
Il decreto scuola affida ai Centri provinciali per l’istruzione degli adulti i corsi obbligatori di italiano destinati ad alcuni genitori stranieri. Per chi non frequenta sono previste sanzioni fino a mille euro. Ma i CPIA fanno già i conti con liste d’attesa, carenza di docenti e insufficienza delle sedi. Il principio dell’integrazione rischia così di scontrarsi con la capacità reale del sistema di sostenerlo.
L’obiettivo, sulla carta, è difficilmente contestabile: favorire l’integrazione degli studenti stranieri coinvolgendo anche le loro famiglie e rimuovendo uno degli ostacoli che più frequentemente complicano il rapporto tra scuola e genitori, quello linguistico. Ma il decreto-legge sulla scuola approvato dal Consiglio dei ministri il 24 settembre 2026 apre una questione che ha già suscitato forti perplessità nel mondo dell’istruzione degli adulti: chi garantirà concretamente i corsi di italiano previsti dalla nuova norma e, soprattutto, con quali risorse?
Occorre anzitutto sgombrare il campo da un equivoco. Non si tratta di un obbligo generalizzato rivolto indistintamente a tutti i genitori stranieri. Secondo quanto illustrato dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, il meccanismo interviene quando lo studente presenta gravi problemi di inserimento scolastico e deficit nella conoscenza dell’italiano e le barriere linguistiche della famiglia ostacolano il rapporto con la scuola. In tali circostanze, l’istituzione scolastica segnala la situazione ai servizi sociali, ai quali spetta disporre il percorso di apprendimento linguistico per i genitori. La formazione è gratuita, affidata ai CPIA e finalizzata al raggiungimento almeno del livello A2.
L’aspetto più controverso riguarda il carattere coercitivo della disposizione: in caso di mancata partecipazione al percorso disposto dai servizi sociali, dopo una diffida, è prevista una sanzione amministrativa da 200 a 1.000 euro. Sono contemplate esenzioni in presenza di limitazioni dell’apprendimento certificate e riconducibili all’età, a patologie o a condizioni di disabilità. Il provvedimento dovrà essere convertito in legge dal Parlamento entro sessanta giorni, passaggio durante il quale il testo potrà essere modificato.
L’elefante nella stanza: i CPIA
Ed è qui che il principio incontra la realtà.
I Centri provinciali per l’istruzione degli adulti non partono da zero. Al contrario, costituiscono già l’infrastruttura pubblica attraverso la quale lo Stato garantisce alfabetizzazione, apprendimento dell’italiano L2 e istruzione degli adulti a una popolazione scolastica estremamente composita.
La domanda, allora, è quanto questa infrastruttura sia oggi in grado di sostenere un ulteriore e potenzialmente consistente aumento della domanda.
Secondo i dati della RIDAP, Rete Italiana Istruzione degli Adulti, oltre 31 mila adulti risultavano già in lista d’attesa nell’anno scolastico 2025/26 nei 119 CPIA censiti su 130. In 93 dei 119 Centri presi in considerazione le richieste di iscrizione avrebbero già superato i posti disponibili.
A questa pressione si aggiungono criticità strutturali ben conosciute da chi nei CPIA lavora ogni giorno. Molti Centri utilizzano edifici condivisi con altre istituzioni scolastiche e devono adattare attività e orari alla disponibilità degli spazi, mentre gli organici risultano spesso insufficienti rispetto a una domanda formativa in continua crescita.
Il paradosso rischia allora di diventare evidente: lo Stato rende obbligatoria per il cittadino un’offerta formativa senza aver ancora assicurato che il proprio sistema pubblico sia in grado di garantirla ovunque e a tutti gli aventi diritto.
Un obbligo senza risorse rischia di trasformarsi in un boomerang
La questione non è essere favorevoli o contrari all’apprendimento dell’italiano. Conoscere la lingua del Paese nel quale si vive è uno dei più potenti strumenti di autonomia e integrazione. Significa poter dialogare con la scuola dei propri figli, accedere ai servizi, comprendere diritti e doveri, cercare lavoro e partecipare pienamente alla vita della comunità.
