
«Qualunque cosa tu possa fare o sognare di poter fare, incominciala. Nell’audacia c’è genio, potere e magia»
(Johann Wolfgang von Goethe)
Ricevo un messaggio alle sei del mattino.
Un’ora insolita, certo. Anche perché a scrivermi è una persona che conosco appena da una settimana. Però è una persona luminosa, che oggi si sente spenta dalla sua dirigente scolastica.
Lei “accende” il suo plesso, ma la sua dirigente, di rimando, le chiede di spegnersi.
Leggere per credere:
«Ciò che mi ha buttato giù, qualche giorno fa, è un colloquio nel quale mi ha esplicitamente detto: “Tu sei troppo, fai troppo, ti devi ridimensionare, abbassa il tiro… perché c’è anche il rischio di offuscare gli altri”.
Io proprio non capisco. Questo mi smorza l’entusiasmo e, soprattutto, mi fa venire mille dubbi: sentire un fuoco dentro può diventare un pericolo per me, per i miei alunni e le mie colleghe?»
Neppure io capisco.
Vivendo la Scuola ogni giorno, attraversandone tante, a volte mi sembra che alcuni miei colleghi abbiano paura della felicità.
Sì, paura.
Perché la felicità può essere un compito gravoso: una responsabilità più che una pulsione, qualcosa da coltivare con cura, non una semplice emozione di passaggio.
E allora capisco chi si accontenta.
Ma solo fino a un certo punto.
Perché continuo a credere che sia più intelligente cercare la felicità che rifugiarsi nella lamentela.
Perché chi si accontenta forse trova un equilibrio, ma raramente diventa generativo.
E “felice”, in latino, deriva da felix: fecondo.
Allora mi chiedo: un dirigente non dovrebbe avere proprio questo compito?
Essere fecondo.
Far crescere.
Accendere.
E non spegnere.
In realtà, questa riflessione non riguarda solo i dirigenti.
Riguarda tutti noi, quale che sia la nostra professione.
E, ovviamente, riguarda anche i docenti.
E così torno alla domanda:
chi ha paura della felicità?
A chi mi ha scritto — lanciando un grido che chiedeva soltanto di essere accolto e ascoltato — ho risposto così:
«Leggendoti mi è subito risuonata una frase che ho condiviso nel mio “Caffè” di domenica scorsa: non posso cambiare il sistema, ma posso fare in modo che il sistema non cambi me.
Parafrasando, potremmo dire: non posso accendere tutti, ma posso fare in modo che chi è spento non spenga me.
La tua dirigente non vuole di più. Tu sei di più.
E questo, a mio avviso, è un suo problema, non tuo.
Per quanto il suo atteggiamento possa farti soffrire, credo che tu abbia davanti un compito molto “semplice”: restare te stessa.
A prescindere dalle scelte che farai.
L’importante è che la tua fiaccola resti accesa.
E c’è un’altra cosa fondamentale: hai delle colleghe su cui contare. Non è poco.
Perché essere “Passaluce” non significa non spegnersi mai: un colpo di vento può sempre arrivare.
Significa che, quando accade, qualcuno a cui hai già donato la tua fiamma può restituirtela.
Lasciati riaccendere ogni giorno dalle tue colleghe e dai tuoi bambini.
Lo so, non ti ho detto nulla di straordinario. Ma forse la risposta è già dentro di te.
Buona giornata».
Dedicato ai miei colleghi dirigenti scolastici: a quelli che ascoltano e accendono i loro docenti (e personale ATA) e a quelli che, talvolta, sono tentati di spegnerli. A questi ultimi, in particolare, auguro di non riuscirci mai.
E, soprattutto, di ritrovare la propria fiamma.
Erich Fromm: «Amare qualcuno non è solo un forte sentimento, è una scelta, una promessa, un impegno».
Kahlil Gibran: «La vostra gioia è il vostro dolore senza maschera».
Pablo Neruda: «Potranno tagliare tutti i fiori, ma non fermeranno mai la primavera».
***
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Molto condivisibile
Grazie, Renato!
Profondamente d’accordo!
Grazie per la condivisione .
Grazie a te per la lettura!