
«Avere riguardo: avere cura nell’essenziale»
(Martin Heidegger)
Nella mia giornata ci sono spesso momenti di solitudine. Capita mentre guido, mentre passeggio, anche quando corro. Oppure quando lavoro alla mia scrivania. Quando scrivo.
In quei momenti, magari anche senza preavviso, mi sovviene un volto e sento che quel volto, in un dato momento della mia vita, mi ha interpellato davvero. O forse lo sta facendo oggi.
È in uno di questi momenti sospesi che mi è tornata alla mente l’intuizione luminosa di Emmanuel Lévinas: l’idea che l’altro, prima ancora di parlarmi, mi interpella con il suo volto.
Sì, per Lévinas, il filosofo dell’alterità, il volto dell’altro non è un dettaglio anatomico né un semplice dato visibile.
Il volto è un appello.
Un “non uccidermi” silenzioso, che infatti non sentiamo con le orecchie, ma che ci si posa addosso, ostinato e fragile.
Succede che i volti che incontriamo siano come uno di quei piccoli biglietti lasciati sul parabrezza quando c’è stato un urto: non te l’aspetti, non ti fa proprio piacere vederlo, ma non puoi ignorarlo.
Ecco, il volto dell’altro è un urto che ci educa.
Perché ogni volto disarma, espone, chiede. Esige.
Chiede di esserci.
Di essere accolto senza essere posseduto.
Di essere riconosciuto senza essere definito.
In un mondo abituato ai ruoli, alle etichette, ai giudizi immediati, il pensiero di Lévinas ci ricorda che l’altro è più grande di tutto ciò che posso pensare di lui.
E che la mia responsabilità inizia esattamente quando gli occhi dell’altro incrociano i miei.
Quella di Lévinas, è un’etica del volto per intendere la quale non serve frequentare un’aula universitaria, ma i corridoi dell’esistenza.
Quando incrocio uno sguardo basso, stanco, ferito, o semplicemente “altrove”.
Quando ricevo una risposta secca, e la tentazione sarebbe replicare a tono.
Quando sono oppresso dal traffico, da riunioni interminabili o da mail che arrivano in orari improbabili. Quando sono stressato, preoccupato, esausto.
È proprio allora che un volto si affaccia sulla soglia del mio tempo. E mi chiede di non liquidarlo. Di ascoltare la sua chiamata senza voce.
Sì, è pur vero che ascoltare non sempre significa poter anche condividere. Il punto, però, non è approvare o consentire tutto. Il punto è ammettere a me stesso che l’Altro esiste prima e oltre la mia opinione su di lui. Ha la sua storia, il suo vissuto, le sue cicatrici, le sue idee fatte carne, calli, sangue ed ossa. Che vanno rispettati e ascoltati.
Dove si può apprendere tutto questo? Ovunque.
Ovunque incrociamo volti che chiedono tempo, pazienza, ascolto.
Volti che sembrano non pretendere nulla, ma che aspettano tutto.
E che ci obbligano.
Perché Lévinas direbbe che la nostra libertà non sta nel fare ciò che vogliamo, ma nel rispondere: rispondere all’altro, e rispondere di lui.
Da dove cominciare, se non si vuol restare sordi davanti all’urlo muto di un volto?
È semplice (si fa per dire…). Basterebbe rallentare, fissare negli occhi, ascoltare. E magari abbracciare.
È una questione di “postura”, più che di azioni. È tenersi nella disponibilità di lasciarsi compromettere, di farsi spostare dagli altri.
Di cedere qualcosa di mio per accogliere qualcosa di tuo.
Di riconoscere che la mia verità non è l’unica.
E che l’altro non è mai un ostacolo: è una possibilità.
Altro che algoritmo, l’etica del volto è tutta qui: nel lasciarsi convertire da uno sguardo.
Buona giornata a chi attraversa volti, storie e vite con cura. A chi sa ancora farsi toccare.
Buona giornata e buon caffè a chi, anche solo per un attimo, si lascia interrogare e salvare da un Volto.
Perché, alla fine, è sempre da un Volto che comincia tutto.
Emmanuel Lévinas: «Solo un essere assolutamente nudo nel suo volto può arrivare anche a denudarsi impudicamente».
Martin Buber: «Ogni vita vera è incontro».
Emmanuel Mounier: «Io esisto solamente in quanto esisto per gli altri, al limite: essere è amare».

























