
Dedicato ai miei studenti e a tutti gli studenti del mondo
Che Dostoevskij avesse ragione quando affermava che “la bellezza salverà il mondo”, è opinione non da tutti condivisa. Tuttavia capita a volte che idee tanto utopistiche si rivelino all’improvviso profetiche, ed è solo allora che iniziamo a crederci davvero.
Il 30 ottobre, a far risplendere la bellezza salvifica del mondo sono stati quelle migliaia di giovani che hanno riempito le piazze, non con lamentele, cori irrispettosi e rabbiosi, gesti violenti e sconsiderati, ma con urla che chiedevano pace, speranza, futuro, diritti, vita dignitosa; con musica, balli e canti, cori ironici e provocatori, frasi composte e pungenti; con gesti tanto disperati quanto resistenti ed esemplari, come quello di un ragazzo che ha portato uno specchio ai poliziotti in tenuta antisommossa, perché vi si riflettessero e si chiedessero se davvero avessero scelto quel mestiere per reprimere ragazzi inermi e solo in cerca di risposte.
E la bellezza, quando risplende, diventa contagiosa. Anche per gli adulti, anche per chi è avvertito come il braccio armato del nemico. E così che gli agenti della guardia di finanza di Bologna, al passaggio dei manifestanti, hanno tolto i caschi e abbassato gli scudi e si sono sentiti augurare dai manifestanti “Buon lavoro!”, mentre i loro colleghi schierati sulla tangenziale rompevano le fila lasciando passare il corteo, dopo una prima resistenza, senza colpo ferire. Ecco, l’educazione e lo Stato falliscono quando alzano un muro tra l’educatore e l’educando, tra le istituzioni e i cittadini. Vincono, invece, quando, costruiscono ponti. La prima modalità instaura l’autoritarismo e provoca la rivolta distruttiva. La seconda instaura l’autorevolezza e produce cambiamento.
Ma sui media nazionali sono finite solo le immagini delle folle oceaniche delle grandi città, quelle in cui i giovani dovrebbero avere la fortuna di vedersi offrire maggiori opportunità di vita e di lavoro. Eppure la bellezza ha inondato anche i piccoli centri. Come è accaduto ad Andria, dove gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado hanno sfilato in corteo per la seconda volta, sotto gli sguardi attoniti dei commercianti e dei residenti. A conclusione della manifestazione, una loro delegazione ha sottoscritto con l’Amministrazione un “Patto sociale”, per rappresentare le proprie istanze e impegnarla a prodigarsi, entro i limiti delle sue possibilità, per accoglierle.
E poiché, come si diceva, la bellezza è contagiosa e riaccende la speranza, la notizia di questa manifestazione ha spinto la sottoscritta, all’ultimo minuto, a decidere per lo sciopero e a improvvisare, la mattina stessa, un cartello con materiale da riciclo. Così, nell’impossibilità di raggiungere il capoluogo pugliese, un’insegnante qualsiasi si è unita a loro. Grande e reciproca è stata la gioia nell’incontrare tanti alunni ed ex alunni, che forse non si aspettavano di essere affiancati da una loro docente, in un corteo organizzato da studenti. Vecchi ricordi e novità, entusiasmo e nostalgia, scambio di riflessioni e sentimenti sui temi oggetto della manifestazione sono stati come olio sulle ferite, luce in quel buio, che spesso anche noi adulti contribuiamo a non squarciare…. con i nostri comportamenti incoerenti, con le nostre parole fuori posto, con il nostro stanco atteggiamento disincantato, che spesso è un solo un comodo alibi per non muovere un dito.
