
Nel tramonto del dominio maschile
Chi ha oltre 60 anni ha osservato come nel corso delle sua vita ruoli prevalentemente maschili siano stati progressivamente coperti da donne.
Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso le donne medico erano una rarità, oggi oltre il 60% dei medici sotto i 50 anni sono donne.
Le donne avvocato nello stesso periodo erano ben poche, oggi quasi il 55% degli iscritti all’albo professionale sono donne. Le donne magistrato si contavano in unità negli anni Sessanta, oggi sono il 57% del totale.
Le ragazze iscritte ad ingegneria negli anni Settanta erano una vera rarità, nel 2024 si contavano 340.000 donne laureate in discipline ingegneristiche, poco meno del 28% del totale. Infine, le donne presidi oggi sono il 70% del totale.
Non solo, i numeri mostrano un distacco sensibile nell’ambito dell’istruzione a favore della componente femminile. Il 26% delle italiane possiede almeno una laurea, a fronte del 19% degli uomini. Nella fascia d’età tra i 30 e i 34 anni, il divario è ancora più ampio, il 38% delle donne ha conseguito una laurea contro il 24% degli uomini.
In pochi decenni vi è stata una trasformazione epocale, anche se ci vorrà ancora tempo prima di una vera uguaglianza tra i sessi nella classe dirigente e la scomparsa del divario retributivo di genere.
Ma il mutamento della composizione di genere nella struttura sociale ed economica non comporta la corrispondente scomparsa delle discriminazioni relative al genere, che sono sottili, ma potenti e pervasive, e che hanno una storia di millenni.
Millenni di dominio maschile implicano che le stesse donne hanno interiorizzato la condizione di subalternità femminile e li hanno trasmessi ai figli e alle figlie.
Una premessa fondamentale, il senso comune ritiene che i comportamenti siano conseguenze di scelte fatte sulla base di criteri di cui il soggetto è consapevole. L’assunto è sostanzialmente errato. In sociologia si distingue tra socializzazione primaria e socializzazione secondaria. La socializzazione primaria avviene nel corso dell’infanzia e si inscrive durevolmente non nella mente, ma nei corpi delle persone, diviene carne e sangue.
Esemplare in tal senso è come secoli di dominio maschile si manifestano nelle donne attraverso il rapporto che esse hanno con il proprio corpo. La forma mentis, l’habitus, e le condizioni sociali fanno della percezione del corpo da parte della donna l’esperienza del “corpo-per-gli-altri”, continuamente soggetto alla percezione e valutazione dello sguardo maschile. Il corpo diviene per la donna un corpo alienato, che provoca disagio, timidezza, vergogna, tanto più grandi quanto maggiore è la sproporzione tra il corpo richiesto dai criteri sociali e l’immagine del corpo percepita negli sguardi e nelle reazioni degli altri.
Secoli, millenni di dominio maschile hanno fatto della donna un oggetto simbolico negli scambi tra uomini all’interno dei rapporti sociali, l’essere della donna è un “essere percepito”, ponendole in un perenne stato di insicurezza corporea e di alienazione. Le donne esistono per e attraverso lo sguardo degli altri, a cui devono apparire come “oggetti” accoglienti, attraenti, disponibili. Le aspettative sociali impongono loro che siano “femminili” secondo i criteri del dominio maschile, ossia sorridenti, simpatiche, premurose, sottomesse, discrete, riservate. La femminilità è sostanzialmente una forma di compiacenza verso le attese maschili, siano queste reali o supposte. Da tutto ciò consegue la propensione all’autodenigrazione e all’accettazione del giudizio maschile, che si manifesta in imbarazzo corporeo o in timidezza.
Maschile e femminile non sono due etichette per distinguere i sessi, sono schemi di percezione, di valutazione e di azione costitutivi di uomini e donne, che vanno oltre le scelte della coscienza e il controllo della volontà, sono categorie della conoscenza oscure, inconsce. Se nelle donne l’opera di socializzazione le conduce a sminuirle, a sottomettersi alle virtù negative della rassegnazione e della abnegazione, gli uomini non sfuggono alle conseguenze complementari. Il privilegio maschile impone, a volte fino all’assurdo, il dovere di affermare in ogni circostanza la sua virilità, intesa non solo come capacità sessuale, ma anche come propensione alla lotta e alla violenza. La virilità è peraltro una qualità relazionale, si costruisce e si mostra di fronte e per gli altri uomini, in opposizione alla femminilità, in una sorta di timore del femminile e che questo possa prevalere.
La virilità è anche manifestazione del potere, che si mostra implicitamente nell’attribuire ad una donna di potere una qualità maschile (ha le palle!). Ciò non poche volte conduce le stesse donne in posizioni di potere a cercare di imitare goffamente ed esageratamente quei caratteri definiti maschili, quali la voce, l’aggressività, la sicurezza, la “distanza dal ruolo”, una presunte autorità naturale.
