La tecnologia è indispensabile, ma dobbiamo capire quale rapporto vogliamo costruire con essa. Il libro di Saverio Lorusso (filosofo pratico, membro della società di neuroetica e filosofia delle neuroscienze) “Intelligenza artificiale e coscienza umana. Può l’intelligenza artificiale essere cosciente?” invita a porsi domande essenziali: che cos’è davvero l’uomo? Chi siamo noi? Siamo soltanto organismi biologici assimilabili a macchine sempre più sofisticate oppure c’è qualcosa di irriducibile nella nostra natura? Il saggio nasce proprio per stimolare questa riflessione e per riportare al centro la dignità della persona in un tempo segnato dall’espansione dell’intelligenza artificiale. In definitiva, di fronte alla travolgente onda dell’IA, la sfida non è ostacolare alle macchine di pensare come gli uomini, ma impedire che gli uomini finiscano per pensare e sentire come le macchine. A parlarcene è lo stesso autore.

Da dove nasce l’idea di scrivere un saggio dal titolo “I. A. e Coscienza Umana. Può l’I.A. essere cosciente?”?

L’origine di un’inquietudine: un cambio d’epoca senza mappa che ci aiuti a ritrovare la strada di casa. L’idea di esplorare il confine tra intelligenza artificiale e coscienza umana nasce da un’inquietudine e da una constatazione: stiamo vivendo un vero cambiamento d’epoca (inquietudine) e noi tutti siamo immersi in quello che, richiamando la filosofia hegeliana, possiamo definire una amplificazione quantitativa del mezzo tecnologico che genera a cascata una trasformazione qualitativa dell’esistenza umana (constatazione).                                                                                                                                                             In buona sostanza, l’intelligenza artificiale non è più una semplice innovazione tecnica fra le tante, ma una presenza pervasiva capace di ridefinire la nostra stessa percezione della realtà, di noi stessi e del nostro vivere sociale. Ormai l’I.A. è mondo e fa mondo, cioè, essa è e resta una presenza che cambia la qualità delle nostre esistenze.                                                                                                                                                                       Da qui sorge l’urgenza di fermarsi e riflettere. Ho avvertito la necessità di scrivere questo saggio partendo da un bisogno: vedo la società e i singoli correre il rischio di confondere la simulazione con la sostanza o con la realtà.  Entriamo nel merito: quando un’I.A. formula una diagnosi o genera un testo empatico, sta davvero “comprendendo”?  Oppure sta solo eseguendo una sofisticatissima operazione probabilistica su vasta scala? Nel momento in cui un modello di linguaggio artificiale ci parla mediante un software vocale, cosa pensiamo ascoltando quella voce così simile alla nostra? Quando vedremo dei robot simili all’uomo affiancarci nella nostra quotidianità cosa penseremo di loro? E se dichiarassero di soffrire o di gioire o di provare qualsiasi sentimento umano, riusciremmo a crederci? E se ci proponessero di dialogare con una persona cara, ormai defunta, attraverso un ologramma che evoca immagini, ricordi e tono della voce del tutto simili alla persona che abbiamo perso?                                                                                                                                                                                                                Sembra, dunque, che l’uomo contemporaneo non sia per nulla pronto, per dirla con Heidegger, a questo totale dominio della tecnica e soprattutto non è preparato a sviluppare un pensiero critico e riflessivo su questo tema che tocca nel concreto le nostre esistenze.

Desidero riportare al centro del dibattito la distinzione fondamentale tra la pura elaborazione computazionale e l’esperienza vissuta e sentita della persona umana, per evitare che ci si abbandoni a un’ipnosi tecnologica dove deleghiamo alle macchine ciò che appartiene in modo esclusivo all’umano. È il tentativo di riportare al centro la linea d’ombra che separa la macchina dall’umano.

Qual è il rischio più grande nell’aver trasformato la tecnologia da mezzo a fine?

Quando il mezzo diventa fine: la trappola del dataismo. Si innesca quella che possiamo definire un’inversione epistemica: un processo di riduzionismo radicale che ci disumanizza e riduce l’essere umano a sola materia manipolabile. Detto in parole semplici si sta cambiando il modo di conoscere e interpretare l’umano riducendo quest’ultimo a un oggetto tra gli altri oggetti presenti nel mondo. Quando la tecnologia cessa di essere uno strumento a supporto dell’uomo e diventa il fine attorno a cui riorganizzare la società, l’essere umano smette di essere il soggetto dell’esperienza e diventa mero “dato “da studiare, profilare e manipolare, da qui lo sviluppo del “dataismo” come pericoloso paradigma antropologico, politico e sociale.

Facciamo un esempio nell’ambito della salute o della cura: se la tecnologia viene usata come mezzo, allora un algoritmo analizza i dati per supportare il medico, lasciando spazio all’intuizione, all’ascolto e all’empatia verso il paziente. Al contrario, se la tecnologia viene interpretata come fine, allora il dato diventa la misura assoluta della verità e il paziente è ridotto ad una serie di parametri quantificabili, e la relazione e la responsabilità umana viene sostituita dall’efficienza dell’algoritmo.

Il vero pericolo è perdere la profondità del vissuto soggettivo e interiore. Se misuriamo il valore di un’esperienza o di una vita solo in base a criteri di ottimizzazione, di dati, di velocità e di rendimento, finiamo per amputare dalla nostra esistenza ovvero tutti gli elementi che ci rendono autenticamente umani dove il dubbio, la vulnerabilità, il dolore, l’amore, la felicità, l’intenzionalità e infine il desiderio sono elementi costitutivi, essenziali e insostituibili delle nostre esistenze vissute. Trasformare la tecnologia I.A. in un fine significa accettare un determinismo che rischia di disumanizzarci e di silenziare le nostre domande fondamentali di senso, di significato, di ricerca e di etica.

