«L’uomo è infelice perché non sa di essere felice. Solo per questo. Questo è tutto, tutto! Chi lo comprende sarà subito felice, immediatamente, nello stesso istante»

(Fëdor M. Dostoevskij)

Lo ammetto: sulla felicità ho una specie di fissazione.

Una fissazione antica.

Tanto da averci messo di mezzo persino l’insegnamento, scrivendo un libro dal titolo certamente poco prudente: L’arte di insegnare ovvero d’essere felici.

Eppure, più passa il tempo, più mi convinco che della felicità sappiamo pochissimo.

Soprattutto, abbiamo con lei un rapporto parecchio complicato.

Diciamo di voler essere felici. Lo auguriamo ai figli. Lo scriviamo nei biglietti di compleanno. Lo desideriamo per le persone che amiamo. E quando qualcuno ci domanda cosa vorremmo davvero dalla vita, prima o poi tiriamo fuori la solita risposta: «Essere felice».

Bene.

Allora perché, quando la felicità si presenta davvero come una possibilità, molto spesso scappiamo?

Qualche mese fa, ero a Noci, a Chiostri e Inchiostri, ad ascoltare Enrico Galiano presentare il suo ultimo romanzo, Il cuore non va a dormire. Era il 25 luglio, ultima tappa del suo minitour pugliese.

Di quella sera ho già scritto, raccontando di natsukashii, di “nostalgenuità”, della memoria felice e di quella meravigliosa immagine della vita come pioggia: possiamo rimanere sotto l’ombrello, asciutti e protetti, oppure chiuderlo e metterci a correre, lasciandoci finalmente bagnare.

Ma quella sera Galiano disse anche qualcosa che mi è rimasto dentro. Un concetto semplicissimo e terribile: spesso preferiamo un’infelicità sicura a una felicità soltanto probabile.

Fermiamoci un attimo a pensarci su. Sul serio.

Capita di preferire un lavoro che non amiamo a quello che potremmo cercare.

Una relazione che si è spenta alla solitudine che potrebbe precederne un’altra.

Un’amicizia diventata abitudine al rischio di perderla.

Una città che ci soffoca a quella nella quale potremmo ricominciare.

Una vita che conosciamo, persino quando non ci somiglia più, a una vita sconosciuta che forse potrebbe finalmente somigliarci.

Perché?

Perché l’infelicità, quando la conosciamo bene, possiede uno straordinario vantaggio sulla felicità: è certa.

Sappiamo dove abita. Conosciamo i suoi orari. Abbiamo imparato persino a sistemare i mobili nelle sue stanze.

La felicità, invece, è una casa della quale qualcuno ci ha dato l’indirizzo, ma non le chiavi.

Bisogna mettersi in cammino. E nessuno garantisce che, una volta arrivati, la porta si apra.

Eccolo, il problema.

Non scegliamo sempre tra felicità e infelicità. Molto più spesso scegliamo fra certezza e possibilità.

E la certezza esercita un fascino potentissimo, persino quando fa male.

Perché il dolore conosciuto è pur sempre conosciuto. Abbiamo imparato a conviverci, a giustificarlo, qualche volta persino ad amarlo. La possibilità, invece, pretende da noi una cosa assai più difficile: il coraggio.

Il coraggio di lasciare.

Di cominciare.

Di sbagliare.

Di perdere.

Il coraggio, soprattutto, di scoprire che avremmo potuto essere felici molto prima.

Ed è forse questa una delle paure più segrete.

Perché se provo e fallisco, soffro.

Ma se provo e riesco?

Se scopro che quella porta poteva essere aperta?

Se mi accorgo che per anni sono rimasto dentro una stanza della quale possedevo la chiave?

È qui che mi è tornato in mente Dostoevskij. E sono andato a ripescare un appunto che conservavo da mesi. Ne I demoni è Kirillov a pronunciare quelle parole vertiginose: «L’uomo è infelice perché non sa di essere felice».

Attenzione, però. Non credo significhi che il dolore non esista. Sarebbe persino offensivo pensarlo. Esistono il lutto, la malattia, la solitudine, la povertà, l’abbandono, le sconfitte amare. Esistono ferite davanti alle quali qualsiasi predica sulla felicità diventa insopportabile.

Non tutto dipende da noi. Non tutto si aggiusta pensando positivo.

E meno male.

Perché ho sempre trovato sospetta quella felicità obbligatoria che ci vuole sorridenti a tutti i costi. Anche la tristezza ha diritto alla sua stanza.

La provocazione di Dostoevskij, almeno per come la leggo io, è un’altra. Provo a tradurla così: e se una parte della nostra infelicità nascesse non da ciò che ci manca, ma dall’incapacità di vedere ciò che siamo e ciò che abbiamo?

E se fossimo talmente occupati ad aspettare la vita che vorremmo da non accorgerci della vita che c’è?

Aspettiamo. Aspettiamo sempre.

Il momento giusto.

La persona giusta.

Il lavoro giusto.

Più soldi.

Più tempo.

Meno problemi.

Aspettiamo che i figli crescano, salvo poi rimpiangere quando erano piccoli.

Aspettiamo le vacanze mentre siamo al lavoro e, durante le vacanze, controlliamo le mail del lavoro.

Aspettiamo venerdì.

Aspettiamo l’estate.

Aspettiamo la pensione.

Aspettiamo.

Come se la felicità fosse sempre convocata per domani.

Mai per oggi.

E intanto la vita, questa maleducata, non aspetta affatto.

Passa.

E qualche volta ci lascia persino senza salutare. Che scostumata!

E allora, davanti al caffè di stamattina, mi viene da pensare che la felicità non coincida necessariamente con l’avere trovato ciò che cercavamo.

Forse consiste, molto più modestamente, nell’essere ancora disponibili a cercarlo.

Nel non trasformare la prudenza in una prigione.

Nel non chiamare serenità ciò che qualche volta è soltanto rassegnazione.

Nel non confondere la stabilità con la vita.

E soprattutto nel riconoscere quello che già c’è.

Una persona. Una voce. Un volto che ci salva. Un libro. Una tavola apparecchiata. Un viaggio. Un figlio che telefona. Qualcuno che continua a volerci bene nonostante sappia perfettamente chi siamo. Un altro giorno che incomincia.

Piccole cose?

Certamente.

Ma abbiamo questa pessima abitudine di chiamare “piccole” le cose di cui comprenderemo la grandezza soltanto quando non le avremo più. Quando ci mancheranno.

E allora forse la domanda giusta non è: «Sono felice?»

È troppo grande. Fa paura.

Proviamo con una domanda più piccola: «C’è, proprio adesso, qualcosa o qualcuno per cui o con cui potrei essere felice e non me ne sto accorgendo?»

Se la risposta è sì, fermiamoci un momento.

Se invece la risposta è no, forse dovremmo avere il coraggio di pensarci un pochino più a lungo. E poi, magari, scegliere.
Scegliere di vivere. Una volta per tutte.

Sto chiudendo l’ombrello.
E tu?


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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