
«La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a danzare sotto la pioggia»
(attribuita a Vivian Greene)
Caro lettore, adorata lettrice,
quella che segue è di nuovo la confessione di un perfezionista che, per quante mazzate abbia preso nella vita, per quanti sbagli abbia commesso e per quanti progressi possa aver compiuto nell’accogliere con gratitudine i propri limiti, perfezionista nel DNA rimane.
Ho scattato la foto che accompagna quest’articolo sulla porta di un’aula scolastica. Mi ha folgorato.
Ho pensato a quanta fatica inutile ho durato in vita mia nella titanica ambizione di mirare alla perfezione.
E invece no. Non sono perfetto, non lo sarò e non lo siamo. Nessuno potrà mai esserlo. Anche perché “perfetto” significa, letteralmente, “portato a termine”: e quando ci “portano a termine” vuol dire che siamo arrivati nel Camposanto. Quindi, almeno finché si è in vita, perfezione no: «Grazie, ma no, grazie», canta Willie Peyote.
Peraltro, ci sono giorni in cui la mente si sveglia prima del corpo e altri in cui il corpo si alza, ma l’anima resta a letto. Giorni in cui anche il sole sembra avere dubbi, e la luce filtra timida, come se chiedesse permesso.
In quei giorni, è facile sentirsi inadeguati. Come se ci fosse un manuale della vita che tutti hanno letto, tranne te. Ma poi, tra un respiro e l’altro, ti accorgi che non sapere tutto è umano. E che l’umanità, quella vera, non ha bisogno di certezze, ma di spazio. Spazio per sbagliare. Per chiedere aiuto. Per essere se stessi, anche quando “se stessi” significa essere fragili, stanchi, silenziosi.
Ho visto persone imparare a dire “non lo so” con la stessa dignità con cui si dice “ce l’ho fatta”. Ho visto mani tremanti alzarsi per chiedere aiuto, e occhi lucidi che ringraziavano per averlo ricevuto. Ho visto studenti che, dopo una giornata difficile, tornavano in aula nonostante tutto. Anche ad ottant’anni. E docenti che, pur con mille pensieri, restavano lì, presenti, con una parola gentile pronta a scaldare l’aria.
Perché la verità è che non siamo fatti per brillare sempre. Siamo fatti per esserci. Per provarci. Per cadere e rialzarci, magari con una cicatrice in più, ma anche con una storia da raccontare.
E allora, se oggi ti senti fuori posto, se ti sembra di non essere abbastanza, ricorda: anche le stelle, prima di diventare luce, sono state polvere. E anche la polvere, se guardata con attenzione, sa danzare.
Non sapere tutto non è un difetto. È un invito. A imparare. A condividere. A restare umani.
E in fondo, non è forse questo il senso più profondo dell’educazione? Non riempire vasi, ma ispirare pensieri. Educare all’arte di pensare e, sempre, sempre, sempre, accendere fiammiferi. Anche quando fuori piove.
Albert Einstein: «Chi non ha mai commesso un errore non ha mai provato nulla di nuovo».
Samuel Johnson: «Non c’è nulla di nobile nell’essere superiore a un altro uomo. La vera nobiltà sta nell’essere superiore alla persona che eravamo fino a ieri».
Mary Anne Radmacher: «Il coraggio non ruggisce sempre. Talvolta il coraggio è quella vocina che, alla fine della giornata, dice: ‘Domani ci riproverò’».

