In un mondo mediato dagli algoritmi, c’è ancora spazio per una coscienza che sfugge a ogni tentativo di codifica?

La roccaforte inaccessibile: l’esperienza vissuta. Durante il percorso di studi accademici nelle scienze filosofiche applicate, mi sono imbattuto nella filosofia della mente e in questo mentre ho scoperto che le neuroscienze stavano provando a codificare tutto il mentale umano, restava però un nodo irrisolvibile: la coscienza fenomenica, detta il “problema difficile” per la difficoltà a comprenderne la genesi e la natura. Questa, ancora oggi, resta uno spazio che sfugge a ogni tentativo di codifica sacro e inviolabile. Le neuroscienze spiegano molti processi cerebrali, ma non riescono ancora a chiarire perché e in che modo proviamo emozioni, significati e vissuti interiori. La coscienza resta la dimensione più intima e misteriosa dell’essere umano, resta quell’esperienza soggettiva, unica e irripetibile del “sentire in prima persona”.                                                                                                                                             Gli algoritmi lavorano sulla sintassi, sulla statistica e sulle correlazioni fra moli gigantesche di dati. Ma la coscienza umana non è un algoritmo particolarmente complesso: è presenza, è intenzionalità, è intimità ed è interiorità.                                                                                                                                                                               Una macchina può simulare alla perfezione il linguaggio della compassione, ma prova davvero compassione? Può generare la descrizione poetica della tristezza, ma ne avverte il peso sul petto? Il sentire umano porta con sé il senso del limite, il mistero dell’imprevedibile e la capacità di cogliere il significato profondo della vita ben oltre il codice e il segno grafico. Dunque, la simulazione tecnologica potrà mai coincidere con la coscienza vissuta ed esperita dall’animo umano?

In che modo è possibile conservare uno spirito critico che ci renda consapevolmente umani?

Coltivare l’umano: come preservare lo spirito critico. Bisogna domandarsi come possiamo, dunque, non smarrirci e mantenere una consapevolezza genuinamente umana in un’epoca dominata dall’automazione che porta le forme umane del linguaggio?

La chiave sta nel riscoprire la nostra interiorità e nel coltivare costantemente il nostro spirito critico. Significa fare proprio il monito scritto sul tempio di Apollo a Delphi “Conosci te stesso” e l’insegnamento agostiniano che ci invita a rientrare in noi stessi, poiché è “nell’uomo interiore che abita la verità”. Significa anche adottare quello che Martin Heidegger definiva un “pensiero meditante“, cioè un’attitudine che rifiuta sia il fanatismo entusiasta per la tecnologia, sia il rigetto totale per la contemporaneità, per scegliere invece un confronto critico e profondo con la realtà. Significa, soprattutto, tornare ad avere la consapevolezza di avere una interiorità che ha bisogno di essere ascoltata, compresa e narrata”.                                                                                                                                                                   In definitiva, per non diventare ingranaggi di un sistema algoritmico, dobbiamo risvegliare il nostro “filosofo interiore”, liberandoci dall’idolatria tecnologica e attingendo alle nostre risorse etiche e spirituali, cercando di guidare la macchina, anziché lasciarci guidare da essa.

Resta necessario distinguere tra competenza e coscienza: abbiamo bisogno di ricordare sempre che un sistema di I.A. può mostrare un’altissima competenza operativa senza possedere la minima consapevolezza di ciò che sta eseguendo. Rimane indispensabile cercare di esercitare il dubbio metodico: non accettiamo mai l’output di un algoritmo come una verità dogmatica. L’I.A. calcola probabilità sul passato; l’essere umano ha l’esclusivo potere di deviare dalla norma e inventare l’inesplorato. Bisogna reinvestire nella cultura umanistica: la filosofia, la letteratura, l’etica e la spiritualità non sono fossili del passato, ma gli unici strumenti capaci di fornirci la bussola esistenziale per valutare l’impatto della tecnica sul nostro destino. Resta fondamentale proteggere la centralità delle relazioni umane: dobbiamo difendere gli spazi di incontro reale, la presenza fisica, lo sguardo e il contatto non mediato dagli schermi. L’empatia autentica nasce solo tra esseri viventi e non potrà mai essere sostituita dal surrogato di un modello linguistico.

La tecnologia è indispensabile, ma dobbiamo capire quale rapporto vogliamo costruire con essa. Il libro invita a porsi domande essenziali: che cos’è davvero l’uomo? Chi siamo noi? Siamo soltanto organismi biologici assimilabili a macchine sempre più sofisticate oppure c’è qualcosa di irriducibile nella nostra natura? Il libro nasce proprio per stimolare questa riflessione e per riportare al centro la dignità della persona in un tempo segnato dall’espansione dell’intelligenza artificiale.

In definitiva, di fronte alla travolgente onda dell’I.A., la sfida non è ostacolare alle macchine di pensare come gli uomini, ma impedire che gli uomini finiscano per pensare e sentire come le macchine.

A chi dedichi il tuo saggio?

Il mio saggio è dedicato alla mia famiglia, che rimane per me lo spazio vitale di autenticità, di forza e di senso. Alla mia sposa Ezia, ai nostri tre figli Mariachiara, Francesco e Giulia. Infine, a tutti gli amici che in varie forme e gradi hanno partecipato alla realizzazione di questa opera.


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