L’elenco delle criticità con cui la professione docente deve oggi fare i conti, si sa, è lungo. Eppure non pochi resistono. Non come moribondi rassegnati e disillusi ma, al contrario, come guerrieri resilienti

Ed eccoci di nuovo a settembre. Nel caldo afoso e insistente di fine estate, mentre la mente fatica ancora ad abbandonare monti e vallate o il mare cristallino di qualche spiaggia affollata o qualcuno che non abbiamo potuto lasciare solo, si ricomincia. Alcuni carichi di rinnovata energia e nuovi propositi, felici (?) di ritrovare gli stessi colleghi e presto anche gli stessi alunni; altri timorosi e preoccupati per l’ennesimo cambiamento di sede che li fa sentire sempre come gli ultimi arrivati; altri già stanchi e demotivati. Primo collegio docenti, riunioni di dipartimento, programmazione. E tutto puntualmente da riscrivere, perché non sempre la sostanza cambia ma, se cambia la forma, allora la macchina burocratica riprende a pieno ritmo, divorando già le prime energie e sottraendo tempo (troppo tempo!) alla riflessione sul senso e sulla pratica di quella che chi scrive considera la più bella professione del mondo.

D’altra parte, si dirà: “Cosa volete di più dalla vita? Tre mesi di vacanza sono un privilegio!”. Classica affermazione che dà l’orticaria a chi fa questo mestiere, perché, pur riconoscendo che le ferie non sono ancora, purtroppo, un diritto per tutti, sa che le cose nella scuola non stanno esattamente così. Non così per i precari, per i quali i mesi di giugno, luglio e agosto (e oltre per alcuni) sono sì di “vacanza” ma contrattuale. Non così per i docenti di ruolo che, come tutti i dipendenti pubblici, hanno diritto a 32 giorni di ferie i quali, invece che essere frazionati durante l’anno scolastico, sono fruiti tra la seconda metà di luglio, quando terminano gli esami e vari altri impegni, e la terza settimana di agosto, dopo la quale ricominciano diversi adempimenti. Poi, è vero, ci sarebbe la sospensione delle attività didattiche a Natale, a Pasqua e nelle altre festività. Peccato che in quei giorni per molti il lavoro continui sulla scrivania di casa, tra compiti da correggere e scartoffie da compilare!

Ma insomma, pazienza, in fin dei conti ognuno è convinto di fare il lavoro più impegnativo del mondo e tuttavia, chissà perché, non vi rinuncia per provare ad occupare quel posto che ritiene tanto più attraente e più appagante. Da parte sua, chi svolge un lavoro ancora dignitoso non per questo deve rinunciare a ridimensionarne la percezione sociale, che lo dipinge come un dono piovuto dal cielo, invece che come una conquista da custodire con cura.

E mentre riprendono piede i triti e ritriti luoghi comuni sui presunti privilegi dei docenti e i media si ricordano della scuola nel primo dei soli tre momenti dell’anno, il suono della campanella (poi ci saranno l’ultimo suono e gli esiti delle prove INVALSI), gli in-segnanti si rimettono all’opera, iniziando ad attrezzare mente e corpo per affrontare un altro anno con non poche difficoltà: classi spesso troppo numerose e sempre più turbolente, in cui catturare l’attenzione, suscitare interesse e leggere e comprendere un testo, invece che guardare un video per una manciata di minuti, sono ormai imprese eroiche; un numero crescente di alunni problematici, con bisogni educativi speciali e disturbi dell’apprendimento; genitori completamente assenti o al contrario così invadenti da indebolire l’autorevolezza del docente e ostacolare la crescita dei propri figli; edifici scolastici angusti, fatiscenti, se non seriamente a rischio, dove il rispetto delle norme di sicurezza e la ristrettezza degli spazi vanificano tutti gli studi sulle metodologie interattive; decisioni orientate più da logiche aziendali, di cui gli insegnanti sono più vittime che artefici, che da sani principi educativi; indigestioni di progetti e iniziative che rendono sempre più risicati i tempi da dedicare alla rielaborazione personale dei contenuti e allo svolgimento dei programmi (vetuste parole queste ultime, “contenuti” e “programmi”, che a molti suonano ormai come un insulto alla moderna “scuola delle competenze”); discontinuità didattica evitabile; ingerenze nella libertà di insegnamento che mortificano la qualità dell’educazione e inducono all’autocensura.

L’elenco delle criticità con cui la professione docente deve oggi fare i conti, si sa, è anche più lungo di così. Eppure non pochi resistono. Non come moribondi rassegnati e disillusi ma, al contrario, come guerrieri resilienti. E non perché siano una casta, né perché non abbiano alcuna alternativa, ma perché credono ancora e nonostante tutto nell’inestimabile valore sociale della propria professione: fornire ai cittadini e agli adulti di domani gli strumenti per comprendere e trasformare sé stessi e il mondo. Un “potere spaventoso”, ci ricorda Paolo Farina nel suo ultimo libro “L’arte di insegnare ovvero di essere felici” e perciò carico di responsabilità, perché “se quel docente saprà accendere quelle vite, ciascuna di esse farà luce e ne accenderà altre, generando una luminosa reazione a catena. Ma se, al contrario, dovesse spegnere un’anima, chi farà luce al suo posto? Come sarà possibile riaccenderla? E quanto buio invaderà l’esistenza delle persone che la incontreranno lungo il corso della sua storia?” (pagg. 23-24).

