senza velluto, senza diceria, vedi che non è fuori di testa. È dentro la vita fino al collo. Troppo dentro. Più dentro di tutti gli altri messi insieme. E, Torrefosca-Murge, che di persone fuori di testa non ha paura, ma di specchiarsi sì, per questo la tiene lontana.
Concetta non sa cosa significhi la parola amorevole, ma lo è lei stessa.
Quando la madre allettata, malata, pesante, bagnata, si agita nel letto di ferro che cigola, Concetta si fa piccola.
Le siede accanto sul materasso, le prende quella faccia larga, butterata, sudata, tra le sue mani rosse, spaccate, da contadina, e gliela tiene ferma come si tiene un pane caldo appena sfornato.
“Shhh, mammà. Shhh.”
Le cambia la pezza sotto, senza mai dimostrarle vergogna, la lava con acqua tiepida, con un gesto antico, lento, circolare, sulle cosce bianche, molli, piagate, sulla schiena a pezzi, con un sapone di Marsiglia che consuma fino a farlo un’ostia sottile. Poi l’asciuga tamponando, non strofinando, come si fa con un neonato, le mette il talco, tanto talco e le spalma le gambe con l’olio d’oliva suo, quello forte, della Murgia. Infine la massaggia. Impastando quella carne dolorante come si impasta la farina per il pane della domenica e, mentre lo fa, canta. Canta senza voce, stonatissima, una vecchia nenia che le cantava suo padre.
La madre, che di giorno è una tiranna allettata, di notte diventa bambina. Le si abbandona in mano, chiude gli occhi e dice: “Brava ragazza mia.
E Concetta, che tutto il borgo la evita perché fuori di testa, in quel momento sorride. Un sorriso sdentato, largo, tenerissimo, che nessuno a Torrefosca-Murge ha mai visto. L’amore di Concetta non è di parole, è di gesti, di mani taumaturgiche che curano, che allevano e che restano umanamente impegnate.************(
Ignazio, sessantadue anni, secco come un tralcio d’inverno, giallo, ossuto, con la faccia scavata per il vino che beve, dal naso a patata pieno di vene viola, con gli occhi piccoli, acquosi, sempre arrossati, con le mani tremanti, nere d’incenso e di cera vecchia, con la schiena curva a forza di aprire e chiudere porte e finestre della chiesa.
Lo fa da circa trent’anni: apre la chiesa quando è ancora buio e la chiude quando è già buio. Tira la corda, per suonare le campane, col dorso curvato, storto. Spolvera i santi con uno straccio che un giorno fu camicia. Non parla. O meglio, parla a monosillabi: Sì. No. Bo. È poco incline al dialogo perché il vino gli ha mangiato le parole, e perché gli uomini gli hanno stancato l’anima.
Beone, sì. Beone triste e silenzioso, di quelli che bevono in piedi, di nascosto, dietro la sacrestia, dalla bottiglia senza etichetta che tiene sotto l’acquasantiera. Beve per non sentire il freddo della chiesa, per non sentire il vuoto della casa, per non sentire i suoi assordanti silenzi.
Beve perché a casa c’ha un figlio difficile, Matteo.
Matteo ha venticinque anni: lungo, allampanato, bello e sfrontato, con gli stessi occhi acquosi del padre ma senza una chiesa o un santo a cui rivolgersi. È scapestrato, svogliato, mezzo ladro e mezzo poeta; è pieno di problemi esistenziali che, a Torrefosca-Murge, nessuno lo capisce. Non lavora, non studia, non prega. Si gratta persino le proprie tasche, in cerca dei pochi spiccioli rimasti, per fumarsi l’unico bene che gli rimane, ma che non riconosce: la salute.
Sparisce per giorni verso chissà dove, tornando con le scarpe rotte e nuove frottole da raccontare. È sempre pieno di debiti, di rabbia e di vuoto, vivendo sulle spalle del suo genitore Ignazio.
Ignazio è la sua prima ed unica, fonte di sussistenza. Risultante, questa, di una paghetta di poche lire che il prete gli trasmette ogni mese oltre al vino che avanza dalle messe e le offerte dei morti: molto finisce nelle mani bucate del figlio.
Tutto questo gnazio lo sa. Lo guarda, scuote la testa, gli allunga cento lire piegate in quattro senza dire una parola. Perché non sa dirgli altro. Perché non sa volergli bene in un altro modo: non ne è capace…
Il figlio li prende, come cosa dovuta, ma senza dire grazie
Due uomini, padre e figlio, svuotati di fede, muti nello stesso cortile, che aspettano due miracoli diversi dalla stessa chiesa e da un santo sconosciuto.
