L’apprendimento permanente: una questione nazionale troppo a lungo trascurata

Un tema che interpella il Paese

L’Italia discute spesso di scuola, università, occupazione e innovazione. Molto meno frequentemente affronta una questione destinata ad assumere un peso crescente nei prossimi anni: il diritto delle persone ad apprendere lungo tutto l’arco della vita.

Eppure le trasformazioni tecnologiche, le nuove forme del lavoro, l’invecchiamento della popolazione, le sfide poste dalle migrazioni e la crescente complessità sociale rendono evidente una realtà: non è più possibile pensare all’istruzione come a una fase limitata all’infanzia, all’adolescenza o alla prima giovinezza. La capacità di aggiornare competenze, sviluppare conoscenze e acquisire nuovi strumenti culturali è diventata una condizione essenziale per partecipare pienamente alla vita economica, sociale e democratica.

Da questa consapevolezza nasce il Manifesto degli Stati Generali dell’Apprendimento Permanente, un documento che prova a riportare il tema al centro dell’agenda pubblica nazionale.

Una rete ampia di istituzioni e competenze

Il Manifesto non è il prodotto di una singola organizzazione, ma il risultato di un lavoro condiviso tra soggetti che da anni operano nel campo dell’educazione degli adulti, della ricerca e della formazione.

Tra i principali promotori figurano la RIDAP (Rete Italiana Istruzione degli Adulti), che coordina e rappresenta i Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti e le altre istituzioni scolastiche (“di secondo livello” ovvero scuole superiori) impegnate nell’educazione in età adulta; EPALE Italia (Electronic Platform for Adult Learning in Europe), la piattaforma europea promossa dalla Commissione Europea per sostenere le politiche e le pratiche dell’apprendimento degli adulti; e la RUIAP (Rete Universitaria Italiana per l’Apprendimento Permanente), che riunisce università, ricercatori e studiosi impegnati nello sviluppo della cultura del lifelong learning.

Accanto a queste realtà hanno contribuito organizzazioni della società civile, istituzioni formative, enti di ricerca e soggetti del Terzo Settore che condividono un obiettivo comune: trasformare l’apprendimento permanente da principio teorico a diritto concretamente esercitabile.

I numeri di un ritardo strutturale

Le ragioni di questa mobilitazione emergono con chiarezza dai dati richiamati nel documento.

In Italia circa 13 milioni di adulti sono privi di diploma; tra il 28% e il 35% della popolazione adulta presenta competenze insufficienti per vivere e lavorare efficacemente nella società contemporanea; la partecipazione degli adulti alle attività formative si ferma al 20%, contro una media europea del 40%; inoltre circa il 40% delle persone non possiede competenze digitali di base.

Numeri che descrivono un ritardo educativo, ma che raccontano anche una fragilità economica, sociale e democratica. Chi dispone di minori competenze è infatti più esposto alla precarietà lavorativa, alle difficoltà di accesso ai servizi, all’esclusione digitale e a una partecipazione più debole alla vita pubblica.

L’apprendimento come diritto di cittadinanza

Il punto centrale del Manifesto è racchiuso nel suo principio guida: apprendere lungo tutto il corso della vita non è un privilegio, ma una condizione di cittadinanza, inclusione, dignità del lavoro e sviluppo dei territori.

Si tratta di una visione che supera l’idea tradizionale della formazione come semplice aggiornamento professionale.

L’apprendimento permanente viene collegato all’esercizio dei diritti, alla partecipazione democratica, alla realizzazione personale, all’invecchiamento attivo e alla capacità delle comunità di affrontare il cambiamento. Non riguarda soltanto il mercato del lavoro: riguarda il modo in cui le persone abitano la società contemporanea.

In questo senso il Manifesto propone una lettura profondamente politica del tema. Una democrazia che voglia restare inclusiva non può accettare che milioni di cittadini restino esclusi dalle opportunità di apprendimento.

Equità e inclusione al centro

Uno degli aspetti più significativi del documento riguarda l’attenzione alle persone che oggi incontrano maggiori ostacoli nell’accesso alla formazione.

