
“A chi ogni giorno decide di svuotarsi per rinascere umile e povero”. L’umiltà, così come la ricerca del vero volto della povertà, è un viaggio che chiede di rimettersi in cammino ogni giorno. Per questo motivo Michele Carretta ha deciso di pubblicare “Nacque al Mondo un Sole”, un libro nato dal desiderio di mettere in comunicazione due grandi personalità del Medioevo: Francesco d’Assisi e Dante Alighieri. Il primo, testimone di una libertà radicale, vissuta fino in fondo nella povertà e nella letizia; il secondo, uomo non facile ai compromessi e fiero poeta, architetto di un universo morale capace ancora oggi di orientare la bussola di tanti lettori naviganti nel “mar de l’essere” (Par. I, 113). A
A raccontarcelo, nell’ottavo centenario della scomparsa di Francesco, è lo stesso Michele.
Ciao, Michele. Per quale motivo hai scelto di scrivere “Nacque al Mondo un Sole”?
L’idea del libro è nata dal desiderio di mettere in comunicazione due grandi personalità del Medioevo: Francesco d’Assisi e Dante Alighieri. Il primo testimone di una libertà radicale, vissuta fino in fondo nella povertà e nella letizia; il secondo, uomo non facile ai compromessi e fiero poeta, architetto di un universo morale capace ancora oggi di orientare la bussola di tanti lettori naviganti nel “mar de l’essere” (Par. I, 113). Metterli in dialogo non significa forzare un accostamento, ma riconoscere una consonanza profonda: entrambi affascinati da Cristo, umile e povero, e dunque alla ricerca di una via che liberi l’uomo dall’egoismo e lo restituisca alla Verità più alta.
Può stupire, forse, l’affermazione che Dante cerchi Cristo con lo stesso desiderio di Francesco. Ma si provi a rintracciare nella Commedia questo pensiero…lo stesso viaggio narrato nel poema come si conclude? Con la visione dei tre cerchi, simbolo della Trinità, e nel secondo di esso raffigurata la doppia natura del Figlio di Dio! La divinità nella carne di un uomo: meraviglioso mistero!
In che modo l’iconografia di San Francesco è legata a quella del Sole ed è presente nella Divina Commedia?
Nell’undicesimo canto del Paradiso, dedicato all’exemplum di Francesco d’Assisi, Dante lo presenta come un nuovo sole, tanto che Assisi dovrebbe chiamarsi Oriente. Francesco, dunque, incarna la possibilità di una rinascita, di un nuovo inizio per la religione e la politica, perché la testimonianza della sua vita altra, non biasima solamente la Chiesa, legata avidamente al potere temporale, ma l’intera società. Si pensi al viaggio di Francesco presso il sultano d’Egitto nel 1219. Come scrive Papa Francesco, egli non va ad imporre dottrine, ma a comunicare l’amore di Dio. Ecco che Francesco, con le sue parole e i suoi gesti, diviene luce, un sole che splende anche per noi. Di questa luce è anche testimone lo sfondo d’oro della predella del polittico di Antonio Vivarini rappresentante San Francesco, che ho voluto scegliere come copertina del mio libro.
Dal punto di vista empirico, cosa accomuna San Francesco e Dante in quella che, appunto, definiamo “esperienza di Dio”?
È una domanda importante e “tosta”. Francesco si ribella ad una vita che promette tutto e, in realtà, non gli lascia nulla. Incontrando il lebbroso, scopre in quella esperienza il volto di Dio e da quel momento, raccontano le Fonti Francescane, ciò che gli sembrava “AMARO” diviene dolce. È l’inizio della sua conversione.
Qualcosa del genere racconta Dante, e chiaramente, essendo egli poeta, lo fa con gli strumenti della poesia. Nella dimensione allegorica del primo canto dell’Inferno, scrive che la selva, simbolo di una esistenza buia perché impenetrabile alla luce (che può essere ragione, verità rivelata, la stessa felicità), “tant’è AMARA che poco è più morte” (v. 7). Ecco, Francesco e Dante arrivano a dare un nome alla loro infelicità: è l’amarezza di chi non si sente appagato dalla vita. Da qui scaturisce un nuovo viaggio. Il primo scopre madonna Povertà e a lei si consacra; il secondo si impegna nella stesura di un poema che lo consuma e da cui spera di ricevere in contraccambio il diritto di ritornare nella sua Firenze (vd. Par. XXV, 1 ss).
Quanto il concetto di “kenosi” divina (lo svuotamento) ha influito sulla vita delle due figure presenti nel libro, e, conseguentemente, sulla nostra?
Tutte le religioni chiedono all’uomo di fare qualcosa per Dio; il cristianesimo, invece, chiede all’uomo di accogliere quanto per primo Dio ha fatto per l’uomo. Egli, per farsi conoscere, decide di incarnarsi, si fa uomo come noi svuotandosi della sua divinità. Ecco la Kenosis, l’abbassamento. Francesco arriva a voler vedere con i suoi occhi cosa aveva dovuto comportare per il Figlio di Dio farsi creatura. Inventa il presepe per poter vedere con i suoi occhi l’umiliazione di quella condizione.
E Dante? Nel Purgatorio mette a fondamento di quel secondo regno la virtù tutta cristiana dell’umiltà, come a dire che se vuoi rimanere uomo, e vuoi annullare dentro di te le spinte a farti il centro dell’universo, devi ricordarti che sei terra (humus), quindi uguale a tutte le altre creature. Quanto sia urgente questo discorso oggi, è sotto gli occhi di tutti.
Passando anche attraverso Sant’Agostino, nell’ottavo centenario della morte di San Francesco, qual è il fil rouge che unisce la carità cristiana all’umanità intesa come prolungamento dell’Amore di Dio, punto di luce contrapposto alla mostruosità del male?
La carità è sorella dell’umiltà. È il nome di Dio: Deus caritas est, afferma l’evangelista Giovanni. Qualcuno ha affermato che un mondo veramente libero sarà quello in cui non ci sarà bisogno di amore, perché fondato sulla sola giustizia. Ma un bambino, quando viene al mondo, ha bisogno solamente di diritti, o anche e soprattutto di amore? Ecco l’urgenza della carità, virtù più che necessaria ad ogni latitudine. Può un professore adempiere alla sua missione educativa senza vedere negli alunni a lui affidati delle creature bisognose di cura e attenzione? Può un medico curare i suoi pazienti senza instaurare un dialogo empatico? Può un avvocato difendere un suo assistito senza vedere in lui una persona bisognosa di recuperare dignità? Ecco le declinazioni della carità.
Pur non essendosi mai, realmente, incontrati (prima San Francesco moriva, poi Dante nasceva), credi che il kerigma di comunione della loro missione attecchisca ancora sulla nostra modernità?
Da quanto affermato finora, la risposta non può che essere una: il messaggio di Francesco e di Dante è ancora attualissimo!
A chi dedichi il tuo saggio?
Ho voluto dedicare il mio saggio “a chi ogni giorno decide di svuotarsi per rinascere umile e povero”. L’umiltà, così come la ricerca del vero volto della povertà, è un viaggio che chiede di rimettersi in cammino ogni giorno. Ad ogni ora.
Per acquistare la tua copia clicca: QUI
