Don Terenzio, cinquantotto anni, ma ne dimostra quaranta, alto, impettito, eretto, con le spalle larghe da contadino, con la testa rasata a zero, lucida, con la barba scura, lunga di tre giorni, con gli occhi scuri, magnetici, forati e la voce bassa, calda, da teatro, che quando dice “Sia lodato” ti fa venire i brividi lungo la schiena, con le mani grandi, curate, inanellate, che sanno benedire e sanno comandare.
Ha uno spicco alto di personalità, il parroco. Proprio altissimo. Non entra, ma occupa. Non parla, ma predica anche quando chiede il sale. Cammina in mezzo alla piazza e tutti si girano. Le donne lo temono e lo cercano. Gli uomini lo odiano e gli obbediscono. I bambini lo guardano come si guarda un bellissimo cane lupo. È colto, ha studiato a Bari, ha letto i libri che a Torrefosca-Murge non sono mai arrivati, cita Sant’Agostino e poi bestemmia in dialetto se si incastra la porta.
È l’unico che tiene insieme il borgo come l’unico che lo può spaccare, perché su di lui, da sempre, girano le maldicenze: nere, pesanti, sataniche. Si parla di una sua abitudine, che di notte non dorme nella canonica, ma scende nella cripta sotto la chiesa vecchia, quella murata, dove c’è puzza di zolfo. Dicono che ha un libro rilegato in pelle nera, senza croce, che legge a lume di candela al contrario; dicono che le ragazze che vanno a confessarsi da lui escono rosse, sudate, stravolte, cambiate; dicono che le bestie lo sentono, che i cani ululano quando lui passa nelle ore tarde e che una volta ha fatto smettere la grandine solo alzando una mano, e non era miracolo, era un patto, ma con chi…?
Maldicenze, appunto. Dicerie di paese, di invidia, di paura verso chi è troppo alto.
Lui lo sa e ci gioca sopra. Non si difende mai. Sorride con quel sorriso a metà, ironico, tagliente, e dice dal pulpito: “Pregate per me, che il diavolo mi conosce per nome.”
E Torrefosca alta non capisce se è una confessione o una minaccia.
Intanto tiene la chiave della chiesa e quella della sacrestia, dove Ignazio beve: tiene pure, ben custodita, la virtuale chiave della coscienza di tutti i parrocchiani, nessuno escluso.
Dicembre era arrivato con un vento bianco, tagliente, tanto che, con gli spifferi entranti nelle case di pietra, si spegnevano persino quei fuochi accesi di speranza.
Gli ulivi, col loro pieno di frutto, erano dolenti con i loro tronchi spaccati dal gelo.
Le cisterne, piene di acqua piovana, mostravano lastre di ghiaccio che intrappolavano piccoli, ignari insetti come in bacheche fluttuanti. Il pane nella madia s’era indurito come pietra lavica ai piedi d’un vulcano spento.
La casa di Concetta sembrava la più fredda di tutte e con gli odori di muffe e di urine emananti dalle lenzuola sul letto di Teresa, segnavano il grado infimo di povertà. I grani di un rosario, infilati e tenuti insieme da qualcosa somigliante a un crine, pendeva dalla spalliera di una sedia, un dì impagliata con giunchi d’Ofanto.
La madre di Concetta, Teresa, giaceva sul letto di ferro ossidato supina e fredda, priva di fiato e prossima ad essere abbandonata dall’anima.
Aveva gli occhi aperti, fissi, asciutti, che guardavano il soffitto di canne come guardasse il cielo stellato.
Quella notte, la più rigida, e forse la più lunga, la tramontana urlava come un cane alla luna piena. Con la luce fioca e la stufa spenta il freddo si era fatto canaglia, mentre il solo fiato di Concetta e quello spento di Teresa si annullavano in un silenzio di tomba.
Concetta si era messa a sedere sulla sedia di giunco, accanto al letto, tremante, con le ginocchia contro il gelido ferro. Aveva preso la mano pallida della madre, fredda come marmo di cava, stringendola tra le sue senza riuscire a scaldarla: Teresa era spirata
Concetta le restò accanto senza dir nulla, senza urlare dal dolore: a Torrefosca-Murge, d’inverno, nessuno sarebbe uscito udendo quegl’urli.
