
ERA ARRIVATO IN ITALIA PER DARE UN FUTURO AI SUOI TRE FIGLI
Aveva 41 anni, era originario della Nigeria ed era arrivato in Italia con un sogno: costruire una vita migliore e garantire un futuro ai suoi tre figli. Andy Mwachoko aveva trovato nel lavoro la possibilità di realizzare quel progetto, affrontando ogni giorno la fatica di un mestiere difficile per sostenere la propria famiglia. Ma proprio sul luogo di lavoro, dove cercava di costruire il domani dei suoi bambini, la sua vita si è spezzata.
Andy è morto il 18 ottobre 2025 nel cantiere di Torino Esposizioni, in corso Massimo D’Azeglio, dove erano in corso i lavori per la nuova Biblioteca Torino Expo. Dipendente della Cobar, stava partecipando alle operazioni di movimentazione di alcune reti metalliche quando uno dei ganci utilizzati per il sollevamento ha ceduto. Il pesante carico lo ha travolto e schiacciato. I colleghi hanno immediatamente lanciato l’allarme e i soccorritori hanno tentato di rianimarlo, ma ogni tentativo si è rivelato inutile. Secondo le informazioni diffuse, l’operaio indossava i dispositivi di protezione previsti.
La sua morte lascia una famiglia distrutta dal dolore: una moglie e tre figli che dovranno imparare a vivere senza la presenza del padre. Dietro questa vicenda non c’è soltanto un lavoratore che ha perso la vita, ma un uomo che aveva lasciato il proprio Paese per offrire ai suoi bambini opportunità migliori, affidando al lavoro le speranze di un’intera famiglia.
La morte di Andy riporta ancora una volta l’attenzione sul dramma degli incidenti mortali nei luoghi di lavoro e sulla necessità di accertare ogni aspetto della dinamica, verificando le procedure adottate e le condizioni di sicurezza in cui si svolgevano le operazioni. Indossare i dispositivi di protezione non può essere l’unica risposta: la prevenzione deve riguardare ogni fase dell’attività lavorativa, soprattutto quando si movimentano carichi pesanti e strutture metalliche.
Non si può accettare che morire lavorando diventi qualcosa di ordinario, una notizia destinata a scomparire dopo pochi giorni. Ogni morte sul lavoro lascia conseguenze che vanno ben oltre il cantiere: attraversa le case, interrompe i progetti, cambia per sempre la vita di chi resta. Per Andy, il lavoro rappresentava uno strumento di riscatto e di speranza. Era arrivato in Italia per dare un futuro ai suoi figli e oggi quei bambini si ritrovano senza il padre. La sua storia chiede memoria, verità e giustizia. Perché nessun lavoratore dovrebbe perdere la vita mentre cerca semplicemente di garantire un futuro alla propria famiglia.
Senza levità né peso
Nel cantiere il giorno geme,
una rete crolla come un cielo stanco,
il metallo disegna un’epigrafe d’aria,
e l’urlo, punto esatto del cerchio, non ha eco.
Le mani spezzate parlano in silenzio,
ombre sottili gettate da un battito muto,
né levità, né peso:
solo il margine dell’esserci.
Un corpo si accartoccia nel reale,
essere minimo tra gru e cemento,
numerato, dimenticato,
appeso all’impossibilità di un ritorno.
La morte non chiede permesso,
è un gancio che cede,
una bocca che si chiude tra lamiere,
un addio lapidato nell’ora sbagliata.
Non c’è fine, né pace né scampo,
solo cronache, sarcofagi dell’istante,
dove le colpe sanno di cianuro,
e i giorni si riavvolgono senza redenzione.
Chi lavora non sa di morire,
finché l’occhio attento della fine lo chiama,
dai confini dei vuoti,
dove i fiori piangono
lacrime limate dallo sguardo.
Hanno un cuore enorme, i perduti,
che segue parole naufragate,
contrarie ai venti calmi,
incise in fosse che nessuno nomina.
E ancora cade, in ogni cantiere,
una vita senza storia,
mentre il mondo stringe le spalle,
e si volta intero dall’altra parte.
Yuleisy Cruz Lezcano
In memoria di Andy Mwachoko, operaio di 41 anni, originario della Nigeria, morto il 18 ottobre 2025 nel cantiere di Torino Esposizioni.

























