Quando le parole rivelano quanto profondi siano ancora gli stereotipi con cui misuriamo donne e uomini

“Preferisci quella così oppure la ragazza seria, che magari c’ha le gonne un po’ più lunghe di quell’altra?”

Chi in questi giorni non sta discutendo e ironizzando su queste parole del ministro Tajani?

Chi non si è imbattuto in almeno una vignetta ironica sul caso?

Persino Ikea si è unita alla polemica, sponsorizzando sul suo catalogo una “gruccia per gonne di tutte le misure”.

Non c’è dubbio: il dialogo immaginario del ministro con suo figlio ha fatto colpo. Doveva essere solo una metafora elettorale, invece è diventato un manifesto culturale, per la verità abbastanza inquietante se, tra le righe, si legge anche il non detto. Senza considerare che basterebbe fermarsi a così e quell’altra per farsi già delle domande: la forma molte volte è sostanza.

Tutto questo nella stessa settimana in cui la presidente del Consiglio annuncia il divieto totale del burqa a scuola, con la perplessità di chi a scuola ci lavora e giura di non aver mai visto alunne col burqa. Al massimo con il hijab, il tradizionale velo e anche l’unico di cui il Corano raccomanda l’uso. E per la verità anche la Bibbia: la prima lettera ai Corinzi chiede alla donna di “portare sul capo un segno della sua dipendenza”, dall’uomo ovviamente. Quella stessa donna cui, nella prima lettera a Timoteo, si chiede di indossare “abiti decorosi” e di adornarsi di “pudore e riservatezza”.

Ed ecco una fashion week del tutto improvvisata, in cui ci viene chiesto cosa indossare per essere credibili e cosa non indossare per essere integrate; quanti centimetri coprirci per essere considerate affidabili e quanti centimetri scoprirsi per poter essere accettate.

Ma andiamo all’incipit del discorso sul ministro: “ma sì certo, con una ragazza affascinante è bello sposarsi. Ma quella ragazza affascinante che carattere ha?”. L’apparenza inganna e tra etica ed estetica il passo è breve. Pure il libro dei Proverbi al capitolo 31 lo ricorda: “Illusorio è il fascino e fugace la bellezza”.

Tranquilli, ce n’è per tutti: “oppure il ragazzo, ti piace il fusto? Quello muscoloso, il playboy…oppure magari quello che va in ufficio con la giacca e cravatta?”. Perché la cattiva, cattivissima notizia è che, nelle questioni di genere, ad ogni pregiudizio ne corrisponde uno analogo e altrettanto problematico.

E finalmente arriva il punto: “e poi c’è una ragazza meno appariscente. Quella che magari è carina, ma meno vistosa, però quella è una persona stabile, che ti garantisce la stabilità della casa, la stabilità della famiglia. Ecco, io scelgo sempre quella carina, seria, credibile, che ti mantiene la famiglia, che sta là, che sai che dà delle risposte sempre, che quando la chiami c’è”.

Ho pensato molto a chi questo prototipo potesse somigliare. Ne ho trovato uno molto simile sempre al capitolo 31 del libro dei Proverbi, in cui si legge:

“Una donna forte chi potrà trovarla?

Ben superiore alle perle è il suo valore.

In lei confida il cuore del marito

e non verrà a mancargli il profitto.

Gli dà felicità e non dispiacere

per tutti i giorni della sua vita.

Forza e decoro sono il suo vestito

e fiduciosa va incontro all’avvenire.

Apre la bocca con saggezza

e la sua lingua ha solo insegnamenti di bontà.

Sorveglia l’andamento della sua casa

e non mangia il pane della pigrizia”.

Ecco la donna che popola ancora l’immaginario colletivo: una donna che, da sola, regge una casa intera. Con buona pace delle statistiche sul carico mentale inconciliabile con la carriera personale, cui molte donne continuano a rinunciare. Essere una donna affidabile nella mente dei nostri politici equivale all’essere esattamente così: serve mute che tutto e tutti mantengono. E solo così l’uomo ti sceglie, perché qui c’è in ballo anche questo, il matrimonio come scelta unilaterale maschile, non l’amore come scelta vicendevole di alleanza, di reciprocità, di mutuo supporto e, quindi, di parità.

È stato subito specificato che nessuno voleva offendere e nessuno voleva escludere. Ma le parole non sono neutre e non sono mai frutto del caso. Esse, quando danzano in un’aura di inconsapevolezza, scivolano rovinosamente sul lastricato delle buone intenzioni e impattano a tutta velocità nelle vite di chi ascolta, senza che lo scontro risparmi chi parla. Perché la goffaggine ha un prezzo. E noi continuiamo a pagarlo, senza rendercene pienamente conto, senza cogliere ancora il filo rosso che unisce il femminicidio e certi pregiudizi.

Se lo cogliessimo, potremmo uscire dal labirinto in cui ci troviamo e sfuggire una volta per tutte al minotauro della violenza che continua a mietere vittime. Ma, per farlo, dovremmo iniziare a indagare la mostruosità annidata in pensieri, parole, opere e omissioni di tutti e di tutte, scandagliando scrupolosamente le nostre prassi, senza timore di trovarci coinvolti. E a questo non siamo ancora pronti.


FonteFoto di copertina generata con AI
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"In abito leggero di pellegrino" (Dante, Vita Nova), cammino nel mondo della comunicazione mossa da una costante curiosità e dall'amore per le storie. Sono una giornalista pubblicista, insegnante e Content Creator. Nella mia vita personale e professionale la scrittura è il baricentro di tutto: uno strumento di ricerca, cura e divulgazione. Nelle aule scolastiche cerco di trasmettere ai miei studenti il valore della conoscenza, mentre nel giornalismo e nel corporate storytelling traduco la complessità della realtà e l'identità dei brand in narrazioni capaci di emozionare e far riflettere. Credo fermamente che le parole abbiano una responsabilità e abito questa professione con etica, passione e autentico stupore.

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