
«La strada a Leningrado, cinquant’anni fa, mi ha insegnato una lezione: se la rissa è inevitabile, colpisci per primo»
(Vladimir Putin, 2015)
«Il giorno in cui venne uccisa la Politkovskaja Putin compiva 54 anni. I giornalisti qualificarono immediatamente l’assassinio come un regalo di compleanno. Putin non rilasciò dichiarazioni sulla morte di Politkovskaja»
(Masha Gessen da Putin, l’uomo senza volto, biografia non autorizzata)
Vladimir Vladimirovič Putin, Presidente della Federazione russa, è uno di quei politici di cui più si parla negli ultimi anni.
La sua fama ha conosciuto un’accentuazione da quando, nel 2022, l’esercito russo ha invaso l’Ucraina motivando la grave violazione del diritto internazionale col fatto che non poteva essere tollerata l’adesione, in via di formale perfezionamento, dello stato ucraino alla NATO.
In realtà, torna utile ricordarlo, la guerra tra Russia e Ucraina è noto essere più risalente, a cominciare da una serie di accadimenti che hanno avuto inizio con la rivolta di piazza Maidan che fece cadere un governo legittimamente eletto, quello di Yanucovych, intenzionato ad avere rapporti economici e politici più stretti con la vicina Russia piuttosto che con la UE e gli altri stati così detti occidentali.
Putin nasce a Leningrado, nell’URSS, il 7 ottobre 1952 da una famiglia di modeste origini.
Si laurea in giurisprudenza e inizia una agevole carriera nel KGB, agendo sotto copertura (come traduttore) a Dresda, nell’allora Germania dell’Est, presso gli uffici della temibile polizia della STASI.
Impara talmente bene il tedesco che, negli incontri che avrà all’epoca della sua presidenza della Russia in coincidenza col cancellierato della Merkel, i due politici parleranno indifferentemente in russo o in tedesco, senza usufruire di interpreti.
Di carattere freddo e impenetrabile, tuttavia con sbalzi d’umore che lo rendono irascibile e aggressivo, dopo la fine dell’Unione Sovietica, ritorna in una Russia allo sbando, governata prima da un declinante Gorbaciov, e, dopo il tentato colpo di stato del 1991, da una classe politica incapace e corrotta e da un presidente alcolizzato, Boris Eltsin.
“Corvo bianco” inanella una serie di pessime politiche che lo portano a svendere a una nuova classe di “oligarchi” (e a padroni stranieri) i migliori asset energetici per quattro soldi. E a smembrare quella che era stata l’Unione Sovietica. Ragion per cui nascono una serie di repubbliche indipendenti, mettendo così a nudo una crisi di sistema profonda e che sembra irreversibile.
È all’inizio degli anni ’90 che Putin abbraccia la carriera politica che lo porterà ad essere designato, proprio da Eltsin, Primo ministro della Federazione russa nel 1999 e a rimanere, da allora, ininterrottamente al potere, alternando le cariche di Primo ministro, appunto, e Presidente della repubblica.
Determinato a non mollare l’osso, costruisce un regime che si basa sul culto della sua personalità e sulla restrizione di quelle libertà civili che per la prima volta si erano affermate in Russia dopo il fallito colpo di Stato del 1991.
E tuttavia introduce una serie di riforme che riportano la Russia a nuovo splendore.
Il PIL torna a crescere assai sensibilmente, così come l’occupazione. Cambia il volto architettonico delle città principali e lo Stato torna a gestire la politica energetica e delle altre immense risorse naturali di cui la Federazione è molto ricca.
Avverso ad ogni critica al suo governo, perseguita i suoi nemici politici e dell’informazione.
Epperò il popolo russo, il quale, evidentemente ha priorità assiologiche differenti da noi occidentali, lo ritiene un grande capo che ha riportato la Russia a quella dignità di grande potenza che col crollo dell’URSS aveva perso. Certo, molto ha contribuito una libertà di stampa finta e un’opposizione messa a tacere.
Molto religioso, stabilisce ottimi rapporti con la chiesa ortodossa che ne benedice le iniziative, anche in politica estera.
Quest’uomo, oggi, a 74 anni suonati, ma dato per moribondo da quattro anni a questa parte per una serie di malattie le più aggressive e senza scampo, è il più odiato dall’establishment occidentale, ritenuto una sorta di Hitler 2.0 (Mattarella dixit!) che, addirittura, si diceva nel 2022, all’indomani dell’invasione dell’Ucraina, da lì a poco, sarebbe arrivato, con le sue truppe, a Lisbona (per trovarci poi chissà cosa e per estendere, chissà poi perché, il suo dominio su popoli difficili da gestire).
Contro di lui è stato spiccato un mandato d’arresto dalla Corte penale internazionale che non trova esecuzione.
Di lui si dice che abbia influenzato (ma per carità, solo lui!) una serie di elezioni, fuori dei confini di casa, che se fosse vero ne farebbero una sorta di mammasantissima della manipolazione delle menti umani.
Con lui Zelensky, per legge (fatta da lui medesimo) non può intavolare trattative di pace per far finire la guerra (eppure la pace la si fa col nemico).
A causa di Putin, la UE vuole armarsi fino ai denti e si sta svenando per passare, gratis et amore Dei, armi all’Ucraina che attualmente è forse il paese che ne produce di più.
Insomma, quest’uomo è considerato sentina di ogni nequizia. E, chissà, pure artefice, colla sola forza del pensiero, dei cambiamenti climatici dell’ultimo secolo.
Sia chiaro, Putin è un feroce dittatore, un bugiardo, un repressore raffinato. Però non credo che sia un pericolo per la pace nel mondo.
Non ha alcun interesse ad invadere i Paesi europei (suoi) vicini e lontani.
Comanda su un territorio immenso, con risorse naturali abbondantissime, con relazioni economiche con Paesi abitati da miliardi di persone (Cina e India su tutti). Con una popolazione di appena 150 milioni di abitanti.
Perché dovrebbe incarognirsi a voler dominare su popoli riottosi, su territori privi, o quasi, di risorse (leggi alla voce Italia)?
Questo dovrebbe portare a più miti consigli i nostri politici nazionali ed europei (anche ascoltando i propri governati che alla guerra sono contrari, checché ne racconti la narrazione dominante). E ciò anche per un motivo pratico e di buon senso. Se la guerra dovesse mai scoppiare, i giornali non farebbero in tempo a mandare in stampa la notizia, perché le testate atomiche russe arriverebbero prima di loro.

