Il Manifesto richiama esplicitamente le persone con bassi livelli di istruzione, chi vive condizioni di povertà educativa, i migranti, le persone detenute e i giovani coinvolti in fenomeni di dispersione scolastica, esplicita o implicita. L’equità non viene considerata una misura compensativa o un capitolo separato delle politiche educative: diventa il criterio con cui misurare la qualità dell’intero sistema.

L’obiettivo dichiarato è evitare che le disuguaglianze formative continuino a generare disuguaglianze sociali.

Il ruolo strategico dei CPIA e delle reti territoriali

Il Manifesto attribuisce una funzione centrale ai CPIA, individuandoli come uno dei principali presìdi territoriali dell’apprendimento permanente.

La proposta è rafforzare queste istituzioni e valorizzarne il ruolo di punti di raccordo tra scuola, formazione professionale, servizi sociali, centri per l’impiego, enti locali, imprese e Terzo Settore.

La prospettiva è quella della costruzione di veri e propri ecosistemi territoriali dell’apprendimento, capaci di accompagnare le persone nelle diverse fasi della vita e delle transizioni professionali e sociali.

Particolarmente significativa appare anche l’insistenza sul concetto di prossimità: l’accesso alla formazione deve diventare semplice, diffuso e compatibile con le esigenze concrete delle persone, soprattutto di coloro che lavorano o svolgono compiti di cura familiare.

Riconoscere il valore di tutti gli apprendimenti

Tra le proposte più innovative figura il pieno riconoscimento delle competenze acquisite nei contesti non formali e informali.

Si apprende nel lavoro, nel volontariato, nella partecipazione civica, nelle associazioni, nella vita culturale e nelle esperienze quotidiane. Il Manifesto invita a rendere effettivi i sistemi di individuazione, validazione e certificazione di queste competenze affinché possano essere riconosciute e valorizzate nei percorsi formativi e professionali.

Una visione che amplia il concetto stesso di apprendimento e riconosce la ricchezza delle esperienze individuali.

Una politica pubblica da rendere strutturale

Un altro elemento qualificante del documento riguarda la richiesta di una governance stabile e di investimenti continuativi.

Secondo gli estensori del Manifesto, l’apprendimento permanente non può dipendere esclusivamente da finanziamenti temporanei o da bandi occasionali. Per questo viene proposta l’istituzione di un fondo nazionale dedicato, accompagnato da una regia multilivello capace di coordinare Stato, Regioni e territori.

La convinzione di fondo è che il Paese disponga già di gran parte degli strumenti normativi necessari; ciò che manca è la capacità di trasformare tali strumenti in un sistema coerente, accessibile e verificabile.

Una sfida che riguarda tutti

Il merito principale del Manifesto degli Stati Generali dell’Apprendimento Permanente consiste probabilmente proprio nell’aver sottratto il tema alla ristretta cerchia degli addetti ai lavori.

La qualità dell’apprendimento degli adulti non riguarda soltanto il mondo della formazione. Riguarda la competitività economica del Paese, la coesione sociale, la partecipazione democratica, l’inclusione delle persone più fragili e la capacità dei territori di affrontare le grandi trasformazioni del nostro tempo.

In un’epoca segnata dal cambiamento continuo, l’accesso al sapere non può essere considerato una risorsa riservata a pochi. È una delle condizioni fondamentali per garantire libertà, opportunità e cittadinanza effettiva.

Ed è difficile immaginare una priorità più urgente per il futuro dell’Italia.


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La mia fortuna? Il dono di tanto amore che, senza meriti, ricevo e, in minima parte, provo a restituire. Conscio del limite, certo della mia ignoranza, non sono mai in pace. Vivo tormentato da desideri, sempre e comunque: di imparare, di vedere, di sentire; di viaggiare, di leggere, di esperire. Di gustare. Di stringere. Di abbracciare. Un po’ come Odysseo, più invecchio e più ho sete e fame insaziabili, che mi spingono a correre, consapevole che c’è troppo da scoprire e troppo poco tempo per farlo. Il Tutto mi asseta. Amo la terra di Nessuno: quella che pochi frequentano, quella esplorata dall’eroe di Omero, ma anche di Dante e di Saba. Essere il Direttore di "Odysseo"? Un onore che nemmeno in sogno avrei osato immaginare...

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