Ad Andria, Barletta e Trani un festival internazionale che trasforma le arti performative in strumenti di relazione, benessere e partecipazione. Il primo appuntamento è dedicato all’esperienza del Teatro Patologico di Dario D’Ambrosi

C’è un teatro che intrattiene, un teatro che racconta e un teatro che interroga. Poi ce n’è uno capace di modificare lo sguardo con cui una comunità considera la fragilità, la disabilità e la differenza. È il teatro che non si limita a portare sul palcoscenico persone tradizionalmente escluse dalla scena, ma riconosce in ciascuna di loro una presenza artistica, una voce e una possibilità di conoscenza.

Nasce da questa prospettiva il Festival internazionale di arti performative e cultura per l’inclusione sociale“Oltre l’Inclusione”, progetto sperimentale che coinvolge Andria, Barletta e Trani e mette in relazione spettacolo, formazione, salute e partecipazione. Il suo stesso titolo suggerisce un passaggio decisivo: non accontentarsi dell’inclusione, intesa come ingresso di qualcuno in uno spazio già organizzato dagli altri, ma ripensare insieme quello spazio, lasciando che l’incontro trasformi tutti.

Il festival si aprirà il 1° ottobre, dalle 14 alle 17, nella sala conferenze della Regione Puglia in via Gentile, con un focus dedicato al Teatro Patologico e con la presenza del suo fondatore, Dario D’Ambrosi. L’incontro, rivolto in particolare ai professionisti del settore, offrirà l’occasione per conoscere un’esperienza nata dall’incontro tra ricerca teatrale, disagio psichico, formazione e inserimento sociale e lavorativo.

Non persone da assistere, ma artisti con cui creare

L’Associazione Teatro Patologico, fondata nel 1992 e diretta da Dario D’Ambrosi, lavora da oltre trent’anni per costruire un contatto fra il teatro e gli ambienti nei quali si affrontano le sofferenze e le disabilità psichiche. Le sue attività didattiche, pedagogiche e teatrali hanno dato vita a uno spazio nel quale la fragilità non viene nascosta né esibita pietisticamente, ma trasformata in linguaggio scenico, relazione e ricerca artistica.

È qui che il teatro supera l’inclusione. Includere, infatti, può ancora significare che qualcuno, considerato esterno o diverso, venga accolto per generosità in un sistema già definito. L’esperienza del Teatro Patologico compie invece un passo ulteriore: non invita semplicemente la persona con disabilità a occupare un posto sulla scena, ma riconosce che quella persona contribuisce a ridefinire la scena stessa.

Non c’è un gruppo dominante che concede spazio a una minoranza. C’è una comunità artistica che nasce dall’incontro tra corpi, sensibilità, linguaggi e modi differenti di percepire il mondo. La persona non è destinataria passiva di un intervento sociale, ma diventa attrice, autrice, interprete e parte di un processo creativo condiviso.

Da questa prospettiva, la disabilità cessa di essere soltanto una condizione da assistere e diventa una delle forme attraverso le quali l’essere umano può esprimersi, comunicare e produrre cultura. Il valore educativo di tale esperienza sta proprio nel rovesciamento dello sguardo: non si tratta di insegnare qualcosa a chi viene considerato fragile, ma di riconoscere quanto tutti possano apprendere dalla relazione con l’altro.

Il palcoscenico come spazio educativo

Il lavoro teatrale possiede una forza pedagogica particolare. Chiede di ascoltare, rispettare i tempi altrui, abitare consapevolmente il proprio corpo e accordare il proprio gesto a quello degli altri. Impone disciplina, continuità, fiducia e responsabilità. Nessuno spettacolo può nascere se ogni partecipante non impara a riconoscere la propria funzione all’interno del gruppo.

Per questo il teatro è una scuola di reciprocità. Educa senza impartire una lezione frontale, perché consente di sperimentare concretamente che la libertà individuale non si realizza contro gli altri, ma insieme agli altri. In scena, ogni voce ha bisogno del silenzio e dell’ascolto altrui; ogni movimento deve misurarsi con lo spazio comune; ogni persona è contemporaneamente protagonista e parte di una costruzione collettiva.

Nel Teatro Patologico questa dimensione educativa assume un significato ancora più profondo. La scena permette di lavorare sull’espressione delle emozioni, sulla comunicazione e sulla costruzione dell’autonomia, ma soprattutto restituisce riconoscimento. Chi è stato spesso raccontato attraverso una diagnosi, una mancanza o una limitazione può finalmente essere riconosciuto per ciò che crea.