Il punto è un altro: nel momento in cui un’opportunità formativa diventa un obbligo accompagnato da una sanzione economica, l’amministrazione pubblica deve essere nelle condizioni di offrire concretamente al cittadino la possibilità di adempiervi.
Le liste d’attesa già esistenti rendono dunque inevitabile interrogarsi sulla concreta esigibilità della misura.
C’è poi un secondo nodo. I destinatari dei percorsi sono adulti che possono avere lavori precari o articolati su turni, responsabilità familiari e difficoltà negli spostamenti. Per assicurare una frequenza reale occorrono corsi mattutini, pomeridiani e serali. Ma qui si torna al problema degli spazi: se le sedi utilizzabili sono disponibili prevalentemente nelle fasce orarie lasciate libere dalle scuole ospitanti, ampliare l’offerta nell’arco dell’intera giornata diventa estremamente difficile.
E se il problema diventasse un’opportunità?
La nuova norma, tuttavia, potrebbe rappresentare anche l’occasione per affrontare finalmente una contraddizione che il sistema dell’istruzione degli adulti denuncia da anni.
Se il legislatore ritiene che i CPIA siano strategici per le politiche nazionali di integrazione, deve riconoscerne fino in fondo la funzione, evitando che a nuovi compiti corrispondano risorse sostanzialmente immutate.
La prima risposta appare quasi obbligata: rafforzare gli organici, investendo anche sui cosiddetti “alloglotti”, docenti specificamente formati nell’insegnamento dell’italiano come lingua seconda.
La seconda riguarda le sedi. Un sistema che attribuisce all’istruzione degli adulti una funzione sempre più strategica non può dipendere strutturalmente dalla disponibilità residuale delle aule appartenenti ad altre istituzioni scolastiche. Senza spazi adeguati diventa difficile moltiplicare non soltanto i corsi, ma anche le fasce orarie nelle quali offrirli.
Una terza strada potrebbe essere quella di costruire autentiche reti territoriali tra CPIA, Comuni, servizi sociali, scuole frequentate dai figli e Terzo settore, mantenendo in capo ai CPIA la responsabilità didattica e certificativa ma ampliando, attraverso specifici accordi e adeguate risorse, i luoghi nei quali la formazione può essere erogata. Il principio dovrebbe essere semplice: avvicinare il corso alle persone, anziché costringere migliaia di persone a convergere sulle poche sedi oggi disponibili.
Serve, infine, una reale flessibilità organizzativa: corsi mattutini, pomeridiani e serali, percorsi compatibili con gli impegni lavorativi e familiari, maggiore capillarità territoriale. Non si tratta di ridurre l’obiettivo linguistico, ma esattamente del contrario: creare le condizioni perché possa essere effettivamente raggiunto.
Prima il diritto, poi la sanzione
È forse questo il punto politico e culturale più delicato dell’intera vicenda.
Lo Stato può ragionevolmente chiedere a chi vive in Italia di investire sull’apprendimento della lingua italiana, soprattutto quando dalla capacità di comunicare dipende anche il rapporto con la scuola dei figli. Ma quando trasforma quella richiesta in un obbligo assistito da una sanzione, assume contemporaneamente un altro obbligo: mettere il cittadino nelle condizioni reali di rispettarlo.
Altrimenti potrebbe determinarsi un cortocircuito difficilmente spiegabile: un genitore obbligato a frequentare un corso, un servizio sociale chiamato a disporlo e, dall’altra parte, un CPIA impossibilitato ad accoglierlo per mancanza di posti, docenti o aule.
Non è uno scenario da liquidare come puramente teorico. Le criticità esistenti nel sistema dell’istruzione degli adulti impongono che la sostenibilità della misura venga valutata insieme al suo obiettivo.
La conversione parlamentare del decreto può allora diventare l’occasione per intervenire: non necessariamente cancellando il principio della formazione linguistica dei genitori, che risponde a una finalità di integrazione condivisibile, ma accompagnandolo con finanziamenti, organici, sedi e strumenti di flessibilità proporzionati alla dimensione dell’obiettivo.
Perché l’italiano può certamente essere una porta d’accesso all’integrazione. Ma prima di obbligare qualcuno ad attraversare quella porta, lo Stato deve assicurarsi di averla davvero aperta.


























