Dopo una morte improvvisa

Ci sono decisioni che nessun essere umano vorrebbe mai prendere. Accadono in una stanza d’ospedale, quando il tempo sembra essersi fermato e la realtà è diventata irriconoscibile. Pochi minuti prima esisteva ancora un marito, una madre, una figlia, un padre, un compagno di vita. Poi arriva una diagnosi irreversibile dopo un incidente sul lavoro e poco dopo la morte ai familiari viene posta una domanda destinata a entrare nella loro biografia morale: acconsentire o meno alla donazione degli organi.

Dal punto di vista psicologico, quella scelta si colloca nel momento più fragile dell’esistenza. È risaputo il fatto che nelle ore immediatamente successive a una morte improvvisa, il cervello fatichi a integrare la realtà dell’accaduto. Si può vedere la persona amata ancora presente nel letto di terapia intensiva, il suo cuore continua a battere grazie al supporto medico e per molti familiari questa condizione crea una profonda dissonanza tra ciò che vedono e ciò che viene loro comunicato: la morte encefalica.

Gli studi di psicologia del lutto parlano di “meaning making”, la costruzione di significato dopo un evento traumatico. Infatti, la perdita improvvisa mette in crisi la narrazione che ciascuno costruisce della propria vita e quando una morte appare priva di senso, la sofferenza può diventare ancora più difficile da elaborare. La ricerca evidenzia che alcune persone trovano nella solidarietà, nell’impegno civile o nella donazione degli organi un modo per ricostruire, almeno in parte, una continuità simbolica tra la vita della persona perduta e il futuro di altri esseri umani. Non è un percorso universale, né obbligato, ma rappresenta una possibilità documentata dalla letteratura scientifica.

La filosofia ha riflettuto a lungo sul significato del dono. Il filosofo Marcel Mauss, nel celebre Saggio sul dono, mostrava come donare non significhi semplicemente cedere qualcosa, ma creare un legame che supera l’interesse individuale. Nella donazione degli organi questa intuizione assume una profondità straordinaria, il corpo, che la morte sembrerebbe sottrarre definitivamente al mondo, diventa ancora capace di generare vita. Riflettendo sulla memoria e sul riconoscimento, si può  ben capire come l’identità umana continui a vivere nella relazione con gli altri e questo può aiutare a comprendere perché molte famiglie descrivano la donazione come un gesto che permette alla storia del proprio caro di continuare ad avere effetti nel mondo.

La bioetica contemporanea interpreta la donazione come uno degli esempi più alti di solidarietà sociale. Non si tratta soltanto di un atto medico. È un gesto che coinvolge il concetto stesso di responsabilità verso la comunità. Il principio di beneficenza, uno dei pilastri della bioetica, trova qui una delle sue espressioni più concrete: dal dolore privato può nascere un’opportunità di cura per altre persone.

Eppure, nessuna riflessione teorica può cancellare la violenza emotiva della decisione.

Diverse famiglie italiane hanno vissuto questa esperienza dopo eventi improvvisi avvenuti durante o al termine della giornata lavorativa.

È accaduto ai familiari di Claudia Margheri, cinquantatreenne di Scandicci, investita da un’automobile mentre rientrava a casa a piedi dopo il lavoro. Ricoverata all’ospedale Careggi di Firenze con gravissime lesioni alla colonna vertebrale. Nel pieno del dolore, il marito e i figli hanno autorizzato la donazione degli organi. Una scelta analoga è stata compiuta dalla famiglia di Francesca Battistella, quarantunenne dipendente di un supermercato, colpita da un grave malore mentre lavorava e deceduta dopo dieci giorni di terapia intensiva. Anche in questo caso i familiari hanno acconsentito alla donazione degli organi e dei tessuti. Lo stesso è avvenuto per Mara Giulioni, responsabile amministrativa dell’Università Politecnica delle Marche, colpita da un aneurisma cerebrale sul posto di lavoro. Il compagno e i figli hanno scelto la donazione, trasformando una perdita improvvisa in un gesto di solidarietà verso altri pazienti. E ancora, la famiglia di Danilo Trentin, piccolo imprenditore edile deceduto dopo una caduta in un cantiere, ha autorizzato il prelievo degli organi, nonostante il trauma di una morte arrivata dopo giorni di speranza e cure.

Queste vicende mostrano un elemento comune: il consenso alla donazione non elimina il dolore, ma può modificarne la direzione. Numerosi studi pubblicati su riviste come Progress in Transplantation, Transplantation Proceedings e OMEGA – Journal of Death and Dying descrivono come molti familiari riferiscano di percepire la donazione come un modo per attribuire un significato alla perdita. Alcuni parlano di continuità, altri di responsabilità verso la società, altri ancora semplicemente della consolazione di sapere che una parte del proprio caro abbia contribuito a salvare altre vite. Gli stessi studi sottolineano però che questa esperienza non è uguale per tutti: alcune famiglie vivono la scelta come fonte di conforto, altre continuano a sperimentare dolore intenso, dubbi o ambivalenza. La donazione non rappresenta una “cura” del lutto, ma può diventare, per alcune persone, una componente del percorso di elaborazione.

Dal punto di vista filosofico, il consenso alla donazione può essere letto come un passaggio dalla logica della perdita assoluta a quella della relazione. La morte interrompe una biografia, ma il dono apre una possibilità di continuità che non cancella l’assenza. È una forma di eredità che non consiste nei beni materiali, bensì nella possibilità che un’esistenza continui a generare bene per altri.

Il filosofo Emmanuel Levinas scriveva che la responsabilità verso l’altro precede ogni scelta razionale. La donazione degli organi sembra incarnare proprio questa intuizione: nel momento della massima vulnerabilità, alcune famiglie scelgono di rivolgere lo sguardo non solo verso il proprio dolore, ma anche verso quello di sconosciuti in attesa di una possibilità di vita. Forse è proprio questo il significato più profondo della donazione. Non trasformare una tragedia in qualcosa di “positivo”, perché nessuna morte improvvisa può esserlo. Piuttosto, impedire che la morte rappresenti l’ultima parola.

Fonte:

Robert A. Neimeyer, Meaning Reconstruction in the Wake of Loss e Techniques of Grief Therapy.

Marcel Mauss, Saggio sul dono (Essai sur le don).


FonteFoto di copertina geerata con AI
Articolo precedenteApprendere per tutta la vita: il diritto dimenticato che riguarda il futuro dell’Italia
Articolo successivoLa Felicità a Capo Spulico
Yuleisy Cruz Lezcano nata a Cuba, vive a Marzabotto, Bologna. Lavora nella sanità pubblica, laureata in scienze biologiche e con una seconda laurea magistrale in scienze infermieristiche e ostetricia, presso l’Università di Bologna. Ha pubblicato diciotto libri a seguito di riconoscimenti e premi in concorsi. Due dei libri pubblicati sono in spagnolo/italiano e il penultimo in spagnolo/ portoghese è stato pubblicato in Portogallo. Si occupa di traduzioni in spagnolo, facendo conoscere poeti italiani in diverse riviste della Spagna e del Sudamerica e, in modo reciproco, facendo conoscere poeti sudamericani e spagnoli in Italia. Collabora con blogs letterari italiani, di America Latina e di Spagna. La sua poesia italiana è stata tradotta in francese, spagnolo, portoghese, inglese, albanese.

LASCIA UNA RISPOSTA

Please enter your comment!
Please enter your name here