L’esperienza ha portato anche alla nascita della prima scuola europea di formazione teatrale per persone con diverse abilità, “La magia del Teatro”, avviata ufficialmente nel 2010. La scuola è stata concepita come luogo d’incontro fra teatro e disagio mentale, in un percorso capace di arricchire entrambe le realtà e di sostenere anche le famiglie coinvolte.

Una trasformazione che coinvolge famiglie e territori

La valenza sociale di questa esperienza non si esaurisce negli effetti prodotti sui singoli partecipanti. Quanto accade sul palcoscenico si estende alle famiglie, agli operatori, alle istituzioni e al pubblico. La conquista di una maggiore autonomia, la capacità di esprimersi e il sentirsi parte di un progetto riconosciuto pubblicamente modificano le relazioni e possono alleggerire l’isolamento nel quale spesso vivono persone e nuclei familiari.

Dario D’Ambrosi ha sintetizzato questa dimensione sostenendo che, quando grazie al teatro sta meglio una persona, il beneficio riguarda anche genitori, fratelli, familiari, vicinato e comunità. Il teatro, dunque, non interviene soltanto su una condizione individuale, ma rimette in movimento un intero sistema di relazioni.

Si comprende così perché“Oltre l’Inclusione” colleghi le arti performative alle politiche di salute e di benessere. Il progetto nasce dall’idea di offrire strumenti non farmacologici capaci di migliorare la qualità della vita e di creare un dialogo sistematico tra sanità pubblica e privata, performing arts e sistema museale. Il suo appuntamento centrale sarà il convegno internazionale dedicato all’Art on prescription, previsto il 22 ottobre nel Chiostro di San Francesco ad Andria.

“Prescrivere” arte non significa attribuirle poteri miracolosi né confondere il lavoro artistico con la terapia clinica. Significa riconoscere che il benessere umano non dipende unicamente dall’assenza di malattia, ma anche dalla qualità delle relazioni, dalla partecipazione culturale, dalla possibilità di esprimersi e dal sentirsi parte della comunità.

Un festival diffuso fra danza, scuola, teatro e salute

Il programma del festival traduce questa visione in una pluralità di esperienze. Dal 2 al 4 ottobre, presso la Casa del Fare Assieme dell’ASL BAT a Trani, si svolgeranno i workshop DanceAbility, dedicato alla danza inclusiva, e Sensory Dance, percorso rivolto a familiari e docenti di sostegno di bambine e bambini con e senza disabilità, finalizzato a sperimentare le potenzialità della danza e dell’esperienza sensoriale come strumenti di comunicazione e relazione.

Il 21 ottobre, il Teatro Curci di Barletta ospiterà LidOdissea della Compagnia Berardi/Casolari, matinée destinata alle scuole secondarie di primo e secondo grado. Nello stesso giorno, nella sala conferenze di Opera Omnia, Gianfranco Berardi proporrà Il paradiso delle tenebre, lezione-conferenza dedicata ai temi della disabilità visiva.

Il percorso culminerà il 22 ottobre ad Andria con il convegno internazionale“Art on prescription. Le arti fanno bene alla salute?”, giornata di approfondimento sul rapporto tra arte, cultura, salute e benessere e sul ruolo delle pratiche artistiche come strumenti di cura, prevenzione, socializzazione e partecipazione.

La partecipazione gratuita costituisce un ulteriore elemento di rilievo: la cultura viene proposta come bene accessibile e come parte di una politica pubblica che non separa gli interventi sociali dalla produzione artistica.

La scena come esercizio di cittadinanza

Il vero risultato di un’esperienza come questa non consiste semplicemente nell’avere persone con e senza disabilità sullo stesso palcoscenico. Consiste nel rendere progressivamente inutile quella separazione. Quando il pubblico non vede più categorie da accostare, ma artisti chiamati a costruire insieme un’opera, l’inclusione ha già oltrepassato se stessa.

Il teatro diventa allora esercizio di cittadinanza. Insegna che nessuno coincide interamente con la propria diagnosi, con il proprio limite o con la rappresentazione che gli altri hanno costruito di lui. Mostra che una comunità non è veramente aperta quando si limita a tollerare le differenze, ma quando permette a esse di partecipare alla definizione del bene comune.

Questa è forse la lezione più importante di“Oltre l’Inclusione”: la fragilità non è un territorio abitato esclusivamente da alcune persone. Appartiene, in forme e tempi diversi, alla condizione umana. Riconoscerla non impoverisce la società, ma la rende più consapevole, solidale e capace di cura.

Sul palcoscenico del Teatro Patologico non c’è qualcuno che viene ammesso nel mondo degli altri. C’è un mondo nuovo che prende forma attraverso l’incontro. Ed è proprio in questa possibilità di trasformare contemporaneamente chi agisce e chi osserva che il teatro rivela la propria più alta funzione educativa e sociale.


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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