A quel punto Concetta, con le gambe addormentate, si era alzata per prendere la coperta di lana più bella, quella bucherellata, ma pulita, per stenderla sul corpo di sua madre: lo fece con delicatezza, come per coprire una cosa preziosa.
Poi decise di correre verso la canonica per avvisare Don Terenzio dell’accaduto: questa volta sperando di trovarlo, visto il il buio, il freddo e l’ora insolita per le visite ai malati.
Esciva fuori scalza, con le scarpe di gomma in mano: non voleva far rumore e aveva preso la strada bianca, pietrosa, gelata, fino alla canonica.
Bussava alla porta di Don Terenzio, svegliandolo dal suo torpore e dalla stanchezza per dirgli della madre.
Con voce bassa, roca, senza pianto gli disse:”Si è addormentata. Non si scalda più.” E Don Terenzio, che conosceva bene il freddo, intese subito.
È mattina presto nella chiesa di Torrefosca-Murge, fredda come non mai e con l’odore di incenso stantio e di cera colata. Fuori tira la tramontana della Murgia che ulula come un lupo che chiama il branco. Dentro ci sono venti persone al massimo, con il cappotto addosso. Davanti, una bara povera, di legno chiaro, senza fiori. Concetta, seduta per terra, tozza, selvatica, con le mani rosse, aperte sulle ginocchia come una scultura di Lorenzo Bartolini e con gli occhi nel vuoto, secchi, spalancati e senza un accenno di lacrime, dove si nota il suo pianto interiore.
Ignazio è in fondo, in piedi, giallo, ossuto, tremante, con la bottiglia vuota in tasca, che non suona le campane perché don Terenzio gli ha detto di non suonarle.
Don Terenzio sale sul pulpito. Non ha paramenti ricchi addosso. Ha una tonaca nera, consumata, stretta sui fianchi larghi, con la testa rasata che luccica sotto la lampadina, con la barba nera di alcuni giorni, con gli occhi scuri che non guardano la bara, ma Concetta seduta per terra.
Pareva assente. Era forse altrove e senza un accenno di pianto. Il dolore, tutto suo, l’era rimasto dentro e che mai l’avrebbe condiviso con una di quella persone, un ventina, presenti al funerale.
Don Terenzio, dal pulpito prese parola e disse: “Non vi parlerò di resurrezione.”
Un brusio generale mentre le vecchie si strinsero nello scialle, poi continuò: “Non vi parlerò di un’anima che sale. Perché qui, sulla Murgia, le anime non salgono, restano. Restano attaccate alle case, alle lenzuola gialle, all’odore di urina e di rosario, all’olio che frigge il tempo. L’anima di questa donna,” e indica la bara con una mano grande, inanellata, curata, non è andata in cielo, ma è rimasta qui, dentro le mani di sua figlia. Guarda Concetta e continua: “Tutti voi, per trent’anni, avete tenuto a distanza questa figlia; avete detto ch’è fuori di testa, tozza, selvatica; nell’incontrarla avete cambiato marciapiede; avete chiuso le vostre finestre quando lei, con voce stonata, cantava. Lo faceva intanto che lavava la madre allettata, malata. E ora venite qui a chiedere a Dio perché la gente muore sola?”
Si china sul pulpito, con’occhi forati, magnetici.
“Io vi dico che Dio, ieri notte, non era in questa chiesa: era in quella casa bassa, di pietra fredda; era seduto su una sedia impagliata, accanto a un letto di ferro che cigolava; era in due mani rosse, screpolate, nodose, che ancora lavavano, con acqua tiepida e olio d’oliva, le cosce bianche, molli, piagate di una madre che non si poteva muovere e che stava per cedere la vita; era lì, a massaggiare, a pettinare capelli radi con una spazzola senza denti, a dire: “Shhh, mammà, ci sto io.
Quello era il Vangelo. Non quello che vi leggo io.
Silenzio di tomba. Concetta alza la testa, per la prima volta.
Don Terenzio sorride, a metà, ironico, tagliente, satanico dicono, ma adesso sembra solo stanco.
“E voi dite che io parlo col diavolo, che scendo nella cripta; che ho un libro nero? Forse è vero. Il diavolo mi conosce per nome, è vero. Mi viene a trovare ogni notte e mi dice: “Terenzio, lascia stare questo borgo di pietre, di invidiosi, di muti, di beoni. E io gli rispondo: “No! Resto perché qui ho visto per la prima volta… dico prima volta, l’amore senza interesse. L’amore di una figlia fuori di testa per una madre allettata. E se esiste quello, allora il vostro inferno non vale niente.
