
Luca Cipolla tra memoria, perdita e rinascita
C’è un verso, quasi nascosto nelle prime pagine di 71, che potrebbe funzionare come chiave per entrare nell’intera raccolta di Luca Cipolla: «oggi più non mi spaventa». Arriva alla fine di Sorvolo, dopo il ricordo di una mente «ancora troppo giovane» che non sapeva «dove partire e dove arrivare». È forse qui, in questo passaggio dalla paura all’accettazione, che si trova il movimento più profondo del libro.
71, pubblicato da Graus Edizioni nel settembre 2026, è infatti molto più di una successione di liriche. Somiglia piuttosto a un attraversamento, a un ritorno sui luoghi della propria esistenza per poterli finalmente lasciare andare. Non casualmente l’autore pone in apertura una dichiarazione che ha quasi il valore di una confessione: ha fatto pace con il passato e chiede perdono al presente per i propri inciampi; subito dopo dedica i versi a Miriam e Anita, definite «la mia vita». Il libro nasce dunque sotto il segno della riconciliazione.
Eppure, di pace, almeno all’inizio, ce n’è poca.
La prima immagine della raccolta è quella dell’ortica fra le messi: qualcosa che punge, che non appartiene del tutto al paesaggio nel quale si trova. Il poeta si dice anche «sabbia sul selciato», «pelle ruvida». È una poesia dell’attrito, prima ancora che della contemplazione. L’io lirico sembra cercare continuamente una propria collocazione nel mondo e, nel farlo, assume le forme più diverse: pianta, polvere, animale, acqua, luce, pietra.
È significativo che il poeta e critico Geo Vasile, nella prefazione, definisca Luca Cipolla un «onirosurrealista visionario», riconoscendo nella sua poesia il gusto per la disarmonia, il frammento e quella «inevitabile imperfezione» che diventa una vera scelta poetica.
Ed è proprio l’imperfezione una delle parole possibili per comprendere 71. Ma non nel significato di difetto. È piuttosto l’imperfezione dell’esistenza quando smette di voler apparire ordinata. Cipolla accosta registri, luoghi, religioni, reminiscenze, oggetti quotidiani e immagini cosmiche senza preoccuparsi sempre di ricomporli in un sistema. Il suo immaginario può passare dall’ibisco alla Pangea, dalla cassapanca a Deneb, dalla camomilla al khamsin, dal gessetto di scuola al deserto, da Emily Dickinson a Chiara d’Assisi, da Antonia Pozzi a Eminescu.
Ne deriva una geografia poetica vastissima, ma soprattutto instabile. Si viaggia molto in questo libro, e tuttavia non si ha mai davvero l’impressione di assistere a un viaggio turistico o geografico. Baghdad, il Mar Nero, la Moldova, Idomeni, il Belbo, il Giordano, il Sinai, il deserto sono stazioni di un itinerario interiore. La stessa quarta di copertina interpreta 71 come un percorso «tra la polvere e la luce» e osserva che a viaggiare è la parola più ancora del poeta.
Dietro questa dispersione geografica c’è però un luogo verso il quale tutto sembra tornare: la casa.
Casa è l’infanzia. Casa è la madre. Casa sono le figlie. Casa è persino ciò che non esiste più.
In Orfani adulti l’età adulta non cancella il bisogno infantile di protezione: gli uomini restano «orfani adulti / che cercano vie d’uscita, / un rifugio». In Dentro la materia, invece, il ricordo prende la forma semplicissima di un viale alberato percorso mano nella mano con la madre. E proprio la madre costituisce una delle presenze più dolorose della raccolta. In Cleopatra appare come «quella madre / che più non scorgo», mentre in Americana il verso «mia madre che già non mi riconosceva» introduce, quasi senza preparazione, una delle ferite più nude di tutto il libro.
Cipolla è particolarmente efficace quando non spiega il dolore ma lo lascia entrare dentro un’immagine. Accade in Una candela, dove la fragilità dell’altro diviene paradossalmente sorgente di luce per chi rimane: più la candela si spegne, più illumina. Accade anche in Memorie, dove il tempo è il respiro che si addensa sul vetro, oppure in Maggio ’92, con quel tramonto che conserva la fragranza del fieno e la luce di una stagione ormai irraggiungibile.
