
«Ognuno ha il proprio passato chiuso dentro di sé come le pagine di un libro imparato a memoria e di cui gli amici possono solo leggere il titolo»
(Virginia Woolf)
«La speranza è un sentimento subdolo, sto scoprendo in questo periodo. Ti fa desiderare cose senza le quali hai vissuto benissimo fino al giorno prima”
(Anna Premoli da Tutto troppo segreto)
Il nuovo esame di Stato, come riformato dal ministro Valditara (o da chi per lui) e che da quest’anno si chiama da capo “esame di maturità”, ha dato prova di sé già da qualche giorno, ovvero da quando i ragazzi hanno sostenuto gli scritti (fondamentalmente uguali, come tipologia, agli anni passati) e le prove orali (per alcuni, a dire il vero ancora in corso).
Nella nuova formula, i candidati partono, per l’orale, non più, come dal 2019, da un documento, scelto dalla commissione, di cui dovevano decifrare il senso, grazie al quale trovare collegamenti con tutte le materie rappresentate dai docenti interni ed esterni, bensì dalla presentazione di sé stessi, del proprio percorso scolastico, del proprio curriculum, delle proprie aspettative.
Poi, materia per materia, i docenti, ridotti da sei a quattro, rispetto agli anni scorsi, fanno le domande per verificare le conoscenze, le competenze, le abilità degli studenti.
È doveroso aggiungere che i ragazzi vengono “interrogati” solo su quattro materie, e non su tutte come in passato. E ciò non solo, come si diceva, perché i commissari hanno subito una falcidia di un terzo, ma anche perché, se un docente, in base alla sua classe di concorso, impartisce due insegnamenti (chi scrive era docente di diritto ed economia politica), tuttavia può esaminare lo studente solo su quella indicata dal ministero al momento della così detta estrazione delle materie, che, come è noto, avviene a fine gennaio.
Pertanto, per la prova orale, i candidati devono prepararsi solo su quattro discipline. Il che, come è evidente, sfoltisce la mole di lavoro degli studenti. E tra queste quattro, di sicuro, ci sono lingua e letteratura italiana e quella della seconda prova, che hanno dovuto già studiare per lo scritto.
Dunque, all’orale devono dimostrare le loro conoscenze, competenze, abilità solo su due discipline in più. E su italiano e la materia della seconda prova vengono valutati due volte.
Cui prodest?
Di primo acchito verrebbe da dire che ai maturandi è stato risparmiato un bel po’ di lavoro.
Se penso agli studenti che hanno frequentato il corso dell’ITES, indirizzo SIA (che, lo dico di passata, è quello in cui ho insegnato negli ultimi anni), essi hanno dovuto prepararsi in sole quattro materie, laddove fino al precedente anno scolastico le discipline oggetto d’esame, tra scritti ed orale, erano addirittura otto.
Bel vantaggio, non c’è che dire!
E invece no, perché meno conoscenze (senza infingimenti, tutti sappiamo che gli studenti hanno mollato le materie che non sarebbero state oggetto d’esame, se non da gennaio, almeno da aprile/maggio) significano un abbassamento degli standard d’istruzione che a un popolo con un analfabetismo di ritorno piuttosto preoccupante non può che nuocere gravemente.
Ma magari, chissà, è proprio questa la finalità delle varie riforme dell’istruzione, esami finali compresi. E questo già sarebbe assai grave e devastante.
Ma c’è di più.
Gli studenti dell’ITES, indirizzo SIA (ne parlo perché ho seguito da vicino l’ultima classe terza che ho avuto la fortuna di avere l’anno del pensionamento, arrivata quest’anno gli esami), non hanno potuto svolgere (tranne uno studente), tra le altre, la traccia sul discorso di Giuseppe Saragat all’Assemblea Costituente, perché tra le materie d’esame mancava proprio diritto del cui programma l’argomento indicato è parte integrante.
Un bel danno, una possibilità in meno per la prova scritta di italiano.
Per tacere, poi, del fatto che più discipline consentono agli studenti più brillanti di dimostrare il loro effettivo valore. Meno lisciano il “pelo al lupo” della pigrizia. E fanno la gioia degli studenti meno volenterosi.
Altra novità del nuovo esame è la riduzione da cinque a tre punti di bonus che servono agli studenti più meritevoli per conseguire una valutazione in centesimi più elevata. E magari per raggiungere il fatidico voto di 100/100.
A conti fatti, questi ritocchi all’esame finale, a parere di chi scrive, sono stati peggiorativi sotto il profilo della qualità dello studio e della premialità per gli studenti più bravi.
La vera domanda è: perché ogni ministro della Pubblica Istruzione (pardon, dell’Istruzione e del Merito!) si sente così eccitato all’idea di mettere mano al cruciale (per un popolo, la sua civiltà, la sua educazione e il suo sviluppo complessivo, non solamente economico) settore dell’istruzione, – facendo il più delle volte danni – anziché metterci risorse per migliorare la qualità dello studio?
E, evidentemente, non mi riferisco solo all’esame di Stato, o come diavolo è tornato a chiamarsi.
Mi riferisco al fatto che tutti i ministri che si sono susseguiti, almeno negli ultimi trent’anni (e anche più!), dall’alto della loro mediocrità e della loro ignoranza del mondo della scuola, vi hanno messo mano in modo tale da lasciare una traccia del loro passaggio.
Quanto al ministro in carica, (per dirne un paio, ulteriori rispetto all’esame finale delle scuole superiori), ha “riformato” alcuni programmi di studio (vedi alla voce Filosofia, materia in cui autori fondamentali per il pensiero politico come Spinoza, Locke, Marx sono diventati opzionali).
Inoltre ha introdotto l’obbligatorietà della lettura della Bibbia alla scuola primaria, poiché per il ministro: “La Bibbia, come l’Iliade e l’Odissea, è una grande testimonianza culturale. Penso all’Ulisse di James Joyce come a un esempio di quanto vitale sia questa tradizione nella cultura europea. La Bibbia è a fondamento di molta parte della nostra arte, della nostra letteratura e della nostra musica”.
È incredibile questa scelta dell’eccellente Valditara.
Non bastava a questo scopo l’insegnamento, che è a scelta, della religione cattolica?
Non l’hanno avvertito che l’Italia, per previsione costituzionale, è uno Stato laico?
E, a dirla tutta, non devono aver neanche avvisato tutto il governo, che, sempre per quella “stupida della nostra Costituzione”, l’Italia è un Paese che ripudia la guerra!
Vedi, tante volte, firmare (e giurare) senza leggere.



























