«C’è qualcuno che è sempre con noi»

(Ivana Spagna)

Pare sia solo una leggenda quella del leone che, quando è ferito a morte, si ritira da solo nella savana e va a spegnersi senza farsi vedere dal branco.

Leggenda o no, mi pare un racconto dal forte valore simbolico. Dice di maestà e dignità, di protezione e di forza persino nella debolezza: sono fragile, sto morendo, ma ti proteggo dal mio dolore. Conservo il mio decoro.

Bene. L’altro giorno, durante un corso di formazione, mostravo a settanta maestre di scuola primaria La riproduzione vietata di René Magritte. Con loro riflettevo, tra le altre cose, sull’incomunicabilità che tanta parte ha nella sua pittura.

Il quadro è del 1937. Ed è solo una testimonianza di un fermento che già attraversava e avrebbe attraversato il pensiero francese a metà del secolo scorso e anche oltre. 

Nel 1944 Jean-Paul Sartre avrebbe affidato a Huis clos (A porte chiuse) una delle sue frasi più celebri: «L’inferno sono gli altri». Cinque anni dopo, nel 1949, Emmanuel Mounier insisteva invece sul carattere irriducibile della persona: «Ogni persona ha un significato tale da non poter essere sostituita nel posto che essa occupa nell’universo delle persone». Ancora dodici anni e, nel 1961, Emmanuel Lévinas avrebbe percorso una strada quasi opposta a quella suggerita dalla formula sartriana: «Il volto mi parla». In altri termini: l’altro mi guarda e, proprio perché mi guarda, mi riguarda.

E lì, mentre citavo questi giganti alle mie maestre, mi sono soffermato sulla parola mistero. È una parola antichissima, che ci riporta al greco mystērion e all’esperienza dei culti misterici del mondo antico: realtà alle quali non si accedeva semplicemente perché qualcuno ce le spiegava, ma attraverso un percorso di iniziazione.

Il mistero, allora, non è semplicemente qualcosa che non conosco. È qualcosa a cui posso accedere senza mai esaurirlo. Un po’ come accade con una persona: posso conoscerla per tutta la vita eppure continuare a scoprirla.

La Dei Verbum usa un’immagine che mi piace moltissimo parlando della Rivelazione: eventi e parole intimamente connessi. Le parole illuminano gli eventi e gli eventi danno consistenza alle parole.

In fondo succede anche tra noi.

Se dico a una persona «ti amo» e poi la prendo a pugni, c’è un corto circuito della conoscenza. Se invece me ne prendo cura, giorno dopo giorno, allora coltivo una storia d’amore: un intreccio di parole e fatti attraverso il quale l’altro si disvela a me.

E il fatto è che, incontrandolo, anch’io finisco per disvelarmi a me stesso. Non è che semplicemente “mi svelo” a lui, in una intimità solo nostra: è che mi riconosco nel suo volto.

Vabbè, l’ho fatta pesante. Chiedo venia.

Resterebbe da chiedersi: e che c’entra tutto questo col re leone che va a morire nella savana?

Credo c’entri tutto. E niente.

Perché può essere fierezza e orgoglio ciò che lo spinge ad abbandonare il branco. O, come ho già provato a suggerire, può essere atto estremo d’amore. E di protezione.

Ma questo non significa affatto che la leonessa, i cuccioli o l’intero branco debbano lasciarlo andare.

Perché è amore anche il capire quando l’altro si sta facendo da parte perché ha bisogno che andiamo a riprenderlo.

Per non abbandonarlo a se stesso.

Oppure a una RSA.


FonteImmagine generata con AI
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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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