«Conosco delle vite di cui potrei fare a meno
senza dolore alcuno –
altre – un cui istante d’assenza –
sarebbe un’eternità –

Queste ultime – scarse di numero –
Non sono nemmeno due
Le prime – un orizzonte di moscerini
facilmente supererebbero»

(Emily Dickinson)

Emily Dickinson, la conosco poco, dovrò decidermi a leggerla di più perché, ogni volta in cui mi imbatto nei suoi versi, ne resto folgorato.

Nei versi che aprono questo caffè, Emily è disarmante fino alla brutalità: ci sono vite di cui possiamo fare a meno e ce ne sono altre la cui assenza, fosse anche per un tempo assai breve, ci crocifigge per l’eternità.

Come se questo fosse dir poco, Emily si mette pure a contare le vite di cui non può fare a meno: sono a malapena due. Le altre, fastidiose come moscerini, formano una nuvola che copre l’orizzonte.

Per un’associazione che non saprei spiegare, sono andato a riprendermi l’aforisma 153 di Al di là del bene e del male: «Ciò che viene fatto per amore, accade sempre al di là del bene e del male». Santo Nietzsche!

Come dire: se nella “buona società” si potrebbe pensare di dare del “moscerino” a chiunque (quasi a tutti secondo Emily!), nel corso della nostra esistenza si danno vita presenze che valgono per il semplice fatto di esserci. E quando una di quelle presenze diventa necessaria, ecco che siamo già sospinti «al di là del bene e del male».

Quella presenza vale di per sé. È assoluta. E, come ogni assoluto, diventa essenziale. Non se ne può fare a meno. Pena un’eternità senza tempo. Che è come dire: un inferno.

Chiedere per conferma a Sartre, per il quale l’inferno sono tre estranei che si fissano, chiusi in una stanza. Oppure leggere dal suo L’essere e il nulla: «Io sono posseduto dall’altro; lo sguardo d’altri forma il mio corpo nella sua nudità, lo fa nascere, lo scolpisce, lo produce, come è, lo vede come io non lo vedrò mai. L’altro possiede un segreto: il segreto di ciò che io sono».

Emily, Friedrich, Jean-Paul. Mi vien voglia di farli incontrare davanti a una domanda o forse due: quante persone ci sono davvero necessarie? E che cosa siamo disposti a rischiare quando una persona diventa indispensabile?

Vabbè, non credo che mi risponderebbero, per cui resto su me e te che leggi…

Abbiamo centinaia di contatti. Decine di persone a cui scriviamo. Gruppi, chat, colleghi, amicizie vecchie e nuove. Eppure, se ci fermassimo un momento e togliessimo tutti i nomi non indispensabili, quanti ne resterebbero?

Ma conta davvero quanti sono? O quanto siano essenziali?

Lo sai bene, la vicinanza non è una questione di metri e nemmeno di frequenza.

È una questione di peso. Di sostanza. Di evidenza.

Alcune persone stanno accanto a noi.
Altre stanno dentro.

E ci vedono.

Ci sanno.

Possono anche tacere, ma se parlano, è per sempre.

Tanto hanno già detto qualcosa di noi che da soli non avremmo saputo dirci. O che nessuno ci ha detto prima. E basta essere stati visti davvero anche una sola volta per non poter tornare più quelli di prima.

Anche, e forse ancor di più, quando persone così, persone speciali, rompono i nostri equilibri, i nostri schemi, il famigerato quieto vivere.

Quando ci conducono dove proprio non avevamo previsto né mai avremmo messo in conto.

Forse riconosciamo le persone importanti proprio da questo: davanti a loro smettiamo di fare contabilità. Perché non è più questione di convenienza. È questione di vita o di morte. Di felicità o di cenere.

Ovvio, si tratta di incontri singolari.

Nella vita impariamo lentamente che non possiamo dare a tutti la stessa parte di noi.
Non per superbia.
Non perché gli altri valgano meno.
Ma perché l’intimità è una risorsa rara.

Possiamo essere gentili con tutti.
Disponibili con molti.
Amici di alcuni.
Ma consegnarci a pochissimi.

E forse maturare significa anche imparare questa distinzione senza sentirsi in colpa.

Allora la domanda per questo nostro Caffè potrebbe essere non: quante persone mi vogliono bene?

Ma: di chi sentirei insostenibile l’assenza oggi?

Oppure, in modo ancora più scomodo: l’assenza di chi mi peserebbe per l’eternità?

Sai, sto pensando che passiamo metà della vita ad aggiungere persone.
Forse l’altra metà serve a capire chi non possiamo sottrarre.


FonteImmagine generata con AI
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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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