Eppure di questo straordinario potere sembrano essere consapevoli solo due categorie di persone, che però ne fanno un uso completamente opposto: quei governanti che, temendo di perdere il controllo dei governati, si adoperano in ogni modo per ostacolarne il libero pensiero e quei docenti che, invece di cedere alle lusinghe del “Chi te lo fa fare? Tanto lo stipendio alla fine del mese arriva sempre!”, ogni anno affrontano le stesse sfide con la medesima determinazione e la stessa caparbia fiducia nel futuro che si impegnano a costruire. Sono le piccole conquiste, oltre che gli errori, a corroborare la consapevolezza dell’enormità della propria responsabilità e, allo stesso tempo, a rimotivare chi resiste: delle domande impreviste nel corso di una lezione, la lettera di uno studente piena di gratitudine, un’ottima prova dopo un percorso tortuoso, uno sguardo che si illumina di curiosità o di lacrime di addio, un abbraccio liberatorio, uno studente che torna a trovare i suoi docenti dopo il diploma.

L’insegnamento, tuttavia, possiede un esclusivo segno distintivo rispetto a tutte le altre attività lavorative: i suoi frutti più duraturi e significativi non sono né visibili né misurabili, soprattutto nel breve periodo, né direttamente e unicamente attribuibili a qualcosa o a qualcuno. Essi, infatti, maturano (e non sempre) dopo una lunga e faticosa semina a più mani e dopo che numerose piogge hanno fatto sedimentare ogni sostanza nutritiva, rimescolandola in modi che non è più possibile distinguerle l’una dall’altra.

È anche per questa ragione, forse, che la società della tecnica non stima abbastanza la professione docente e che quest’ultima urta contro le moderne logiche aziendalistiche di quelle politiche scolastiche più orientate all’inserimento nel mondo del lavoro che alla formazione della persona. Come ha diffusamente affermato il filosofo Umberto Galimberti, in questo tipo di società conta solo ciò che è utile ed efficace, che produce risultati. E questi, per propria natura, sono tangibili e fenomenici. Al contrario l’insegnamento, che non è solo istruzione ma sempre educazione attraverso l’istruzione, lavora nel non-luogo dell’interiorità, dove può imprimere segni certamente indelebili, ma al tempo stesso impercettibili. Scrive Gustavo Zagrebelsky in “Mai più senza maestri”: “Cosa significhi insegnare, cioè “porre un segno”, è tutt’altro che chiaro. Anzi è un mistero. Come si forma, dove si deposita e come si trasmette la conoscenza?” (pag. 92).

Inoltre questi segni nulla hanno a che fare con ciò che è utile, se non nel senso che servono a saper essere e saper vivere. Molto, invece, hanno a che a fare con ciò che è bello ed è bello per sé. Platone affermava che la bellezza è la ragione per cui amiamo qualcosa: un corpo, molti corpi, l’anima, le leggi e le istituzioni, la scienza. E l’amore per la bellezza è l’unica strada che conduce alla conoscenza. Ecco, questo i docenti resistenti continuano ad insegnare ai propri studenti, nonostante tutto: amare la conoscenza non solo perché utile, ma semplicemente perché bella.

Tuttavia gli insegnanti che resistono sanno anche che la bellezza della conoscenza non si lascia vedere né immediatamente, né automaticamente. Essa si lascia apprezzare solo nel tempo, non senza fatica e solo da occhi allenati e desiderosi di vederla. Proprio come la luce del sole che acceca gli occhi del prigioniero liberato dalle catene dell’ignoranza, nel celeberrimo mito platonico della caverna: prima che giunga a contemplarla direttamente e la metta a disposizione degli altri, il cavernicolo che ha scoperto il mondo lì fuori deve abituare la vista gradatamente. Gli insegnanti sanno che la parte più difficile ma anche più importante del proprio lavoro è accendere il desiderio e aprire quegli occhi.

In compenso sanno anche che, una volta attraversati dalla luce, quegli occhi sapranno guardare oltre e condurre l’allievo più lontano. Non sempre e con esiti incerti, è vero, ma se sarà accaduto anche solo qualche volta, allora sarà sufficiente per credere che possa accadere ancora.


1 COMMENTO

  1. Trovo che ‘articolo definisca pienamente la condizione di noi docenti e del sistema scolastico, portando dati e con un’analisi razionale e pragmatica dell’attuale stato dell’arte.

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