Si fa il segno della croce, lentissimamente.
“Andiamo. Portiamola fuori. Con le nostre mani. Non con quelle dei becchini.”
E scende dal pulpito, prende lui per primo la bara povera, di legno chiaro, sulle sue spalle, larghe da contadino, e guarda Ignazio e il figlio scapestrato, Matteo, in piedi, silenzioso, ch’era rimasto in disparte in fondo a tutti, e dice: “Aiutatemi.”
È la prima volta che a Torrefosca-Murge qualcuno chiede aiuto.
Finisce tutto in fretta, come finiscono i momenti migliori.
La bara di pino chiaro viene messa in una fossa già scavata, nella terra scura facendola scivolare con quattro corde fino alla base. Nessun marmo, nessuna foto. Don Terenzio butta sopra una manciata di terra con la sua mano grande, inanellata. Ignazio, giallo, ossuto, con gli occhi acquosi, butta un’altra manciata e guarda storto il figlio scapestrato. Questi è lì, allampanato, con la felpa sporca, che sta più indietro a tutti e con le mani in tasca.
Poi tutti se ne vanno. Alla svelta perché tira un vento forte e perché a Torrefosca-Murge i morti non trattengono i vivi. Restano solo le vecchie che devono dire l’ultima maldicenza…
Concetta resta. Resta sola davanti al mucchio di terra fresca, tozza, selvatica, con il suo vestito nero troppo grande che fu della madre, con le scarpe di gomma infangate, con le mani rosse, screpolate, vuote. Per la prima volta in trent’anni, vuote. Senza pezza, senza acqua tiepida, senza olio d’oliva, senza cosce bianche da lavare.
Sta ferma. Guarda la fossa. Non piange. Concetta non sa piangere come piangono gli altri. Lei ha pianto per trent’anni con le mani.
Poi fa una cosa che nessuno si aspetta. Si siede per terra. Proprio per terra, sul bordo della fossa, con le gambe larghe, tozze, con il sedere sulla terra scura, fredda. Prende un pugno di quella terra smossa, pietrosa, della Murgia, e se la stringe. Se la porta al petto. Se la mette dentro il vestito nero, contro il seno grande, sfatto, caldo. Come si fa con un bambino.
E inizia a cullarsi. Avanti e indietro. Avanti e indietro. Sulla tomba della madre allettata per l’eternità.
E canta. Senza voce, stonatissima, la stessa canzone che cantava alla madre per lavarla, quella che le cantava suo padre. Una ninnananna di quando lei era piccola, ancora bambina
Non prega. Culla la terra, canta e basta.
Don Terenzio, che dalla porta della sacrestia la guarda a distanza, sa che non deve distrarla; capisce che non deve avvicinarsi; che quella è la sua messa, la sua Santa Messa: la sua vera, particolareggiata, amorevole cerimonia religiosa e la lascia fare.
Il figlio di Ignazio, Matteo, è ancora in fondo al cimitero, lungo, allampanato, con la felpa sporca che gli sta grande, con le mani bucate in tasca. Ha quelle poche lire che ha avuto dal padre, con i suoi problemi esistenziali che nessuno a Torrefosca-Murge sa chiamare per nome.
Vede Concetta per terra: tozza, selvatica, seduta sul bordo della fossa, con il pugno di terra scura stretta al petto e che si culla avanti e indietro mentre, stonatissima, canta.
Per la prima volta non prova disagio nel guardare Concetta e nemmeno più lei gli mette paura.
Fa qualche passo strascicato, verso la fossa, con le scarpe rotte che affondano nel fango e si ferma dietro Concetta. Ha la bocca secca e non sa cosa dire. Lui che non sa dire nulla di buono, lui che sa solo dire “Pa’, mi servono soldi. Allora fa una cosa che non ha mai fatto: si siede anche lui per terra. Accanto a Concetta. Sono vicini nel posto, ma non lo sanno…
Nessuno tocca l’altro. Matteo guarda la terra fresca anche lui e dopo un po’, con voce roca, impastata, da ragazzo sveglio che ha dormito spesso per strada, dice:
“Prima mio padre quando è morta mia madre, a me… non mi ha fatto sedere per terra con lui. Mi ha chiuso fuori dalla sacrestia.