Ma se la madre rappresenta soprattutto la memoria e la perdita, le figlie rappresentano la possibilità del futuro.
È questo, a mio avviso, il nucleo emotivamente più riuscito della silloge. In A mia figlia la relazione filiale è ciò che tiene in piedi il padre e gli restituisce ossigeno; in Figlia il gesto decisivo è semplicemente «esserci ora» e tenersi per mano attraversando insieme la vita; in E mi nutro di te, infine, compare uno dei comandamenti più semplici e più difficili dell’intero libro: «Abbracciala, / figlia mia».
Qui avviene qualcosa di importante: il poeta che per molte pagine cerca un rifugio diventa a sua volta rifugio. La paternità non cancella la ferita, ma le attribuisce una direzione.
Non sorprende allora che il lessico di 71 sia attraversato con tanta insistenza dalle immagini della rinascita: alba, luce, germoglio, fiore, acqua, cammino. In Un nuovo inizio rinascere significa rialzarsi, diventare padre, dimenticare il rancore, «andare oltre / ogni passato che ti frena». In Il bicchiere mezzo pieno l’io può finalmente affermare di non essere più «l’antagonista / di me stesso».
La dimensione spirituale di Cipolla, del resto, non coincide con una religiosità chiusa. 71 mescola riferimenti cristiani, islamici, ebraici, orientali e cosmici. In Pace si incontrano «Shalom» e «salam aleikum» e la poesia approda a una religione elementare, quella della pace; nel lungo testo Mukhtar (Il prescelto) la ricerca diventa esplicitamente interrogazione sul male, su Dio, sull’imperfezione, sull’amore e sull’unità che precede i nomi con cui gli uomini tentano di definire l’assoluto.
È probabilmente Mukhtar il testo che mostra con maggiore evidenza l’ambizione filosofica della raccolta. Il deserto non è più soltanto scenario, ma prova: il khamsin, la duna, l’hammada, il miraggio appartengono a una pedagogia dell’attraversamento. L’acqua che si cerca fuori è, in realtà, «dentro te».
Non tutto, in 71, cerca la levigatezza. Il verso di Cipolla procede spesso per accumulo e giustapposizione; talvolta preferisce l’associazione alla consequenzialità, l’urto tra immagini alla loro spiegazione. Il lettore deve accettare di perdere per qualche tratto il sentiero. Ma forse è precisamente questa la scommessa della raccolta: non offrire una mappa, bensì le tracce di qualcuno che ha camminato.
E allora anche il titolo, quel semplice e apparentemente enigmatico 71, finisce per assomigliare a un numero inciso su una pietra lungo il percorso: non spiega, indica.
Luca Cipolla, poeta e traduttore bilingue italiano-romeno, arriva a questa raccolta dopo Monade/Monadi, Exilul e In viaggio per dove/În drum spre unde e dopo una lunga attività di traduzione e frequentazione della cultura romena. È un elemento biografico che aiuta a comprendere la naturalezza con la quale, nelle sue poesie, lingue, luoghi e tradizioni differenti finiscono per appartenere a una sola geografia.
Alla fine di questa geografia, però, non troviamo un luogo esotico.
Troviamo il presente.
«Il passato non marcisce», scrive Cipolla in Pace. Ma può smettere di ferire. E forse il significato ultimo di 71 è proprio qui: non dimenticare il dolore, ma sottrargli il diritto di avere l’ultima parola.
La silloge incomincia con un uomo che si sente ortica tra le messi e attraversa perdita, memoria, maternità, paternità, guerra, colpa, viaggio, fede e paura. Quando ne usciamo, quell’uomo non è diventato perfetto. Ha semplicemente imparato a stare dentro la propria imperfezione.
Ed è una conclusione molto più umana della perfezione.






