Vi è un inconscio che governa il rapporto tra i sessi che non è un fatto individuale, bensì storico e collettivo, che ha sorretto e sorregge il dominio maschile. Il cambiamento avvenuto, con donne che in pochi decenni hanno ricoperto ruoli che erano monopolio maschile, ha reso tematiche, e quindi problematiche, categorie del dominio maschile che erano e per molti aspetti sono ancora considerate ovvie e naturali dalle stesse donne. Quanto avvenuto in poco più di una generazione non deve essere dato per definitivamente acquisito.
Donne medico, ingegnere, avvocatesse, magistrate, dirigenti scolastiche rappresentano una quota limitata e per diversi aspetti privilegiata, fanno parte della classe dirigente di un paese.
In Italia il tasso di occupazione femminile nel 2025 era del 53,8%, poco meno della metà delle donne non lavora e sono soprattutto le donne con istruzione bassa e media. Delle donne occupate poco meno del 20% è priva di titoli scolastici o ha conseguito licenza media.*
Millenni di dominio maschile che hanno condannato le donne a dare in ogni momento l’apparenza di un fondamento naturale alla minorazione che era loro socialmente attribuita non si dissolvono in una generazione. Se ciò è non affatto facile per le donne colte che lavorano, lo è ancora di più per le donne non colte e che non lavorano. Quell’inconscio che ha sorretto e sorregge il dominio maschile rischia di passare dalle madri a figli e, soprattutto, a figlie ancora per altre generazioni. Non poche donne continueranno ad essere portatrici inconsapevoli del patriarcato. Inoltre, non si deve dare per scontato che il mutamento dei ruoli prosegua nella stessa misura di quanto avvenuto in questi ultimi decenni e che quindi il dominio maschile sia destinato a tramontare rapidamente.
Per coloro che sono stati sempre privilegiati, l’uguaglianza assume sembianze oppressive, è vissuta come un’ingiustizia subita. L’essere un uomo era ed è ancora vissuta in numerosi ambiti come una forma di nobiltà, un sentimento che le stesse madri trasmettevano ai figli maschi, mentre nei confronti delle donne l’impulso era di “orrore per quella creatura mutilata o trionfante disprezzo per essa”.**
I mutamenti sociali hanno inevitabilmente conseguenze politiche. Nei movimenti autoritari di estrema destra il richiamo ad una imprecisata tradizione e l’ostilità verso la c.d. “ideologia woke” sono un sottile paravento per cercare di occultare che il rifiuto vero è nei confronti del cambiamento in corso della struttura sociale ed economica verso una effettiva eguaglianza dei sessi. Non è per nulla un caso che i movimenti di estrema destra mostrano una forte prevalenza maschile, hanno un culto della virilità, sono apertamente sessisti e rifiutano l’emancipazione femminile. Il conflitto sociale in corso non è più tra classi o ceti, è strisciante, non manifesto, ed è fra sessi. Lo dimostrano le analisi dei dati delle recenti elezioni nei paesi occidentali, le giovani elettrici votano tendenzialmente a sinistra. I giovani elettori sono più attratti dalle destre e le parole delle destre reazionarie sono destinate nella gran parte dei casi ad alimentare la frustrazione e la rabbia dell’esercito dei giovani maschi (e non solo dei giovani), che vivono il mutamento verso un’effettiva uguaglianza fra i sessi come un torto.
In questo conflitto le donne non devono e non dovranno confrontarsi e scontrarsi solo con gli uomini. Il tema della effettiva uguaglianza nella struttura della società tra i sessi tocca al momento soprattutto i soggetti privilegiati, donne che nella gran parte dei casi hanno conseguito titoli di studio universitari e che rivendicano la parità in ragione del ruolo svolto, nonché per un’istruzione che ha dato loro gli strumenti per mettere in discussione l’ovvietà secolare di una società interamente organizzata secondo il principio del primato maschile. Le donne escluse dal mondo del lavoro e prive degli strumenti intellettuali per comprendere e mettere in discussione il dominio maschile continueranno ad essere portatrici inconsapevoli di patriarcato. La forza irresistibile di millenni di ovvietà del dominio maschile inscritte nei loro corpi le condurrà a continuare ad educare figli, e soprattutto figlie alle categorie del patriarcato.
Una effettiva uguaglianza tra i sessi non va data per scontata. Il tramonto del dominio maschile potrebbe durare non generazioni, ma secoli.
di Savino Gallo
* https://www.istat.it/produzione-editoriale/lavoro/#femminile
** S. Freud, “La vita sessuale” (p. 226)
Per chi volesse approfondire consiglio la lettura de “Il dominio maschile” di Pierre Bourdieu (Feltrinelli)
























