
Oppure no…
Non sempre l’epitaffio è nelle corde di Odysseo, lo è nella misura di chi ci lascia, nella sua grandezza, nelle corde che quella persona sa toccare nel cuore di chi sa ascoltare.
Ecco, nel caso di Francesco Guccini, il problema non è tanto chiedersi se ci sia qualcuno ancora in grado di scrivere in quel modo, ma se esista ancora un pubblico capace di far proprie quelle parole. Allora, “Dio è morto” non è solo mera cronaca degli ultimi giorni, non è l’incisione sulla sua lapide, né una bestemmia, è la lucida diagnosi di una società, anacronisticamente, alla deriva, la debacle di valori dimenticati, ma anche lo specchio di una speranza che Guccini coltivava, perché lui non è stato solo un cantautore, è stato l’attivismo in persona, la mente critica, l’azione che ci costringeva a pensare.
Guccini ci ha insegnato la differenza tra gli slogan e le idee, invettive mai fini a se stesse, lotta al potere, al conformismo, un intellettuale prestato alle osterie, gli occhi sinceri che tutti amavano.
Se in “Stagioni” la caduta di Che Guevara è quella di un’intera generazione, ne “L’avvelenata” si evidenzia la rabbia rivoluzionaria dell’arte, mentre l’impostazione di “Canzone per un’amica” e “Cirano” è quella dell’amore vissuto in pieno, l’orgoglio che abbassa la china di fronte ai sentimenti.
“La Locomotiva”, poi, racconta l’uomo, la sua anarchia, non alzare mai pugni al cielo, non tangere mai la violenza, elevare il livello della discussione con poetica più che polemica.
Il mondo di Guccini non c’è più, l’ambiente è stato violato dall’uomo, dai bassifondi alla sua Pavana, luogo di inizio e di fine.
Guccini pretendeva grandezza da chi aveva di fronte, offriva incertezza e mistero all’interlocutore, mescolava le carte dell’esistenza, complicando laddove qualcuno si limitava a semplificare.
Il suo impegno non morirà mai, come Dio.
