Concetta non gli risponde e continua a cullare la terra, rallentando il dondolio, per farlo entrare nel suo tempo.
Matteo scapestrato, pieno di vuoto, fa un’altra cosa nuova. Prende anche lui un pugno di quella terra scura, pietrosa, fredda, della Murgia, se la guarda e dice: “È pesante. È fredda.
Concetta, per la prima volta guarda il figlio di Ignazio: lo guarda con quegli occhi piccoli, neri, da animale buono e gli dice, piano, con una voce che non è più selvatica, è solo bassa, roca, usata: “Stringila forte così si scalda.”
Matteo stringe forte il pugno e resta lì, muto, senza parole. Due persone tenute a distanza dal borgo, per motivi diversi, che per la prima volta non sono sole sulla stessa terra.
Dalla sacrestia, Ignazio, giallo, ossuto, con la scatola di latta in mano, e Don Terenzio, alto, rasato, con la sua personalità che occupa tutto, li guardano dalla finestra e non dicono niente. Perché per una volta, a Torrefosca-Murge, non c’è bisogno di predica.
Alla fine si alzano perché il freddo della Murgia entra nelle ossa e le gambe si addormentano, anche ai giovani scapestrati, anche alle donne tozze, selvatiche, fuori di testa…
Concetta si alza prima, pesante, con le ginocchia che scricchiolano, con il vestito nero della madre che la terra ha colorato di scuro, con il pugno di terra ancora stretto al petto, contro, quasi volesse entrasse dentro il seno.
Il figlio di Ignazio si alza dopo, lungo, allampanato, con la schiena curva, con il pugno di terra che non ha più buttato, che si è scaldata davvero, come aveva detto lei.
Non si danno la mano. A Torrefosca-Murge non si fanno queste cose…
Si mettono in cammino, a piedi, sulla strada fredda, pietrosa, che scende dal cimitero al vicinissimo borgo. Sono vicini, l’un l’altro, ma non troppo. Lui con le scarpe rotte, lei con le scarpe di gomma. Lui guarda avanti, lei guarda per terra.
Il paese li vede arrivare. Dalle finestre basse, di pietra, le vecchie li vedono. Concetta, quella tenuta a distanza, e il figlio di Ignazio: il sacrestano, beone, e poco incline al dialogo, scendono insieme. Nessuno, per la prima volta, osa dire cosa: nessun commento o maldicenza.
Arrivano davanti alla chiesa chiusa. Don Terenzio non c’è più. Ignazio è sulla porta della sacrestia, giallo, ossuto, con la scatola di latta vuota, con gli occhi acquosi che hanno guardato per un giorno intero. Vede suo figlio che torna con la terra in mano e che non gli chiede dei soldi. Non capisce. Ma per la prima volta non ha voglia di chiedere.
Concetta si ferma. Guarda Matteo, apre la mano rossa, screpolata, nodosa e gli mostra la sua terra.
“Che ne facciamo?” gli chiede, con voce bassa.
Matteo pieno di vuoto, di fame, di problemi esistenziali che fino a ieri chiamava noia, la guarda. E per la prima volta, da ragazzo sveglio, capisce e le risponde: “Ce la teniamo. “Per ricordarci che a Torrefosca-Murge la terra è fertile, dura, ma non avara. Solo non dà frutti se non la stringi forte. Non dà amore se non la scaldi con le mani.
Concetta lo aveva saputo per trent’anni, lavando una madre allettata, malata, pesante, senza che nessuno la guardasse.
Ignazio non lo ha mai saputo, perché ha passato la vita a contare, nella scatola di latta, monetine delle questue fatte in chiesa credendo che il poco racimulato fosse colpa di Dio.
Suo figlio ha imparato tanto in un solo freddo pomeriggio, tenendo un pugno di terra gelida fino a farla diventare calda.
Don Terenzio, alto, rasato, con le maldicenze sataniche cucite addosso, lo predica da sempre che non basta avere una personalità che occupi tutto. Bisogna poi chinarsi e sedersi per terra accanto a chi è tenuto a distanza.
Non si diventa meno soli diventando più grandi. Si diventa meno soli diventando più bassi. Abbassandosi fino alla terra: fino a sedersi accanto a un altro che ha la stessa terra fredda in mano, per stringerla insieme finché si scalda.




























