
Estratto da “L’arte di insegnare ovvero essere felici” (EtEt 2026)
C’è chi aspetta il 5 ottobre per ricevere un fiore, un bigliettino, un “grazie” scritto in stampatello su un foglio a quadretti. C’è chi si commuove per un post su Facebook, chi si indigna per l’assenza di riconoscimenti ufficiali, chi si consola con una mimosa fuori stagione. Io no.
Per me, la festa degli insegnanti è ogni giorno.
Ogni giorno in cui entro in classe e mi accorgo che un alunno ha capito qualcosa che ieri gli sembrava impossibile. Ogni giorno in cui una studentessa mi guarda con occhi nuovi, come a dire: «Adesso ho capito perché ci tieni tanto». Ogni giorno in cui un ragazzo mi ferma all’uscita e mi chiede:
«Prof, posso parlarle un attimo?». Ogni giorno in cui mi accorgo che, nonostante tutto, nonostante la stanchezza, le carte, le riunioni, le incomprensioni, io sono ancora lì. Presente. Vivo. Felice.
Per me, la festa degli insegnanti è ogni giorno in cui riesco a non cedere al cinismo, ogni volta che scelgo di credere ancora, di sperare ancora, di amare ancora. Perché sì, insegnare è un atto d’amore. E l’amore, quello vero, non ha bisogno di ricorrenze per essere celebrato: si rinnova ogni mattina, con la puntualità di una campanella.
Non fraintendetemi: non ho nulla contro le feste. Anzi, mi piacciono. Ma non voglio che la mia professione venga ridotta a un giorno all’anno, a una celebrazione retorica, a un hashtag di tendenza. Non voglio che la gratitudine si consumi in un cioccolatino o in una poesia copiata da internet.
Voglio che la festa sia un modo di essere, non un evento sul calendario.
Per me, la festa degli insegnanti è ogni volta che un collega mi racconta con entusiasmo di una lezione andata bene. Ogni volta che un genitore mi dice: «Grazie, prof, mio figlio è cambiato grazie a lei! Ora non vede l’ora di venire a scuola». Ogni volta che, in sala docenti, si ride insieme, si condivide una fatica, si trova una soluzione. Ogni volta che ci si ricorda che, prima di essere insegnanti, siamo persone. E che solo persone felici possono generare felicità.
Per me, la festa degli insegnanti è ogni giorno in cui riesco a non dimenticare perché ho scelto questo mestiere. Ogni giorno in cui mi sento parte di qualcosa di più grande, di una missione che attraversa i secoli e si rinnova in ogni gesto, in ogni parola, in ogni sguardo.
E allora sì, festeggiamola pure, questa giornata mondiale dell’insegnante. Ma ricordiamoci che il vero onore, la vera festa, è esserci. È esserci davvero. Con la testa, con il cuore, con l’anima. È esserci anche quando nessuno ci applaude, anche quando nessuno ci ringrazia, anche quando tutto sembra remare contro.
Perché insegnare è seminare. E chi semina, lo sa: la festa non è il giorno in cui si pianta, né quello in cui si raccoglie. La festa è ogni giorno in cui si crede che qualcosa, là sotto, stia crescendo.
Post scriptum
D’accordo, qualcuno potrebbe obiettare che chi scrive non è più un insegnante, ma un dirigente scolastico. Uno che, insomma, è passato “dall’altra parte della barricata”. Obiezione legittima, ma solo in parte fondata: innanzitutto perché se “si è” e non “si fa” gli insegnanti, allora lo si rimane per sempre; in secondo luogo perché, pur ricoprendo oggi un altro ruolo, non ho mai smesso di insegnare. Continuo a farlo, in forme diverse, in contesti differenti, con la stessa passione di sempre.
E poi, diciamolo chiaramente: questa riflessione non parla solo di me. Parla di te. Sì, proprio di te. Di te che ogni mattina entri in classe con il cuore pieno e le mani pronte a seminare. Di te che, nonostantetutto, continui a credere che valga la pena esserci.
Sei tu il docente che invito a ripetere con me: «Ogni giorno a Scuola, per me, è una festa».


























