
Danilo Dolci non è stato semplicemente un sociologo, un poeta o un educatore; è stato il catalizzatore di una rivoluzione culturale e sociale che ha ridefinito i confini del riscatto civile nel secondo dopoguerra. Attraverso pratiche rivoluzionarie basate sulla nonviolenza, come il celebre “sciopero alla rovescia” del 1956, durante il quale centinaia di disoccupati ristrutturarono una trazzera abbandonata per rivendicare il diritto al lavoro, Dolci scuote la coscienza della nazione. Oggi, sua figlia Daniela, ai microfoni di Odysseo, spiega la riqualificazione del cosiddetto “Borgo di Dio”, da poco denominato Borgo Danilo Dolci, concepito come Centro per la realizzazione di corsi di formazione, seminari, workshop, tavole rotonde, concerti e spettacoli. Un luogo d’incontro e di studio. Nel 2024, in occasione del centenario della nascita di Danilo, si è tenuta la prima edizione del Festival “Palpitare di nessi”, un evento di risonanza internazionale giunto ormai al terzo appuntamento.
Chi è stato tuo padre, Danilo Dolci?
Danilo Dolci è stata sicuramente una figura scomoda per il Governo italiano. Un animo critico, un pensiero sottile e acuto contemporaneamente.
Anticonformista, sensibile alle esigenze dei più deboli e bisognosi del dopoguerra non si chiedeva se era giusto o sbagliato fare una determinata cosa, ma se era necessaria.
Era una persona con un profondo senso civile, di responsabilità, in ascolto degli altri. Ha creduto nella Costituzione italiana come base per una società sana. Ha lottato a che i Politici e il Governo ne rispettassero il contenuto e che il popolo potesse far valere i propri Diritti: lavoro, istruzione e salute in tutte le sue forme.
Coerente al massimo in tutta la sua vita, ha saputo tradurre i suoi sogni e quelli della popolazione della Sicilia occidentale in concrete realtà.
Perché veniva definito “rivoluzionario della nonviolenza”?
Rivoluzionario non tanto della Nonviolenza, quanto: Rivoluzionario sì, ma in modo nonviolento.
Tutte le sue azioni di protesta nei confronti di un Governo sordo, volutamente cieco o di Politici coinvolti in un sistema clientelare mafioso, sono state nonviolente.
L’autoanalisi popolare che ha iniziato a fare insieme ai contadini, pescatori, disoccupati e donne del territorio, è stata la prima leva di coscientizzazione per capire come stravolgere insieme la situazione catastrofica in cui si trovava la Sicilia del dopoguerra.
Ha sollecitato la popolazione a capire i problemi, ha sensibilizzato e tradotto in concreto alternative valide senza divenire succubi dell’inefficacia burocratica dello Stato.
Cosa ha rappresentato e rappresenterà nel prossimo futuro il “nuovo” Borgo Danilo Dolci?
Il Borgo di Dio, oggi denominato Borgo Danilo Dolci, è stato concepito come Centro per la realizzazione di corsi di formazione, seminari, workshop, tavole rotonde, concerti e spettacoli per le diverse fasce d’età. Un luogo d’incontro e di studio. Il complesso edilizio è stato utilizzato per oltre tre decenni da una grande varietà di istituzioni, enti sociali e culturali italiani e internazionali. Io sono cresciuta lì ed è stata un’esperienza indimenticabile, bella e fruttuosa.
Purtroppo dopo la morte di Danilo non c’è stata una figura competente e capace da poter gestire il Borgo è così per quasi una generazione il Borgo è stato in preda a vandali, sprecando luogo, tempo e potenzialità.
Ci si propone per il futuro di dare continuità alla sua storia ripartendo dai temi che ne hanno caratterizzato la vicenda: lavoro sociale ed educativo, migrazione e integrazione culturale, comunicazione nonviolenta, educazione alla pace, sociologia, formazione alla leadership cooperativa e nonviolenta, sviluppo territoriale, studi urbanistici, filosofia, letteratura, musica, teatroe pittura.
Dal 2021, da quando ho deciso di dedicarmi personalmente alla ristrutturazione e al rilancio del Borgo, ci sono tantissimi gruppi, anche a livello internazionale che vengono al Borgo, felici d’avere un posto non solo bello dal punto di vista architettonico e geografico, ma con una storia significativa e ispiratrice.
Poter approfondire tematiche nel campo socio/culturale e definire nuove strategie alternative per un futuro migliore, è un’esigenza molto forte della nuova generazione consapevole e attenta.
Quali finalità si prefiggeva il Festival Palpitare di nessi appena conclusosi?
Il Festival Palpitare di nessi è la sintesi annuale di processi educativi, formativi e culturali che vengono proposti al Borgo durante l’anno.
Non è un caso che il nostro non sia un Festival di sola musica, o solo cinema, o solamente arte figurativa, ma è un Festival con il focus sui Diritti Umani, proponendo i temi scelti nelle diverse lingue artistiche, lingue universali. Desideriamo sensibilizzare il pubblico e offrire nuovi spunti di riflessione e di azione, sul piano individuale e collettivo. Non basta riflettere, occorre concretizzare e mettere in atto quanto maturato.
Credi sia ancora attualizzabile il concetto di “sciopero alla rovescia”?
La strategia dello sciopero alla rovescia è stata una concezione a mio parere geniale. Sarebbe auspicabile che ci fossero più persone “disubbidienti”, capaci di proporre alternative costruttive e propositive alla miserabile situazione di “No future” per i giovani di adesso. Mancano figure capaci di tradurre sogni in progetto, concretizzando quanto discusso insieme.
Danilo è stato una persona che ha saputo concretizzare molte delle esigenze e desideri della popolazione.
Qual è il ricordo più bello e più vivido che conservi del tuo papà?
Uno dei tanti ricordi che mi stanno a cuore è sicuramente l’esperienza vissuta insieme durante il nostro viaggio in Scandinavia e Russia del 1972.
Danilo invitava a turno ogni suo figlio o figlia a fare un viaggio di lavoro con lui. Erano esperienze fondamentali perché ci dava la possibilità di vivere il rapporto figlio/a – padre, in modo individuale e capire meglio il suo lavoro. Anche noi durante questi viaggi avevamo il nostro “ruolo”. Noi figli musicisti incorniciavamo spesso le sue conferenze con inserzioni musicali.
Andare in cerca di funghi nei boschi svedesi e gustarli poi insieme per pranzo oppure ricevere un mazzetto di fiori, raccolti durante una delle sue tante passeggiate mattutine, intanto che io dormivo ancora, era gesto di attenzione che non è mai mancato in Danilo.























