«Ogni uomo porta in sé la forma intera dell’umana condizione»

(Michel de Montaigne)

«Come stiamo ad autostima?»
«Bene, ma sapessi a che prezzo!»

È stato questo il botta e risposta, rapido e affettuoso, tra me e un caro amico qualche giorno fa. Stava moderando la presentazione della mia ultima fatica, L’arte di insegnare ovvero d’essere felici, e ha preso spunto da alcune convinzioni che attraversano il libro e, più in generale, il mio modo di stare al mondo. In effetti, sono sempre più persuaso che le azioni, le parole, le persone luminose non vadano nascoste. Che, anzi, vadano espresse a chiare lettere. Soprattutto nei tempi bui, confusi e talvolta disperanti che attraversiamo.

Qualcuno che ne capiva lo ha detto secoli fa: non si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candeliere, perché faccia luce a tutti coloro che sono in casa.

Della serie: «Non posso cambiare il sistema ma posso far sì che il sistema non cambi me…»: e se faccio luce – anche solo di poco – allora il sistema, lì, non è più lo stesso.

Sia come sia, da quel botta e risposta mi è partita una riflessione che ha cominciato a lavorarmi dentro, a “rovistarmi la pancia”, per giorni.
Mi sono chiesto: perché facciamo tanta fatica a riconoscere i meriti per quel che sono, sia quando riguardano noi, sia quando riguardano gli altri? Perché non riuscire a gioire di ciò che siamo diventati, magari dopo decenni di lavoro, fallimenti, sudore, radicali correzioni di rotta? Perché non gioire della gioia altrui che è poi il segreto di una felicità a costo zero?

Siamo strani, noi esseri umani. Viviamo nella società dell’apparire. Bombardati come siamo, chi può dirsi davvero immune dalla cura ossessiva dell’immagine? Chi non bada a come si presenta, a come veste, a cosa pubblica, a come viene percepito? Le nostre città hanno ormai più palestre che scuole e più centri benessere che parchi. Eppure, ogni volta che qualcuno dice serenamente: «Sono questo. Ho faticato per arrivare fin qui. Non mi interessa essere più in alto o più in basso di altri. Sono quello che sono e ne vado fiero», ecco che scatta la più o meno bonaria censura. Gli si fa notare che “non pecca di falsa modestia”.

Appunto: e perché mai uno dovrebbe peccare di falsa modestia?

Preferisco gli arroganti espliciti ai superbi dissimulati. Dai primi ci si può difendere. Dai secondi si rischia di restare sedotti e ingannati. Mentre agli immodesti si può voler bene, purché siano veri.

E no, tutto questo discorso non intende avere nulla contro il valore dell’umiltà. Al contrario.

Umile è chi resta con i piedi per terra – non a caso humus in latino significa proprio “terra”.

Umile resta chi sa che, per quanto in alto si possa salire, restiamo tutti “terra terra”: e transeunti. Come ogni successo. Oggi ci siamo, domani no. Oggi la fortuna ci accompagna, domani prende il largo. Oggi ci sentiamo arrivati, domani al capolinea.

Di che cosa mai potremmo montarci la testa, se persino l’uomo più potente del mondo resta un fragile essere vivente a tempo determinato, temuto da molti, detestato dai più e comunque destinato a finire?

Siamo tutti di passaggio. Lo diceva sempre mia mamma. Questo è. Tanto vale provare a passar bene. E a passare il bene. Amando e lasciandosi amare. Amandosi, e restituendo.

E allora, cosa risponderei a chi mi accusasse di non peccare di falsa modestia?
Forse qualcosa del tipo: «Sono Paolo, sono alto un metro e ottanta… ma, per modestia, un metro e cinquanta».

Dite che capirebbe? Il mio amico, ovviamente, l’ha capito: e ha riso di gusto.

Albert Camus: «La vera generosità verso l’avvenire consiste nel dare tutto al presente».

Emily Dickinson: «Io sono Nessuno. E tu?».

Wisława Szymborska:

«Conosciamo noi stessi solo fin dove
siamo stati messi alla prova.
Ve lo dico
dal mio cuore sconosciuto».

***

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FontePhotocredits: https://pxhere.com/it/photo/795256
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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...