Ebbene, ognuno di quegli studenti che gridavano al megafono o in coro, o che si limitavano a sfilare lasciando parlare solo i loro cartelli, era un microcosmo del mondo giovanile. Un mondo che si farebbe bene a conoscere da vicino, prima di considerarlo come un burattino senz’anima nelle mani di chissà chi: una studentessa che animava il corteo sbracciandosi e urlando in un megafono sgangherato gli slogan della giornata, la stessa discreta e composta studentessa che tra i banchi di scuola aveva già fatto intravedere la sua “buona stoffa”, studiando a più non posso e partecipando con passione ai piccoli dibattiti che nascevano dalla lezione di filosofia; un gruppo di studenti ai quali si riusciva a malapena a strappare un 6, scesi in piazza per chiedere allo Stato una scuola abbastanza ricca da colmare finalmente le profonde disuguaglianze sociali, che lasciano indietro ancora troppi di loro; altri che, all’opposto, hanno la fortuna di vivere in famiglie che li crescono a pane, cultura e attualità, che in classe spiazzano i docenti con le domande inaspettate, che sanno di avere le porte spalancate delle università più prestigiose e la salute assicurata dalle migliori cliniche, ma che comprendono che uno Stato sociale sempre più povero, ma armato fino ai denti, neanche a loro può garantire libertà e benessere per sempre, che in un mondo globalizzato ciò che accade al di là dei confini del proprio paese prima o poi ricade anche nel proprio, e soprattutto che essere umani significa essere empatici, pensanti e solidali; gli irrequieti, quelli che con il mondo fanno sempre “a pugni”, che in classe non si sa mai come ricondurre all’attenzione e che, proprio per questo, diventano linfa vitale di quella indignazione nobile che spinge a battersi per la giustizia; infine, perché no, anche i gregari, che pur non essendo ben informati, hanno scelto di non cogliere l’occasione propizia per andare al bar, ma di seguire gli altri, perché almeno una cosa è evidente: la coperta è sempre più corta e prima o poi lascia allo scoperto anche loro.
C’erano tutti, ma proprio tutti i giovani del mondo, in quella modesta fila di piccoli-grandi manifestanti. E sarebbe stato ancora più bello se fossero stati affiancati da tutti i loro insegnanti. Anche i docenti avrebbero deposto le “armi” della propria professione e, scendendo dalla cattedra, ne avrebbero usata quella più efficace in assoluto: l’esempio. Avrebbero alimentato e sostenuto la speranza, dimostrato che le conoscenze e i valori, che ogni giorno cercano di trasmettere attraverso l’istruzione, sono vivi e fanno politica nel senso più alto del termine: formano i cittadini della polis, del bene comune, dello spazio pubblico, nel quale, volenti o nolenti, abitiamo con gli altri, chiunque essi siano.
E mentre una studentessa sorreggeva il suo striscione sotto la pioggia, rievocava sorridendo il pensiero del filosofo che sta studiando: in fondo l’uomo è un dio perché è lui che “crea” il mondo. Quale migliore “compito di realtà” ha rappresentato questa manifestazione per comprendere fino in fondo questa lezione? Anzi, per insegnarla a noi.
L’umanità, diceva Eraclito, si divide in due gruppi: gli “svegli” e i “dormienti”. Entrambi si rendono conto del perenne divenire di tutte le cose, ma mentre i primi, interrogandosi e cercando la verità, comprendono che esso è proprio l’essenza della realtà e che è motivo di ordine e armonia, i secondi si limitano a constatarlo e lo considerano motivo di insensato disordine. È forse proprio questo il motivo per cui solo i desti non temono di partecipare, mentre gli altri stanno a guardare impotenti, lamentosi e incapaci di comprendere. Solo che per Eraclito “svegli” o “dormienti” si nasce, non si diventa. Invece i giovani nelle piazze hanno dimostrato il contrario. E così sono loro ad essere saliti in cattedra.
Le istituzioni hanno la grande responsabilità di mantenere desti questi giovani cittadini e di offrire loro soluzioni dignitose, alte e praticabili. Ne va della propria credibilità, della propria tenuta, del futuro delle prossime generazioni, della convivenza pacifica della grande famiglia umana.



























