«E io, che mai per mio veder non arsi
più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi»

(Paradiso, XXXIII, vv. 28-30)

Il segreto della felicità: è questo il pensiero che mi venne in mente, un giorno, in classe, mentre spiegavo questi versi ai miei alunni.

Il contesto: siamo al vertice della preghiera di san Bernardo, l’innamorato per eccellenza della Madonna; a Lei Bernardo si rivolge per chiedere di intercedere a favore di Dante, per ottenergli quel che essere umano mai poté ottenere: vedere Dio e non morire, fissarsi con i propri umani occhi nel suo mistero e non uscire di senno.

Le terzine che aprono il XXXIII canto del Paradiso sono in assoluto tra le più famose al mondo:

«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura…».

Eppure, non è su questi versi che si fissò, quel giorno, la mia attenzione. Essa fu, piuttosto, rapita da quella che mi parve essere una miniera inesauribile di felicità.

Caro lettore, adorata lettrice,

eccoci al nostro primo “Caffè con Dante” e forse ti stupirai che la scelta sia stata quella di partire dalla fine, dall’ultimo canto del Paradiso, anticipando quello che dovrebbe essere il naturale punto di arrivo del nostro viaggio attraverso gironi infernali, cornici del purgatorio e cieli dei beati. Ma mi è parso giusto anticiparti quella che potrebbe essere la meta, perché essa è indice anche del cammino e della sua direzione: il più “divino” dei poemi è anche il più “umano” e il termine che esso ci propone è di vedere Dio nell’uomo e l’uomo in Dio. In altri termini, la destinazione ultima è la felicità.

È legittimo che tu mi chieda su cosa si possa fondare un simile ragionamento. Ora, il nostro appuntamento ci impegna per il tempo di un “caffè” e io non voglio tediarti con dotti approfondimenti, ammesso e non concesso che ne sia capace. Proverò, dunque, a dirti quel che ho capito io, mi limiterò a esporti le mie suggestioni. Tu poi avrai le tue…

Dunque, io ho ragionato così. Chi può vedere Dio? Solo chi è santo. E Dante come chiama i santi? Li chiama beati e, nel famoso “Discorso alla montagna”, nel vangelo secondo Matteo, Gesù li chiama allo stesso modo: in greco, μακάριοi (makàrioi), cioè «felici, beati». Dunque, che cos’è un santo? Risposta: è un uomo felice. Ergo: chi è santo, è felice, ma anche: chi è felice, è santo. Si diventa santi, se si è felici…

Bella roba. E allora come si fa a essere felici veramente? Non solo “euforici”, “divertiti”, “riposati”, “distratti”. No: felici e basta!

San Bernardo: «Maria, io non ho mai desiderato ardentemente di vedere Dio, più di quanto non lo desideri per Dante…». È più o meno questa la resa in lingua corrente delle parole di Bernardo.

Ti è chiaro? Lo vedi? Bernardo sta dicendo a Maria che desidera che Dante possa contemplare Dio più di quanto o perlomeno allo stesso modo in cui desidera contemplarlo lui stesso! Bernardo è già santo, lui già vede Dio, eppure sembra dire: «Guarda, Maria, se proprio devi scegliere tra me e Dante, scegli lui: io sono felice allo stesso modo se sarà Dante a poter vedere Dio, e io no, perché non desidero il mio bene più di quanto non desideri il suo: per questo ti porgo tutte le mie preghiere e prego che siano sufficienti per essere esauditi».

Vertiginoso, non credi? Bernardo è santo perché ha capito che nessuno può essere più felice di chi è felice della altrui felicità…

Ora, caro lettore, adorata lettrice, non chiedo mica che tu o io siamo capaci di seguire Dante fino in fondo nel suo ragionamento – o meglio: nel suo viaggio per vedere Dio – né tantomeno pretendo che tutti lo condividano. Ma ti prego: per un attimo, fermati a ipotizzare quel che suggerisce… Dante ci sta dicendo che è santo, cioè beato, cioè felice, chi è pronto a prendere tutta la sua felicità e a giocarla a testa o croce, in un colpo solo, puntando tutto sulla felicità altrui. Ci sta dicendo che non finisce mai di essere felice chi riesce a gioire del bene altrui e che uno che ragiona così è proprio un santo, un beato, un uomo compiuto. Oppure, aggiungo io, uno che è un matto da legare.

Antoine de Saint-Exupéry: «Se qualcuno ama un fiore, di cui esiste un solo esemplare in milioni e milioni di stelle, questo basta a farlo felice quando lo guarda».

Felici di poter guardare un solo fiore? Roba da matti! Roba da “pazzi di gioia”. D’altronde: tu credi davvero si possa “vedere Dio” e non perdere la testa?


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Paolo Farina
La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba.Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

4 COMMENTI

  1. Bravo prof.
    Continua con questi “caffè con Dante”. Nella Divina Commedia continuo a scoprire il “tutto” della nostra umana condizione.
    La tua maestria nel parafrasare e nell’accompagnarne la comprensione al popolo “minuto” è impareggiabile!

    • Grazie mille! Ho avuto la fortuna di insegnare Dante per molti anni: più provavo a insegnarlo ai miei alunni, più i miei alunni lo insegnavano a me, ancor più Dante insegnava a tutti noi! Alla fine, quel che mi è parso di capire è che, a dispetto delle apparenze, Dante è il più laico e attuale dei poeti italiani. Nei “Caffè con Dante”, proverò a spiegarmi meglio, ma avrò bisogno dell’aiuto dei lettori per farmi capire…

  2. Sagge parole, le sue, Preside. E Dante è Dante. Il sommo. Non si discute. Ma anche la breve storia che segue, che mi è capitata tra le mani, nella sua semplicità, aiuta a riflettere.
    In una scuola portarono dei palloni. Ne fu dato uno ad ogni studente, che doveva gonfiarlo, scriverci il proprio nome sopra e buttarlo nel corridoio.
    I professori mischiarono poi tutti i palloni.
    Ai ragazzi fu dato 5 minuti per ritrovare ognuno il proprio pallone. Malgrado una ricerca frenetica, nessuno trovò il proprio pallone.
    Al quel punto i professori dissero agli studenti di prendere il primo pallone che gli capitava e di consegnarlo alla persona il cui nome era scritto sopra.
    Nel giro di 5 minuti ognuno aveva il proprio pallone.
    I professori dissero ai ragazzi:
    “Questi palloni sono come la felicità. Non la troveremo mai se ognuno cerca la propria. Ma se ci preoccupiamo di quella altrui… troveremo anche la nostra.”
    Grazie a chiunque l’abbia scritta!

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